Amarcord di Giancarlo Politi

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Cari amici, Amarcord va in vacanza.
Ci risentiamo a settembre, sperando in ricordi sempre più vividi.

Buone vacanze e grazie per la vostra attenzione.

per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a
giancarlo@flashartonline.com

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Sandro Chia nel suo studio, fotografia e dedica di Allen Ginsberg (New York, 1985) Courtesy Allen Ginsberg Estate.

Sandro Chia

Richard Serra a Roma

Nel maggio 1966, a Roma, la galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani espone, con grande scandalo dell’epoca, animali vivi e impagliati di Richard Serra.

La mostra, dal titolo “Animal habitats live and stuffed…” desta grande attenzione ma anche polemiche e dibattiti in tutto il paese; mi pare anche che la galleria fu chiusa per alcuni giorni.

Ma, ormai il dado era tratto. Artisti, critici, storici dell’arte avevano visto la mostra e qualcosa, di positivo o di negativo, si accese nella testa di tutti noi.

Richard Serra viveva a Firenze allora, insieme a sua moglie, la bravissima artista post-minimalista Nancy Graves che aveva vinto una borsa di studio Fulbright di due anni in Europa (la stessa borsa di studio che fece arrivare in Italia Robert Rauschenberg e Cy Twombly).

Nancy e Richard si erano sposati l’anno prima a Parigi.

Nancy aveva studiato alla prestigiosa università di Yale con Brice Marden, Chuck Close, Robert Mangold, dove qualche anno prima si era laureato anche Richard Serra. Firenze all’epoca (come è sempre stata, salvo forse tempi recenti) era una città indifferente all’arte contemporanea.

C’era una sola galleria propositiva ma che si muoveva a livello amatoriale, la leggendaria Numero, di Fiamma Vigo, che Firenze dovrebbe ricordare, perché da lei passarono tutti gli artisti italiani e stranieri dell’epoca (compresi Burri e Rauschenberg).

Ma per gli artisti americani di allora, come appunto Robert Rauschenberg e Cy Twombly, Firenze era una città provinciale dove non si respirava l’arte contemporanea ma prevalevano solo litigi tra artisti guelfi e ghibellini.

Forse per questo Firenze non ha mai prodotto un artista di rilievo dal dopoguerra a oggi.

Bisognerebbe chiedersi perché.

Dunque, per tutti in quel momento il mito era Roma, certamente la città culturalmente più vivace, forse più della Milano di Fontana e Manzoni.

A Roma invece operavano alcune gallerie propositive, prima fra tutte l’Obelisco di Gaspero del Corso e Irene Brin (intorno agli anni ’50 e dove espose anche Burri, convinto che Rauschenberg avesse visto la sua mostra e ne avesse subito l’influenza), poi fu la volta de La Tartaruga, primissimo in Italia ad esporre alcuni espressionisti astratti americani (come Rothko e Franz Kline), diretta da un geniale ma problematico Plinio De Martiis, geloso fino all’isteria dei suoi artisti che non voleva condividere con nessuno – e soprattutto non sapeva fare il mercante, peccato non proprio venale per un gallerista.

In ogni caso nei primi anni Sessanta in questa galleria si coagulò la famosa “Scuola di Piazza del Popolo” (Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli, ai quali successivamente si aggiunsero Pino Pascali, Francesco Lo Savio, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Jannis Kounellis, Cesare Tacchi, Umberto Bignardi).

 

Roma caput mundi dell’arte negli anni ‘60

Però questo raggruppamento non piacque ad alcuni artisti (anche perché Plinio era un ottimo gallerista quanto un pessimo mercante, che allontanava addirittura i collezionisti) per cui alcuni di loro preferirono collaborare con le due nuove gallerie maggiormente propositive ed esclusive: La Salita di Gian Tomaso Liverani e l’Attico di Fabio Sargentini, che si andava proponendo come il talent scout del momento. Francesco Lo Savio, Tano Festa e Sergio Lombardo scelsero La Salita, mentre Pino Pascali e Jannis Kounellis (che mi confessò di avere visto gli animali di Serra) scelsero l’Attico.

Tra le due gallerie emergenti si stabilì un sano dualismo che portò Roma a diventare la capitale della sperimentazione artistica in Europa.

E l’Attico con le primissime mostre di Pino Pascali, Jannis Kounellis e Gino De Dominicis, ma anche con performers e musicisti americani si impose come la galleria di punta nell’Europa di quei tempi.

Tempi che durarono poco a causa della morte prematura di Pino Pascali in un incidente di moto, che portò Sargentini a chiudere la galleria di Piazza di Spagna. Per poi riaprirla nel ’69 in via Beccaria, all’interno di un garage, con Jannis Kounellis, e successivamente con Simone Forti, Philip Glass, Steve Reich, Terry Riley e La Monte Young.

Il lavoro di ricerca di Fabio Sargentini durò ancora un paio di anni, poi, visto il nomadismo di Kounellis e De Dominicis, si orientò su altri artisti meno propositivi e il mito de L’Attico incominciò a declinare, salvato da improvvise e isolate impennate geniali di Fabio, che con il tempo si era sostituito ai suoi artisti.

D’altronde le stagioni di gloria si sa, durano poco, mentre le stagioni in ombra sono lunghissime, spesso eterne.

Ma ho parlato di quelle gallerie e di quella stagione a Roma, per introdurre qualche mia considerazione su Sandro Chia, per certi versi, sintomatica dell’artista di oggi.

Sandro Chia, come Rauschenberg, Cy Twombly e Serra, da Firenze dove era nato, aveva capito che se non fosse emigrato altrove, sarebbe finito come tanti suoi promettenti colleghi. Nel vuoto.

 

Il noioso clima concettuale degli anni ’70 in Italia

Sandro lo avevo incontrato qualche volta nelle varie inaugurazioni ma lo conobbi veramente  in occasione di una sua mostra insieme a Notargiacomo alla galleria La Salita, nel maggio 1971.

La mostra di Sandro Chia non era né bella né brutta. Rispecchiava il noioso clima concettuale dell’epoca.

E Sandro, grande pittore, come si manifesterà in seguito, come d’altronde Mimmo Paladino, per avere un minimo di visibilità si costrinse a fare ciò che lui odiava di più nella sua vita: l’artista concettuale.

Lo rividi ancora nel 1977 a Pescara, da Lucrezia de Domizio, con un’altra poco brillante mostra “Graziosa girevole” in cui incominciavano a emergere disegni figurativi.

Poi lui a Roma e io a Milano. Lo persi di vista e lo rividi un paio di anni dopo in una mostra collettiva “Arte Cifra” da Paul Maenz a Colonia (1979) e un’altra ancora in una collettiva di Jean-Christophe Ammann, alla Kunsthalle di Basilea nel 1980.

Mostra storica perché segnò approssimativamente la nascita della Transavanguardia ma con l’esclusione di Achille Bonito Oliva che Jean-Christophe non volle in catalogo.

Mi pare che fosse il 1979.

Il lavoro di Sandro Chia era totalmente cambiato. Era esploso in una pittura sensuale e gioiosa, che ricordava il migliore Novecento italiano. E con lui Mimmo Paladino.

Era veramente nata la Transavanguardia, la nuova tendenza pittorica italiana che gettava alle ortiche i noiosi anni ‘70, caratterizzati da un’arte concettuale senza idee né grinta.

Era stato Achille Bonito Oliva a coniarne il nome, Transavanguardia, e a coagulare l’interesse su cinque pittori, escludendo tutti gli altri pretendenti. I pittori erano Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria.

Molti altri, tra cui Ernesto Tatafiore, Mimmo Germanà, Nino Longobardi, pur lavorando nella stessa direzione, vennero esclusi.

E a ragione, perché a lungo termine i cinque, anche sulle ali di un imprevisto successo internazionale, sono risultati i migliori.

L’Italia e l’Europa, in parte anche gli USA, erano state costrette per un decennio almeno, a subire il moralismo in bianco e nero dell’arte concettuale. Il fenomeno Transavanguardia esplose in modo ancora oggi inspiegabile e sconvolse il mondo dell’arte.

I cinque artisti della Transavanguardia, vezzeggiati e corteggiati da importanti gallerie e mercanti (in Italia Mazzoli, in Europa Bishofberger) e anche Musei, in poco tempo divennero ricchi, famosi e richiesti ovunque. Francesco Clemente visto il successo e le attenzioni scelse subito di trasferirsi a New York, seguito poco dopo da Sandro Chia.

Anche Mimmo Paladino fu tentato, acquistò infatti anche un bellissimo appartamento studio, ma poi, giustamente, preferì la tranquillità e l’aria salubre di Paduli, vicino Benevento, dove era nato e dove si è costruito una bellissima abitazione e studio a sua misura, tra gli ulivi e le brezze della collina.

Ormai la bomba era scoppiata e lui era diventato una star.

Chi lo desiderava sapeva dove trovarlo.

Enzo Cucchi continuò a muoversi brillantemente tra Ancona e Roma, dove aveva ristrutturato a suo uso e consumo un bizzarro loft, mentre Nicola De Maria è sempre rimasto a Torino.

 

Sandro Chia a New York

Sandro Chia a New York (come d’altronde Francesco Clemente) impazzava. Con i primi sostanziosi guadagni aveva acquistato un enorme edificio di almeno cinque piani a Chelsea, dove abitava e aveva creato il suo studio, su due piani immensi, affittando il resto, pensate un po’, a Larry Gagosian, che stava lentamente trasferendosi, da Los Angeles a New York. Un altro piano era stato affittato alla galleria Baldacci/Daverio che tentò, senza troppo successo, un approccio a New York.

Sandro Chia si dimostrò come sempre un oculatissimo business man, come ha poi confermato anche in Italia con il suo Castello Romitorio a Montalcino, che mi sembra acquistò tramite Giorgio Franchetti, in cambio di opere.

Ora Castello Romitorio è diventato un brand che produce anche un ottimo Brunello che Sandro ha saputo portare al successo con grande abilità. E vedo che in qualche enoteca è posto in vendita a 110 euro alla bottiglia.

Di nuovo Sandro ha fatto boom.

Il suo massimo momento di successo e visibilità fu una grande mostra in contemporanea tra Sperone e Leo Castelli (allora andavano di moda: Francesco Clemente espose parallelamente da Sperone, Mary Boone e Leo Castelli. Forse mai un artista come lui).

Ricordo di avere incontrato Sandro proprio in quel momento di massima notorietà, alla fiera di Basilea, in compagnia di Gian Enzo Sperone.

Mi congratulai con lui per la grande visibilità che aveva in fiera (era sotto i riflettori di decine di gallerie di alto mercato).

Sandro e Gian Enzo Sperone passeggiavano, giustamente orgogliosi, per gli stand di Basilea.

Ai miei complimenti Gian Enzo mi rispose: “e la prossima volta tocca a Picasso”. Lì per lì non capii. Poi pensai che alludesse all’assalto della fama di Picasso, che Sandro Chia avrebbe soppiantato.

Sorpreso, ma non tanto, visto come giravano velocemente le cose, li salutai complimentandomi ancora con loro.

 

Una gioiosa esperienza nuova: un’intervista in piedi

Poco dopo (o poco prima?) di questo episodio, io e Helena lo intervistammo nel suo studio a New York.

A quei tempi, ma forse un po’ sempre, Sandro era molto pieno di sé.

Aveva consapevolezza e considerazione dei suoi mezzi e capacità.

Ricordo che ci ricevette seduto a un tavolino dello studio e per tutta la durata della chiacchierata non ci invitò nemmeno a sedere.

Noi da critici giornalisti scrupolosi in ogni caso portammo a termine una bellissima intervista, che resta ad oggi una delle migliori che abbia mai rilasciato Sandro.

In quell’occasione avevamo in mano una copia di Flash Art International con la copertina di Peter Halley.

Guardandola in modo sprezzante Sandro disse: “Questo artista tra un anno sarà scomparso”.

Certamente, conoscendo bene Peter Halley, non si sarebbe mai espresso in questo modo nemmeno nei confronti di Sandro Chia, all’opposto della sua idea dell’arte.

Nel frattempo era accaduto uno spiacevole incidente tra lui e il famoso collezionista Charles Saatchi, allora referente assoluto dell’arte contemporanea, incidente probabilmente dovuto alla eccessiva autostima di entrambi.

Charles aveva già aquistato alcune opere di Sandro (l’artista dice 23, mentre Saatchi in una intervista parla di sette).

Secondo la versione di Sandro voleva acquistare ancora una o più opere che però l’artista gli negò (forse perché già opzionate).

Saatchi, pretenzioso come nessun altro, al rifiuto si offese e uscì sdegnato dallo studio.

Poco dopo si seppe che aveva offerto le opere in suo possesso ad Angela Westwater, la gallerista di Sandro negli USA e a Bruno Bischofberger, suo mercante in Europa.

Operazione questa, sotto un profilo deontologico, anche corretta, perché Saatchi non buttò sul mercato le opere ma si rivolse ai suoi referenti ufficiali.

Eppure la notizia trapelò (per opera di Saatchi?) e Chia ne ebbe ripercussioni immediate sul mercato.

Un artista rinnegato (svenduto?) da Charles Saatchi, all’epoca era un bruttissimo segno.

Non so quanto realmente questo episodio abbia significato per Sandro Chia, ma una cosa è certa: da quel giorno Sandro subì lentamente una flessione di immagine e di mercato.

 

Viale del tramonto?

Come spesso avviene nella vita ma sempre nell’arte, il successo non è eterno.

E gradualmente la stella di Sandro Chia (e di quasi di tutti gli artisti della Transavanguardia) cominciò a declinare (in compenso prezzi delle bottiglie di Brunello lievitavano).

A quei tempi, lo incontravo spesso a New York e poi recentemente a Roma, perché Sandro Chia è un uomo arrogante ma molto intelligente.

Da ogni suo incontro se ne esce accresciuti, sempre. Parlando di arte, di politica o di vita.

A Roma qualche anno fa, gli chiesi come si sentisse un artista, dopo i grandi trionfi internazionali, ad entrare in un cono d’ombra senza la corte delle grandi gallerie, musei e collezionisti.

E lui semplicemente:

“Oggi i miei guadagni sono superiori a quelli dei momenti di gloria.

Perché se i tuoi prezzi diminuiscono, il mercato si allarga.

Mentre prima solo poche gallerie e collezionisti potevano permettersi le mie opere, oggi il mercato si è ampliato a dismisura e vendo felicemente tutta la mia produzione a privati e mercanti anche di provincia, ma umani e simpatici. Da Miami a New York e in Italia il mio mercato, che a voi sembra in ombra, va a gonfie vele”.

Bellissimo esempio di pragmatismo e di accettazione della realtà, senza malumori o rimpianti (apparenti).

Ho riportato questa esperienza proprio per dimostrare, come ho sempre pensato, che l’arte ha una sola stagione (anche se a volte dopo anni può ripetersi).

Poi ci sono sempre i ripescaggi.

Anche se oggi le minestre riscaldate non sono molto di moda.

Contributi

 

Giacinto Di Pietrantonio

Ciao Giancarlo

Il viaggio in Germania la facemmo con la tua macchina, non andammo solo a Colonia, ma anche a Dusseldorf, Essen, Bonn. Visitammo un gran numero di gallerie e galleristi e tanti musei. In quell’occasione vedemmo per la prima volta i quadri di Rob Scholte da cui rimanemmo impressionati. Corrado ne comprò uno che poi mise insieme ad altre opere acquistate in quel viaggio nella sua mostra al PAC “il Cangiante.

Mi hai portato anche altre volte all’estero, già  qualche giorno dopo entrato in redazione andammo a Parigi per il solito giro di musei, gallerie, gallerie e artisti. Ricordo che, sempre con Helena, andammo a trovare Jiri Kolar, un grandissimo ancora sottovalutato, sia dalla critica che dal mercato

Ricordo che, benché vivesse a Parigi già da trent’anni, parlava solo ceco, che ci traduceva naturalmente Helena. Poi andammo a trovare l’allora direttore della rivista ACTUEL Jean François Bizot, a cui la rivista italiana Frigidaire si era in qualche modo ispirata. Andammo a trovarlo, perché tu volevi fare l’edizione italiana, ma dopo un’ora andammo via senza concludere nulla.

All’estero mi portasti con te ed Helena anche a Mosca per la presentazione del primo numero di Flash Art edizione Russa.

Insomma, ho tanti ricordi condivisi con te, un privilegio che non dimenticherò mai.

 

Antonella Spano

Gentile Giancarlo,

non ci conosciamo personalmente, e spero accada presto. Conosco però sua figlia.

Mi chiamo Antonella Spano e sono la fondatrice della galleria Doppelgaenger.

Per prima cosa, come ho più volte detto, la vostra continua evoluzione, prima con Le lettere al direttore e ora con gli Amarcord, è una vera boccata d’ossigeno. E non esagero: come può immaginare non è facile oggi aver coraggio nel “Bel Paese”.

Ho aperto da sei anni una galleria a Bari, a sud, dove ho avuto la possibilità di esercitarmi in una lunga e preziosa preparazione come assistente presso una galleria, ormai purtroppo chiusa, che è stata prima tra le più importanti d’Italia, e penso sia nel cuore di quanti l’hanno conosciuta (galleria che non posso nominare per scrupolosa deontologia ma, che in animo, spero di ritrovarla in un suo Amarcord).

Mi mancate molto. E’ tutto così differente oggi, poca priorità al rapporto personale, e leggere i suoi ricordi mi riporta in un attimo ai pomeriggi passati tra lavoro e aneddoti, con rigore e divertimento.

Il nostro, mi hanno insegnato, è un lavoro lento, “ bisogna vivere a lungo per godere dei frutti” , non avere fretta o fama di gloria.

Vorrei con questa lettera ufficialmente invitarla a visitare la galleria, poter passare con lei un po’ di tempo e ascoltarla; inoltre mi farebbe piacere se trovassimo un occasione di lavoro da consumare insieme, per esempio l’incontro con Goldschmied e Chiari, che si terrà a settembre negli spazi di galleria, o la probabile mostra di Ben Vautier (ma questa è ancora da concordare e per scaramanzia la terrei al momento in segreto)?

A ogni modo, leggerla è per me avere la possibilità di scoprire retroscena o figure dell’arte che non avrei mai potuto conoscere altrimenti. Dunque grazie.

Con stima

Antonella Spano

 

Cara Antonella,

Ti seguo da lontano e di te mi ha parlato Gea. Hai avuto un bel coraggio ad aprire una galleria a Bari. Complimenti comunque anche per il tuo programma unico in Italia e per l’omaggio a Chiara Fumai. Marilena Bonomo, la tua “maestra” era mia amica e più volte ho visto sue mostre a Bari (anche grazie a una fiera d’arte che per alcuni anni ci stimolava una visita a Bari). Ma erano altri tempi e inoltre Marilena aveva un retroterra molto solido. Non tutti avevano una villa a Spoleto dove ospitare Sol Lewitt e altri artisti.

Per anni e anni Marilena la vedevo seduta tranquillamente nel suo stand, talvolta molto belli, alla fiera di Basilea, insieme ad una sua parente assistente. Silenziose e attente, come due ancelle dell’arte.

Di Marilena però non ho tantissimi ricordi, né così privati da poterne realizzare un Amarcord. La Marilena che ho conosciuto io era una persona gentile ma riservata che non si apriva volentieri, se non (forse) ai suoi amici più intimi. E manteneva sempre un tratto aristocratico e un po’ classista tipico dell’alta borghesia del sud di quei tempi. 

Annalisa Silingardi

Gentile Direttore,

bei profili senza traccia dello stereotipo tormento ed estasi dell’artista. Aneddoti con simpatia. Aspettiamo Cattelan.

Grazie. Annalisa

 

Cara Annalisa, grazie per la tua analisi molto lucida. Per Cattelan aspettiamo il fresco dell’autunno. Anche a te buone vacanze.

 

Francesco Annarumma

Caro Direttore Politi,

Posseggo ancora il primo numero di Flash Art che acquistai in edicola, il 117 del Dicembre 1983 (con Mario Merz in copertina). Una scelta quella che ha segnato la mia vita, facendomi diventare a 18 anni, forse il più giovane collezionista di arte contemporanea di allora. Almeno così mi definiva Eduardo Manzoni della galleria La Polena di Genova il quale accettava con pazienza le mille rate di quel giovane napoletano; rate che mi permisero di acquistare opere di artisti importanti che purtroppo non ho più. Sempre Flash Art è stato poi determinante nella mia decisione di buttare alle ortiche i miei studi di giurisprudenza, per aprire nel 2002 una galleria a Napoli. Ancora ricordo con piacere le cene a casa sua dove spesso era invitato Getulio Alviani, il quale dopo iniziali silenzi si lanciava in racconti di ricordi sorprendenti e talvolta divertenti (ne ricordo alcuni bellissimi riguardanti Piero Manzoni). Getulio il quale mi guardava con simpatia, forse perché ero possessore di una sua bella ed importante opera del 1968, ad una mia richiesta di organizzare una sua personale, mi chiese di attendere perché era legato a Dina Carola. Poi come spesso avviene, non ho più insistito e quella che poteva essere una bella occasione, rimase solo un’idea.

Alcuni particolari dei suoi amarcord direttore, li ho ascoltati di persona a casa sua e spero davvero che lei si decida a farne un libro. La storia dell’arte contemporanea italiana e non, le sarà grata.

Un caro saluto, Francesco Annarumma, Galleria Annarumma, Napoli.

 

Caro Francesco,

Allora forse a causa di Flash Art abbiamo perduto un brillante avvocato. Non me lo perdonerò mai. Ma sei sempre un prezioso gallerista, dall’occhio attento e lungo. E saresti stato anche un ottimo critico, veramente ottimo. Te lo dice uno che ne ha visti tanti.

 

Letterio Consiglio

Caro Giancarlo,

leggo appassionatamente i tuoi Amarcord. Non posso dimenticare, per la mia mostra a Roma nell’87 al Ponte di Margherita Failoni, l’incontro con Francesco Vincitorio. Egli fu incuriosito dei miei quadriguardando seerano piatti o a rilievo. Grazie ancora per tutto quello che hai da scrivere. Se tua figlia Gea farà una pubblicazione sarò il primo ad adottarla nella mia Accademia a Noto (SR). Grazie ancora, un caro saluto. Letterio Consiglio

 

Caro Letterio,

Che invidia per la tua bellissima Noto, dove ci siamo fermati fugacemente alcuni anni fa, io e Helena, in una invitante pasticceria, in occasione di una delle più belle vacanze della nostra vita, a Ortigia, suggeritaci da Davide Bramante. Con la speranza sempre più remota di tornarci. Ma forse le belle esperienze, per restare tali non vanno ripetute, ma solo ricordate. Pensa, cinque o sei anni fa stavo per acquistare una casa, pare bellissima, con Getulio Alviani. Poi, come tante altre cose, non se ne fece nulla. 

 

Fausta Squatriti

Caro Giancarlo, sei bravissimo, le storie che racconti, con uno stile diaristico, diventano subito romanzo, perché la tua analisi è psicologica, anche se lo fai quasi solo attraverso i fatti. il secolo breve, tra i suoi cataclismi, di distruzione e di creatività è un secolo che non finisce mai, siamo immersi in quello che è stato distrutto per rinnovare. Tutti i frammenti del ‘900, quando ne troviamo uno nello spazio della nostra consapevolezza, sono un punto di partenza. Purtroppo manca la follia, ai nostri giorni, siamo in grado di storicizzare anche le briciole nel momento stesso in cui ci cadono dal pane, quasi mai impastato da noi stessi, e mi pare che il mondo sia proprio stanco, e che si annoi nella sua stessa miseria concettuale.

Ma la memoria  ci da il piacere  di diventare memoria, se qualcuno ne coltiverà il terreno con l’arte del racconto.

Ti aspetto anch’io a settembre, con le tue nuove storie vere. Fausta

 

Angelo Mosca

Caro Giancarlo

Volevo intendere che il mondo legato all’opera e dell’artista che si “nasconde” dietro l’opera sia in declino mentre se c’è una speranza è nel pensiero degli artisti e dell’arte. In un’epoca in cui l’infallibilità e l’unicità  dell’opera sono sostituite dalla riproducibilità e dalla interscambiabilità resta lo “sguardo” dell’arte sul presente che può fare la differenza. Riportare l’arte contemporanea al centro del dibattito  e garantire la sua  sopravvivenza è necessario!  Angelo Mosca.

 

Caro Angelo,

Credo che il tuo ideale romantico dell’arte sarà deluso. Anche perché non credo che l’arte sia mai stata al centro del dibattito culturale, come sperava anche Gino De Dominicis. L’arte ormai ha preso altre strade ed è difficile fermarla. Né ipotizzare dove andrà.

 

Paolo Tonini

Gentile Giancarlo Politi,

colleziono i suoi belli e preziosi amarcord. Nell’ultimo su Fluxus si chiedeva cosa volesse dire quel “je suis un con” di Filliou. Per gli accaniti lettori di Sade e dei libri pubblicati “sous le manteau”, “le con” è soprattutto la f**a. Il meraviglioso Filliou ci giocava sull’emancipazione dalla ragione e la dedizione a ogni genere di piacere, ma “le con” fa pensare anche alla capacità di partorire. E Filliou, che conosceva bene Hegel e Marx, non poteva non apparentare la creatività alla capacità di sognare, principale virtù dei rivoluzionari insieme alla pazienza e all’ironia, secondo il celebre motto di Lenin.

Con i saluti più cordiali Paolo Tonini. L’Arengario S.B.

 

Caro Tonini,

Grazie per la sua dotta introduzione a Robert Filliou.

 

Giuseppe Falivene

Complimenti per la sua vita cosi piena e ricca di incontri ed esperienze. Credo che un Amarcord su Claudio Cintoli non sarebbe una cattiva idea. Giuseppe Falivene, Galleria Palestro

 

Caro Giuseppe,

Sono stato amico di Claudio Cintoli e quando lui si recò a New York mi inviò per Flash Art stimolanti corrispondenze. L’ho poi rivisto successivamente qui a Milano, in occasione di una sua mostra alla Galleria Multipla di Gino di Maggio. Ma non abbiamo avuto più occasioni di frequentarci come quando entrambi eravamo a Roma, dove la sua fama di Casanova lo teneva un po’ ai margini di quel mondo. Roma all’epoca era molto moralista. Non ti accettava se eri ricco (per anni Gianfranco Baruchello e Fabio Mauri sono stati ghettizzati) o se eri un dongiovanni appariscente (si salvò solo Mimmo Rotella perché era un “maledetto” e perché lasciò presto Roma per Parigi). No caro amico, non ho abbastanza ricordi per poter parlare di Claudio Cintoli.

 

Mimmo Di Caterino

C’è qualcosa di dissacrante e profondamente reale in queste memoria e ricordi d’artista, posso chiederti il permesso  di postarle questi testi su Cagliari Art Magazine?

E’ una piattaforma web che sto curando dal 2014 per consegnare al Big Data, e alla memoria, un’altra idea dell’arte e dell’artista, che in questi testi ritrovo.

Mimmo Di Caterino

 

Caro Mimmo, fai di me e di Amarcord ciò che vuoi. 

 

Rossella Farinotti

Con prontezza, leggo anche questo ricordo. Grazie Giancarlo!

ps. certo che Helena è straordinaria in questa foto !!!! ciao ciao!

ps. spero stiate bene, a presto  Rossella

 

Marcello Jori

Dare piacere agli altri è il più raffinato dei piaceri …e tu con questi scritti tridimensionali lo stai facendo… Marcello.

 

Annie Vautier

Cher Giancarlo

J’ai  beaucoup aimé ton Amarcord 10.

je ne me souvenais pas qu’Abra bavait autant que ça

je te trouve un peu sévère pour Filliou

Ton hommage à Conz me touche j’aimais beaucoup Conz

Ben a reconnu Maciunas chez qui il a vécu quelques jours à NY. Il a bien rit

Je parle de tes « Amarcord » aux gens de Nice.

je vous embrasse tous les deux

annie

ps je me rappelle en effet qu’un jour tu m’avais vue en train de ranger la vaisselle dans l’appareil

Abra était à côté de moi et j’avais vu ton regard dégouté sur les assiettes et sur le chien. Après j’ai fait plus attention…. pauvre Giancarlo tu as du souffrir avec les enfants les chiens les chats….

 

Cara Annie,

Che bei ricordi di quei tempi. Ora ho nostalgia anche della bava di Abrà, che non mi farebbe più schifo. Ma soprattutto ricordo la vostra ospitalità e le bellissime serate a ping pong dove si parlava di tutto, da Support Surface, all’arte concettuale a Fluxus. E di molto Duchamp. Un forte abbraccio da noi al grande Ben. Che io reputo uno degli artisti più vivaci e creativi del secolo scorso.

 

Patrizio Peterlini, Fondazione Bonotto

Gentile Politi,

bello leggere il suo ricordo di Francesco Conz che, oltre a collezionista, fu anche un prolifico editore. Di Fluxus, ovviamente, ma anche di Azionismo Viennese, ZAJ, Lettrismo, Poesia Concreta Visiva e Sonora e Gorgona. Un vero peccato che il suo enorme archivio, che ho avuto la fortuna di conoscere molto bene dedicandoci quasi sette anni di lavoro, sia andato disperso…

Di una esperienza così importante restano pochi libri. Sicuramente: “Winterreise. Asolo – New York e viceversa 1974”, che racconta il viaggio a New York in compagnia di Hermann e Beate Nitsch e Gunter Brus e che segna l’inizio della sua avventura in Fluxus. Purtroppo, i libri sul suo “Secret Museum” e sulle sue edizioni, lavori a cui abbiamo lavorato fino agli ultimi giorni della sua vita, non sono stati stampati. Sono fortunatamente reperibili in formato PDF online.

Dato che ora l’archivio è ricomparso a Berlino, mi vedo costretto a ripetermi: riusciremo mai, noi italiani, a tutelare e valorizzare le storie che ci appartengono prima che il mercato internazionale se ne appropri?

Cordialmente Patrizio Peterlini – Direttore Fondazione Bonotto

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