A proposito del MAC (Museo d’Arte Contemporanea di Cagliari)…

A proposito del MAC (Museo d’Arte Contemporanea di Cagliari)

MAC? Un salto indietro nel tempo!

e nella speranza di poter condividere presto il pensiero di chi ha avuto, o ha tutt’oggi, un ruolo politico nella progettazione culturale della città, ho piacere di riproporre, dandole maggiore evidenza, la testimonianza di Maria Paola Zedda (Coordinatrice Artistica di Cagliari Città Europea della Cultura 2015), per chi l’avesse persa nel labirinto dei passati interventi (vedi foto).

Ho già avuto modo di dichiarare il mio apprezzamento per le parole di Maria Paola.

Ma ricordo anche quando solo due anni fa l’ex assessore alla cultura di Cagliari, Enrica Puggioni, in occasione di un bilancio delle attività svolte nel corso delle manifestazione di Cagliari Città Europea della Cultura, inscriveva proprio il MAC tra i presidii dedicati al contemporaneo, manifestando al contempo un certo scetticismo rispetto all’impostazione attrattiva del modello Betile.

E questo soprattutto in nome di una presunta differenza di Cagliari – siamo sempre diversi! – rispetto ad altre città europee, nonché per una politica culturale basata su un tema oggi piuttosto sentito, e che rispetto moltissimo, come la valorizzazione dell’originalità insita nell’essere periferici.

Rispetto alle questioni del contemporaneo, il problema è che tra l’indubbia capacità attrattiva del modello Betile e lo sperimentalismo che caratterizza la cultura del periferico, l’attuale progetto MAC si posiziona a mio avviso solo nel deserto del provincialismo.

Troppo modesto per rispondere alla sempre più crescente vocazione internazionale della città, troppo ingessato per alimentare una qualsiasi spinta innovativa.

#questoMACnonapramai

Fabio Acca


Perdonerai il silenzio ma non sono molto attiva su Facebook e – devo confessarlo a costo di suonare anacronistica e poco contemporanea – non lo so usare come strumento e luogo per un dibattito che peraltro considero molto interessante.

Questo è un mio limite e me ne scuso.

Ci terrei però a sottolineare alcuni punti: durante il mio mandato come assessore abbiamo ricondotto alla gestione interna Palazzo di Città per renderlo uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo, e come ricorderai proprio lì dopo oltre 10 anni di giacenza nei depositi è stata esposta di nuovo la collezione di arte contemporanea Ugo Ugo e dove si è tenuta una grande personale su Maria Lai.

La Galleria, con il programma Mondi Possibili il museo nel tessuto urbano prima e durante l’anno della Capitale italiana della cultura poi, è diventata uno spazio di produzione e incrocio/contaminazione di linguaggi, segni, significati.

Abbiamo infranto il concetto quasi liturgico e ieratico di spazio espositivo e di rappresentazione aprendo i presidi fisici ai territori, alle comunità, tracciando inedite relazioni tra lo spazio aperto e quello chiuso, tra la piazza e il museo.

Le scuole, le biblioteche, i mercati, i luoghi normalmente disabitati dalla cultura, le “periferie”, le case, i tetti….sono diventati sede di produzione artistica e ne è venuta fuori una geografia urbana diversa capace di sovvertire l’idea stessa di confine, di rendere le frontiere soglie da attraversare e abitare.

Sono stati tanti i progetti e non li voglio citare perché non voglio incorrere nel rischio di far apparire un processo una mera elencazione di eventi. Voglio anche ricordare che Abbiamo riqualificato gli ex Grottoni: il Cartec, inaugurato con l’esito di una residenza artistica di Maria Papadimitrou, ha ospitato diverse performance e installazioni sperimentali.

Quanto al Betile non ricordo a quale discussione tu ti riferisca.

Il Betile era un progetto molto bello, colpevolmente definanziato dopo l’era Soru e non era certo possibile per il Comune dare vita al progetto senza la Regione.

Un progetto che peraltro si inseriva nel solco ben più ampio di una ambiziosa pianificazione territoriale che aveva come obiettivo la riqualificazione del quartiere di Sant’Elia (obiettivo, questo sì, pienamente preso in carico dall’amministrazione comunale ).

Posso aver detto che forse bisognava iniziare a cambiare paradigma e dare al museo un ruolo non di mero attrattore quanto di attivatore di processi di contaminazione urbana, di coinvolgimento attivo delle Comunità di centro di produzione e sperimentazione, di agora aperta….,   se si legge il Documento di Cultural Policy non si fa cenno al Mac e non so quindi a quale report tu ti riferisca.

In quel documento invece vi è una precisa indicazione del ruolo che i linguaggi contemporanei possono e devono avere nella riscrittura partecipata delle geografie urbane.

Nei vari progetti presentati per la Capitale europea della cultura e per la capitale italiana grande spazio viene dato alla riconsiderazione radicale degli spazi della cultura quale centri (non egemonici) di un sistema policentrico diffuso capace di determinare inedite centralità riscoprendo la marginalità come valore, come luogo di sperimentazione e produzione di nuovi modelli che sappiano coniugare diversità culturale e protagonismo sociale, locale e globale e di ricucire sentieri troppo a lungo interrotti.

Più che parlare del Mac (di cui conosco solo il progetto di riqualificazione e di recupero strutturale), perché non parliamo del ruolo che i musei civici devono e possono avere oggi?

I linguaggi che li abitano vengono dopo, nell’ambito di un processo finalizzato a generare socialità conoscenza e appartenenza nelle comunità, a ridare voce e rappresentanza, a contrastare la povertà educativa, a produrre, per dirla con Dolozel, “heterocosmica”.

Enrica Puggioni

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