Abana: Un mese d’Accademia Occupata

Un mese di occupazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli
Oggi, 23 marzo 2021, l’occupazione dell’Accademia di Belle Arti di Napoli compie un mese.
Queste settimane di condivisione e scambio, di ripresa di attività artistiche, laboratoriali e politiche, hanno avuto come scopo quello di gettare una posizione critica nella realtà della gestione politica della pandemia a partire dai nostri corpi che, sfondati gli schermi in cui erano imprigionati, si sono riappropriati degli spazi che sono di loro diritto.
Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci, dal primo giorno abbiamo fatto attenzione alla sicurezza attraverso un servizio d’ordine autogestito, abbiamo fornito di tasca nostra igienizzanti, mascherine a studenti e tamponi a rotazione per chi dormiva in Accademia.
Ad oggi non c’è stato nessun caso di Covid-19, e questa è la dimostrazione che, nonostante il governo tratti il libero cittadini come un bambino incosciente da sorvegliare e punire, l’autogestione, l’autogoverno e la responsabilità sono possibili.
Sebbene inizialmente avessimo scelto come interlocutori politici il nostro direttore Renato Lori e il nostro presidente Giulio Baffi, in questo mese abbiamo maturato che le nostre rivendicazioni sono di ordine diverso: generiche e specifiche, esistenziali e politiche, culturali ed economiche, relative al governo, al MIUR, all’AFAM e relative alla gestione del nostro istituto.
Abbiamo maturato uno sguardo che potesse inquadrare sia la precarietà della nostra Accademia, sia il lavoro, la cultura e la formazione più in generale e anche al di là dell’emergenza sanitaria.
In questo paese, lavoro, cultura e formazione erano già in un processo di smantellamento, poi estremamente velocizzato dalla pandemia che non ha fatto che sottrarre e soffocare quel poco che a fatica ancora resisteva (cinema e teatri indipendenti, collettivi studenteschi, piccole case editrici, piccole librerie ecc.); noi non vogliamo tornare alla normalità: la normalità era il problema.
Lo ripeteremo fino al parossismo, perché a quanto pare non tutti ne capiscono la gravità, ma è passato più di un anno da quando ci è stato impossibilitato il diritto di formarci – e non solo come studenti, ma come società tutta – e ad oggi non si riesce ad intravedere una soluzione all’orizzonte.
Quanto ancora potremmo vivere così aspettando il miracolo?
Due, tre, cinque anni?
Quanto vale un anno della nostra vita?
Così poco da non produrre neanche un pensiero critico e una lotta sulla gestione politica della pandemia?
Quando diverse settimane fa, tra noi del collettivo, ci siamo guardati negli occhi per decidere cosa fare, abbiamo deciso di occupare per rompere quelle narrazioni dominanti che stanno – neanche troppo lentamente – cancellando anche il ricordo della possibilità di fare arte, politica e di esprimerci come corpi vivi in uno spazio condiviso, in una comunità.
Siamo ormai abituati a quella narrazione per cui è colpa “tua” e dei “tuoi” comportamenti irresponsabili se i contagi aumentano e se la pandemia esiste.
Sembra che ci siamo assuefatti a questa allucinazione schizofrenica, a questo bias cognitivo generalizzato, e che non riusciamo a vedere in questa narrazione la strategia usata dal potere per deresponsabilizzarsi, per mascherare la propria incapacità e la propria colpa autoassolvendosi e scaricando il barile su chi questa situazione la subisce, spesso senza neanche la sicurezza di portare un piatto a tavola, di mantenere un lavoro, di poter vivere nella propria casa in sicurezza o di preservare la salute mentale necessaria per continuare il proprio percorso di studio.
In altre parole, “quando il saggio guarda la luna lo stolto guarda il dito”: ci si è accaniti sui comportamenti dei singoli (aperitivi, movida, passeggiate sul lungomare) per nascondere le cause e i veri responsabili di questa situazione, che vanno dalle problematiche sulla questione ecologica alle riforme della politica neoliberista che hanno distrutto sanità, trasporti, istruzione pubblica ecc.
Questo tipo di narrazione ha permesso che dilagasse l’idea per cui solo la produttività è necessaria: ci si può spostare sempre per motivi di lavoro, e spesso per un lavoro precario, le fabbriche possono lavorare con deroghe speciali (come in Lombardia a marzo 2020) ma teatri, cinema e musei, luoghi sicuramente più gestibili hanno subito chiusure immotivate e irrazionali.
Tutto ciò che non è strettamente produttivo, che va dal diritto a formarsi come spettatore in un teatro, in un’università, ma anche al diritto di stare insieme per divertirsi (sì, anche il divertimento e l’amore sono fondamentali per la nostra salute) non solo viene percepito come non necessario, ma viene duramente condannato da politici e media, producendo da un lato un patetico eroismo patriottico “restocasista” e dall’altro un diffuso senso di colpa repressivo di tutto quel ventaglio di desideri fondamentali per una piena autoespressione di sé e della collettività.
Con la nostra occupazione in Accademia abbiamo chiesto una serie di punti, sicuramente piccoli e risolvibili nell’immediato, non così tanto significativi rispetto ad una rivendicazione economica (dovremmo chiedere sussidi, welfare, istruzione gratuita), per riguadagnare un pezzo di reale che ci permettesse in piena sicurezza di tornare a condividere uno spazio di scambio.
Direttore e presidente si sono dimostrati non solo degli interlocutori politicamente indifferenti, sensibili solo di facciata e profondamente incapaci – dopo il primo giorno non solo non sono mai venuti in Accademia, ci hanno intimiditi con minacce di sgombero e hanno strumentalizzato la consulta per metterci  studenti contro – ma hanno delegato alla digos il dialogo con noi, venendo completamente meno alla loro responsabilità istituzionale.
Lo sapevamo prima di occupare?
Forse sì, ma ci aspettavamo che dopo l’anno scorso, in cui è emerso pubblicamente che ad un docente sia stato permesso di compiere abusi e molestie per dieci anni, l’atteggiamento della direzione e dei docenti avesse potuto prendere un’altra piega.
Se non è stato così, ciò dimostra che i nostri dubbi su questo posto e la nostra azione, un’azione democratica, ma forte e mirata a mettere pressione, siano pienamente leciti.
Ora, le minacce di sgombero non ci fanno paura, l’assenza di un dialogo con chi dovrebbe rispondere allo studente non ci scoraggia.
La nostra non è una lotta che riguarda solo l’Accademia: la nostra è una lotta che vuole rispondere e vuole integrarsi a percorsi più ampi, preesistenti e, ci si augura, futuri.
Una settimana fa siamo intervenuti all’assemblea dell’Odéon occupato di Parigi: in Francia, ad oggi, ci sono almeno sessanta teatri occupati ed attualmente, in Italia, quello dell’Accademia di Napoli è il primo e, per ora, l’unico; in questa occupazione abbiamo sviluppato relazioni con diversi movimenti politici della città, nonostante qualcuno dall’esterno ci abbia giudicati come un piccolo gruppo isolato di studenti fanatici, la realtà è che siamo stati appoggiati da moltissime persone: studenti, attivisti, artisti e lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che hanno e continuano ad attraversare questo spazio portando il loro contributo alla nostra azione.
Attraverso lo scambio quotidiano con tutte queste realtà, abbiamo potuto toccare con mano il fatto che lockdown, zona rossa, chiusure e D.A.D. non sono dispositivi neutri e che la gestione della pandemia sui nostri corpi è una questione di privilegio che va a colpire tutte le fragilità: fisiche e psichiche, e in senso più ampio di classe, di razza e di genere.
Con il passare dei giorni ci è sembrato sempre più chiaro che l’atto di occupare, l’atto di creare uno spazio permanente autonomo, andasse da un lato a mettere pressioni sull’istituto, ma dall’altro, forse quello più importante, servisse a costruire un contesto in cui ri-significare le nostre fragilità esternalizzandole, tirandole fuori dal solipsismo depressivo di quest’anno di isolamento per tornare a sentirci corpi vivi, entusiasti, capaci di esprimersi e di organizzarsi.
I nostri quattro punti irrevocabili (riapertura del cortile, aula autogestita, aule studio e riapertura della biblioteca) hanno lo scopo di permettere a chiunque voglia di attraversare questo spazio della formazione; solo all’interno di uno spazio condiviso, di scambio e di confronto possono venire a crearsi quelle condizioni necessarie tanto allo sviluppo di un reale pensiero critico e di una lotta, quanto alla ripresa di tutte quelle attività, artistiche e non, relative alla gioia di esprimersi e al mantenimento della salute mentale.
Il direttore si è rifiutato di parlare con noi dopo essere venuto a conoscenza del fatto che avessimo aperto il teatro, dicendo che non avrebbe trattato con chi gli ha sfondato la porta di casa (assurdo, ma citiamo testuale).
Questa dichiarazione rappresenta alla perfezione il livello culturale di chi gestisce questo posto ed è da un altro punto di vista una minaccia.
Nel momento in cui il direttore sceglie di venire meno alla comunicazione con noi è chiaro che i nostri unici interlocutori resteranno le forze dell’ordine.
Noi sappiamo di star lottando per qualcosa di giusto, questa è una convinzione incontrovertibile e da qui non ce ne andremo.
Oltre a tutto ciò che è già stato detto, la nostra motivazione viene anche dal fatto che siamo entrati in contatto con altre realtà studentesche che hanno espresso curiosità, solidarietà e appoggiano questo modello di lotta.
Possiamo dire a tutti gli studenti che ci seguono che alla fine di questo mese, guardandoci indietro, i risultati ottenuti sono molti, in primis quello di costruire attraverso l’autogestione quella formazione per cui noi e le nostre famiglie hanno pagato spesso con duri sacrifici.
Siamo convinti che questo sia il momento giusto per espandere il movimento, per costruire rivendicazioni e per tornare ad occupare gli spazi che sono nostri di diritto.
Ci auguriamo che l’esperienza di questa occupazione possa contribuire allo scatenarsi di una resistenza più ampia che coinvolga le accademie e le università in tutta Italia.
Solo attraverso la mobilitazione e una lotta organizzata dal basso si può rompere quell’indifferenza della politica che non solo ha cancellato il nostro futuro, ma che ormai ha cancellato anche il nostro presente.
Noi vogliamo tutto e lo vogliamo subito.
Collettivo Studentesco Abana
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