L’Arte è un file da copiare?

La cultura del digitale, ha attivato, tra gli artisti Cagliaritani, una mutazione della percezione, della cultura dei linguaggi dell’arte; i linguaggi dell’arte appaiono oggi come una semplice informazione da riprodurre, come se la conoscenza linguistica dell’arte fosse null’altro che un file da copiare, riprodurre e manipolare, fosse vero, oggettivamente l’Alta Formazione Artistica, non servirebbe a nulla in nessun luogo.

 Ovviamente tutti gli artisti, provenienti dal secolo scorso, che avevano un mercato dignitoso dei loro artefatti locale, sanno bene come la riduzione dell’arte, a questa idea del copia e incolla, ne abbia stroncato il mercato, quasi come se fossero stati spazzati via dai data base digitale; ricerche e storie dell’arte locale, in un batter di ciglia della storia dei linguaggi dell’arte, sono finiti per essere un elenco di nomi che legittima valori di mercato di case d’asta internazionali, che legittimano investitori privati che intrufolandosi nel pubblico, ne squalificano il valore artistico e storico locale (anche quando internazionale).

La stroncatura dell’arte locale, tra incudine e martello del mercato dell’arte globale privatizzato, e diffusione del mercato dal basso digitale di follower e like, non ha però mutato le pratiche di relazione tra l’artista e gli addetti ai lavori; ancora si insegue il critico invece di criticarlo, ancora si insegue l’esposizione in galleria nel gran bazar delle pareti a circolo chiuso, ancora ci si mette in fila per conoscere per caso il curatore o il Direttore del Museo, questo o quel giornalista, il tutto per accreditarsi rispetto ad un altro artista nel proprio territorio; rispetto al secolo scorso però, tutto questo processo ha cominciato a razionalizzarsi, creando poteri e postazioni strategiche sempre più arroccate.

L’artista amatoriale  che in questo millennio ha conseguito una visibilità spropositata, si è insinuato nei frattali di questo sistema, arrivando a spazi di comunicazione istituzionali, con il suo valore culturale e di mercato, predestinato all’immobilità dinanzi la storia e la storia del mercato dell’arte.

Diciamoci con franchezza una cosa, il mercato dei facoltosi investitori privati, è balla e bolla economica finanziaria che alimenta il debito e indebita, strutturalmente dedito a infiltrarsi nel pubblico per autolegittimarsi al pubblico stesso.

Cosa può tamponare tutto questo?

Soltanto l’Alta Formazione Artistica residente stratificata e radicata nei secoli.

Pensateci soltanto un attimo, quante sono quotidianamente le immagini che gli artisti, postano su Facebook o Instagram?

Penso di potere dire, che un artista amatoriale o professionista che sia (in fondo via social network chi sa cogliere la differenza), non può permettersi di non avere un iPhone o uno smartphone d’ultima generazione, che sia funzionale alla connessione delle immagini che produce.

I linguaggi dell’arte connessi tra di loro, alimentano strutturalmente il mercato degli investitori privati, proprio perché stile e gusto, si appiattiscono, non c’è nessuna differenza tra l’immagine di un artista e quella di un altro, se non nel luogo e nell’ambiente culturale che la determina e le attribuisce valore simbolico.

Oggi il principale archivio e veicolo di conoscenza, dell’arte e degli artisti contemporanei, è Facebook, proprio perché soltanto su Facebook, quando l’artista conosce il suo mestiere, la discussione sul suo lavoro, spazia e attraversa tutti gli aspetti della conoscenza e dell’esistenza; le immagini d’arte hanno valore perché riguardano tutto l’universo dell’esistenza dell’artista, documentano la vita e la ricerca dell’artista stesso, questo nonostante i social spingano verso l’autoreferenzialità.

L’uso dei social network, consente ai linguaggi dell’arte, d’essere nel contempo ricerca privata e linguaggio universale, per questo è necessario divulgare consapevolezza e disciplina attraverso un’Accademia; perché l’artista sa di essere pienamente immerso nel suo tempo, ma sa anche opporsi all’obbedienza indotta dal proprio tempo, il valore è nello studio e nella dedizione quotidiana della ricerca; solo l’Alta Formazione Artistica, consente di sondare teorie e prassi estetiche non conformi; connessione mobile permanente altrimenti, piuttosto che volere dire autodeterminazione, potrebbe volere dire servitù e imposizione.

 Il web rischia di demolire senza un tampone Accademico, la figura dell’artista come individuo portatore di frontiere del linguaggio, uniche e irripetibili; si rischia di subire inermi figure d’artisti protette da ingenti investimenti economici privati, che soltanto nel loro interesse alimenteranno inesistenti idee di mercato e di ricerca.

La realtà in questo millennio, è che l’artista autore e genio individuale, si sta estinguendo, al suo posto ci sarà l’artista conversatore, dialettico e didattico dovunque si trovi, con il suo linguaggio relazionato agli altri, nel suo interesse e nell’interesse di comprensione degli altri.

Dinanzi al linguaggio dell’arte, come pratica di ricerca e conversazione connessa, ovviamente il valore simbolico e culturale dei luoghi dove il linguaggio si sviluppa e forma, diventa nodale, se questo viene a mancare, si è dinanzi soltanto a balle e bolle del mercato privato; mercato privato incapace d’affrontare la vera sfida di questo secolo all’artista, produrre linguaggi che sappiano essere conversabili e relazionali, e nel nome di questo sappiano essere trasgressivi e iconoclastici.

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