RECENSIONE DELLA MOSTRA “THAT’S IT!” AL MAMBO/MAMBA

La sala principale , visione d’insieme e primi dettagli.

Lorenzo Balbi riferisce che questa mostra è il risultato di una selezione fatta su oltre 400 artisti censiti negli ultimi anni , quindi partendo da un discorso iniziato dalla precedente direzione del Mambo/MAMBA Maraniello (che forse potremmo chiamare MAMBANIELLO, dato che ora dirige il Mart di (Trento) Rovereto, altra filiera del MAMBA (che però ha una collezione del 900 molto bella e meno partigianamente esposta , se si escludono le ultime tendenze anche lì un pò sbilanciate).
In uno dei frequenti chat- alterchi in cui mi sono immesso in questi giorni mi sono imbattuto in un appassionato del settore che difendeva questa mostra di Balbi dicendo che era fenomenologicamente corretta (sic) in quanto il curatore avrebbe semplicemente fotografato la realtà dell’ultima arte italiana per quello che effettivamente è .

Facendogli alcune osservazioni provocatorie sulla fenomenologia e citando una questione specifica trattata da Husserl ho potuto facilmente rendermi conto che il mio interlocutore conosceva la Fenomenologia solo per sentito dire e non ne conosceva sviluppi e problemi .
Ma non entriamo sul tecnico.

Nei precedenti post ho descritto abbastanza chiaramente la mia opinione sulla presunta imparzialità del curatore che a mio avviso difficilmente può essere imparziale ed quasi sempre è condannato ad essere mandriano.

Aggiungo ora ulteriori prove alla mia opinione opinabilissima .

Se la mostra è realizzata scegliendo gli artisti senza preconcetti , perché assomiglia ad una mostra già vista?

I richiami e i deja vu che posso elencare per le opere esposte nella sala principale sono diversi e viene da pensare che i curatori -mandriani selezionino i giovani artisti non per le qualità intrinseche del loro lavoro ma perché riecheggiano cose che siamo già abituati a vedere nelle rassegne d’arte contemporanea.

L’apparente diversità in realtà rispecchia una visione molto canonica e in effetti bovina.

Quasi tutte le opere, singolarmente prese, non hanno una ricerca autonoma che in qualche modo le identifichi e si direbbe che gli autori siano più occupati a montare e rimontare materiali e modalità già viste e non loro proprie .
Ho già comparato questi artisti con il personaggio dell”ombra”
dello Zarathustra.
Iniziamo dalla foto che inquadra una larga parte della sala.

Al centro un grande display a riempire il vuoto della sala.

Il tema? Beh cosa vi aspettavate?

Non poteva mancare il video con uomini , presumibilmente emigranti, che vagano tra i luoghi tipici della civiltà europea- occidentale.
Anche qui si vorrebbe replicare i vari Steve Mc Queen, Isaac Julien ecc. ma manca la tecnica , la cultura e probabilmente una conoscenza approfondita del problema .
Il formato vorrebbe essere solenne ma è semplicemente pleonastico , i luoghi sono convenzionali come in una cartolina, i personaggi africani più che emblematici sono generici .


Il tema è trattato senza fare riferimento a nessun elemento autenticamente politico e socioeconomico e, per dire, sarebbe stato ad esempio più politicamente interessante e coraggioso trovare il modo di riferirsi agli interessi economici francesi in diversi paesi dell’Africa .
Siamo al pietismo di prammatica.
Niente a che fare ad esempio con il video “Kapital” di Isaac Julien che Enwezor presentò nella sua Biennale “All the world future’s” dove oltre alle tecniche di ripresa non banali si abbinavano contenuti forti con la presenza di David Harvey e Stuart Hall.
Ma stiamo parlando di intellettuali di spessore e non di mandriani e buoi.

Torniamo alla foto;  ancora al centro sotto al grande video e diciamo davanti a noi due palchi con una sequenza ordinata di statuette inginocchiate, sfondate in certi punti a rivelarne il vuoto interno.

Anche questo è un soggetto usurato e replicato più volte da vari artisti . L’esempio più antico è quello di Magdalena Abakanowicz che ha lavorato tutta la vita su questo.
Si direbbe , che oltre ai temi da finto impegno sociale, la retorica del vuoto ossessiona questi artisti che forse hanno problemi a muoversi nel pieno delle cose dove bisogna arrischiarsi a fare delle scelte impegnative.

Quindi ci si affida allo stucchevole dell’imponderabile e dell’assenza di senso che però probabilmente maschera l’assenza di idee.
A destra delle due schiere di statuette, vicino al bordo della foto si vede un’altra opera, di un altro autore, sulla falsariga, con una sagoma nera vagamente umanoide disposta su un piedestallo.

Non ricordo se è in catrame o simili: ho controllato sul catalogo, che è fatto da cani e non specifica il materiale.

Nelle didascalie in mostra mi sembra che si diceva che si tratta di una colata che è stata fatta riempendo una buca stradale e che quindi è la versione solidificata del vuoto interno di questa.
Magdalena Abakanowicz è nata nel 1930 ed è polacca: era una bambina quando ha vissuto la seconda guerra mondiale e i suoi lavori trasudano i drammi di un’epoca tragica ed è una rappresentante dell’esistenzialismo scultoreo del 900.
Qui abbiamo i bambini che usano i materiali a caso.

Sulla destra si nota un separè verde a strisce pendenti .


Anche qui deja vu, dato che viene in mente immediatamente Felix Gonzales Torres, che usò spesso questi separè in varie versioni : artista piuttosto sovrastimato (ebbe un padiglione USA alla Biennale di Venezia) ma che rimane conosciuto per le sue semplici installazioni caricate di pathos per i discreti e delicati riferimenti al dramma dell’AIDS, dal quale l’artista fu colpito e ucciso. Forse è ovvio aggiungere che il separè in Gonzales Torres è connesso con l’emblema della “porta”?
Nel caso di questo artista italiano lo stesso elemento non riesce ad avere questo genere di connotazioni e reca anzi, qua e là, degli inserti pop da videogiochi sul modello di Matt Mullican , artista minore recentemente resuscitato da una grande mostra in Italia. Ma Mullican lavora su queste cose da prima che i computer divenissero un fenomeno di massa.

Passando alla foto con la schiera di statuette in primo piano si riesce a vedere la parete destra della sala e anche qui si notano cose di prammatica.

Sulla parte di parete direzionata verso il margine destro dell’immagine si vede una composizione ordinata di foto a colori disposte come moduli.
Si tratta di viste paesaggistiche che sembrano scattate secondo un ordine casuale e ogni tanto qualche foto è trattata con Photoshop.

A parte l’uso del colore e l’intervento in definitiva irrilevante del software grafico, la freddezza delle immagini, la modularità della composizione e la casualità dei soggetti rimandono a tanta arte fotografica realizzata tra la fine degli anni 60 e inizio 70.

L’esempio forse più lontano è quello di Douglas Huebler che stabiliva una procedura arbitraria per scattare foto a caso, in varie condizioni predeterminate.

E cose simili le avevano fatte Jochem Gerz e anche il nostro Renato Mambor.

Ma anche i pannelli espositivi di On Kawara potrebbero rientrare in questa casistica . Il filo comune era il modo impersonale di fotografare, impersonale poi anche nell’esposizione in mostra delle foto stampate su carta.

Cose così si continuano a vedere (purtroppo) in tante mostre e negli anni recenti si à tentato di rinnovare il genere con contenuti storici e sociali.
Sta di fatto che questo lavoro in mostra richiama queste vecchie esperienze ma vi manca completamente l’intento esplorativo che gli si poteva accreditare agli inizi.

(continua)

Walter Bortolossi

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