2004: CON IL PATROCINIO DI CHI CONSERVA LA TUA IGNORANZA

CON IL PATROCINIO DI CHI CONSERVA LA TUA IGNORANZA

Nel 2004, conobbi a Cagliari Tonino Casula (era Maestro di semiotica all’Università di Cagliari) e sempre nella piattaforma di quella che si presentava come la piattaforma web più importante per l’arte contemporanea, usai anche la sua competenza, per tentare d’aprire fronti d’analisi seria sullo stato dell’arte in Italia.

Era il 2004, nessuno raccontava di crisi economica, sembravano essere tutti felici in zona euro, eppure qualcuno non smetteva di chiedersi che fine avessero fatto i pensieri degli artisti:

Ricordi Tonino Casula? 

Negli anni settanta scriveva saggi di semiotica per l’Einaudi che oggi non sono più in stampa, “al rogo”, “al macero” risponde la casa editrice se chiedi che fine abbiano fatto.

Saggi come “Impara l’arte” e “Tra vedere o non vedere”.

Cercava una democrazia nell’arte attraverso la semiotica ed in quei testi si schierava contro il mercato dell’arte anche leggendo la Storia dell’Arte.

Quei testi oggi non possiamo più comprarli in libreria, tu mi parli di Warhol?

Mi fai sorridere, bella capacità d’approfondimento.

Forse non lo sai ma negli anni settanta a Cagliari c’era un scuola d’artisti psicologici transazionale che si contrapponeva a quella gestaltica, forse non sai neanche che Tonino Casula dagli anni novanta con l’ascesa al potere di Berlusconi ha smesso d’operare d’artista e da semiotico perché rassegnatosi all’idea che l’arte non può cambiare un c***o.

Pubblico due lettere che mi ha inviato di recente, so che non gli darà fastidio e potrebbe aiutarti/aiutarvi a comprendere meglio delle problematiche che oggi schiacciano gli artisti scomodi, oggi che dalla morte di Van Gogh è passato più di un secolo e dalla colonizzazione culturale più di un cinquantennio, buona lettura:

“2 luglio 2004

Caro Mimmo

Ho visto la tua cassetta (tutta), con qualche nostalgia. 

Infatti, vi ho ritrovato molti dei discorsi che hanno animato anche la mia lunga carriera di artista: cercare di “capire” (Richard Serra o altri); lo spirito antidadaista di pisciare nelle sale del museo archeologico, magari direttamente nella fontana di Duchamp, per ritrasformarla in cesso, cancellandone l’aura artistica imposta dal contesto; il desiderio espressionista di bruciare l’erba dell’arte per confondere le idee, non si sa bene se del pescatore che se ne fotte di fare l’artista, forse preferendo sentirsi Masaniello, oppure del piccolo borghese disposto a comprargli un quadro di ambiente marino, polpo incluso, come, a suo tempo, il piccolo borghese comprò la merda d’artista di Manzoni; e quel Direttore che, in cambio di soldi, ti mette nella sua testata d’arte contemporanea, la più importante d’Europa, così, autofinanziandoti, ti illudi di renderti più autonomo, e però devi fare un altro lavoro, se no come fai a dargli quei soldi; e la speranza di scavalcare il critico, oltre il mercante, e magari di ricatturarli entrambi con la cronaca (alcuni bambini appesi agli alberi di un viale, in forma di manichini?), l’arte come cronaca, appunto, che però non fotte a nessuno perché c’è sempre qualcuno,

più forte dell’artista, che spiega in televisione come stanno le cose, in un mondo materialista affollato di comunisti mangiabambini; il bisogno di abbattere il sistema, meglio trasformarlo dall’interno, la violenza fa male alla salute, lo seppe Trozky lasciandoci la pelle; e come fai a non sentire il dovere di educare le masse, e però “cosa” comunicare, e “come” comunicare la cosa.

Insomma, un bel casino.

Preferisco esserti amico, caro Mimmo, piuttosto che fare ancora il professore con te. 

Ma una cosa che mi sembra d’avere capito voglio dirtela:

tutto ciò che gli artisti fanno per essere presenti al mondo – mostre, cataloghi, recensioni, vendite e tutto il resto, opere comprese – è soltanto un dialogo ininterrotto che essi svolgono tra loro, anche quando credono di rivolgersi a chi frequenta le loro mostre, consulta i loro cataloghi, legge le loro recensioni, compra le loro opere.

E non può non essere così, se ci pensi un momentino. 

Gli artisti, infatti, non hanno un bel c***o di niente da comunicare, e se sembra che qualcuno lo faccia, allora vuol dire che egli ha comunicato cose già comunicate e capite, che somigliano (e a volte sono) alle cazzate dei politici, alle cazzate dei giornalisti, alle cazzate dei pescivendoli, perché no, senza contare le cazzate dei filosofi, dei sociologi, dei semioti come me.

Dove sono i pensieri sublimi degli artisti?

E quando tu, che ti occupi di queste cose, credi di averne individuato qualcuno in qualche opera “importante”, cosa ti fa credere che anche altri, che però dedicano la loro attenzione alla pizza Margherita, possano individuarlo a loro volta?

Il fatto è che, sin da quando facevamo le prime figure e le nostre zie ci riempivano di coccole, tutti ci hanno fatto credere che gli artisti sono capaci di cambiare il mondo, gli artisti bravi, si capisce, e noi ci forzavamo di essere bravi ascoltando i maestri dell’accademia i quali ci svelavano come si fa a diventare bravi, e ascoltando i pareri dei critici, capaci di capire persino meglio di noi ciò che noi stessi non riusciamo a capire, e sorridendo ai collezionisti che ammettevano la nostra bravura comprandoci le opere.

Questa sì che era una bella cazzata, caro Mimmo. 

Dovevamo capire che il mondo lo cambiano quelli che inventano la lampadina e poi la radio e la televisione, non gli artisti che, come dicevo, dialogano tra loro di problemi che interessano solo loro, non la gente, la quale preferisce Maria De filippi, non perché è più brava di noi, ma perché, lei sì, comunica ciò che la gente capisce, non le nostre cose, che noi stessi non riusciamo a capire neppure con la sapienza divina dei critici, tant’è vero che continuiamo a farle per tutta la vita, per fortuna senza mai venirne a capo, perché, se no, ci sarebbe da spararsi un colpo tra le palle.

Ti abbraccio e salutami i tuoi amici

Tonino Casula.

15 luglio 2004

Ciao Mimmo

ho potuto vedere solo oggi la vostra antologia. Il lavoro più tenuto, sul piano linguistico, resta sempre il primo che ho visto (do you play with me?), dove non vi fotte un c***o che a raccogliere il vostro messaggio siano tutti, compresa la mitica casalinga di Voghera.

Forse – anche se i deliri sull’arte che mi avete mandato in un altro video sembrano dimostrare il contrario – avete capito che quando gli artisti fanno una mostra (o mettono in circolo un video) stanno stabilendo un discorso a distanza, rivolto agli artisti stessi, non a tutti. 

Hai presenti i politici, quando riversano i loro deliri a Porta a porta o a Ballarò? 

Parlano fra loro, convinti di parlare a tutti, compresa la mitica casalinga di Voghera.

 E invece, mentre essi se la suonano e se la cantano, la mitica casalinga di Voghera e gli altri preferiscono incantarsi con Maria De Filippi la quale, lei sì, spiega chiaramente a tutti come vanno le cose della vita. Stessa cosa per noi artisti, che ce la cantiamo e ce la suoniamo tra noi, convinti che i nostri canti e i nostri suoni servano a cambiare il mondo. 

E invece, il mondo non lo hanno mai cambiato gli artisti, bensì gli inventori della polvere da sparo, delle lampadine elettriche, dei cuscinetti a sfera e, fra non molto, lo cambieranno gli inventori degli involtini primavera.

Ciao,

Tonino

—–

Trovo repellenti gli adulatori che si muovono per interessi personali, peggio di loro soltanto gli ossequiosi, ancora più servili.

L’arte della complicità artefatta e dell’obbedienza cieca è tutta escrementizia, questo è quello che vendono come meritocrazia.

I linguaggi dell’arte esistono solo se forti della tecnica disobbediscono al volere altrui, la direzione da prendere obbligata è quella della percezione e della conoscenza nel nome della coscienza.

Ve lo dico senza remore, all’artista e ai suoi linguaggi non frega un cazzo dei convenevoli sociali e culturali, attinge altrove, dei vostri complimenti non gli interessa nulla, per lui sono un freno, una costrizione ed una costruzione.

Sento il fetore quando ho davanti artisti legati al guinzaglio del loro benefattore, valgono quanto una prostituta che in anzianità non avrà corpo, spirito e materia che valga la pena di pagare.

Diffido del portfolio d’artista costruito nel nome dell’Associazionismo di eventi culturali realizzati con IL PATROCINIO DI….

Il finanziamento anche per attività culturali nobili di contenuto non rende mai libero un artista ed il suo linguaggio.

Lo dico senza remore l’associazionismo è un nemico della cultura condivisa, è la negazione del territorio nella sua comunità.

La parola PATRONOS dal tempo dello svilente (dal punto di vista culturale) impero Romano, era il patrocinatore di chi nella scala sociale non era altro che un ex schiavo, non servo, schiavo.

Io un ex schiavo non lo sono mai stato e non accetto patrocini, accetto solo interazioni linguistiche che diano pari dignità linguistica a me ed i miei interlocutori, solo a partire da questo si elabora realmente il linguaggio.

Ridicole le manifestazioni con IL PATROCINIO DI…, dove ci si reca per salutare  e farsi salutare in cerca di un selfie con quella facoltosa ed autoritaria amicizia su Facebook, è il caso di fare tornare l’arte ad  essere lingua ed elaborazione viva, in grado di muoversi con autonomia di senso priva del patrocinio di…, per fare questo urge liberare l’artista, ma anche lo spettatore che con lui interagisce, che altrimenti non comprendendolo lo squalificherà a vita.

 

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