Abbiamo smarrito l’altro

C’è una differenza fondamentale fra l’antinatalismo antico e quello contemporaneo.

L’abisso non è nella dottrina, ma nella sensibilità che lo genera.

L’antinatalismo antico provava una profonda pena per il futuro nascituro: l’idea di consegnare un innocente alla fame, alla malattia, alla violenza e infine alla morte creava una pietà così straziante nei già nati, da preferire non propagare la vita per non essere moralmente responsabili di una tale atrocità nei confronti dell’altro. 

Al contrario nell’antinatalismo contemporaneo l’accento è posto sul già nato, non sul possibile nascituro: un nuovo essere umano aumenterebbe il male morale presente sulla terra, consumerebbe risorse in via di esaurimento, aumenterebbe l’inquinamento creando ulteriore sofferenza alla Madre terra, sarebbe responsabile dello stato di subalternità della donna/madre.

La futura sofferenza del non nato scompare, o rimane -in alcuni casi- come mero artificio retorico, la vera vittima è il già nato, che sente ogni possibile nuova vita umana come un attacco alla sua libertà, alla sua salute, al suo diritto al consumo.

Questo abisso di sentire pone l’antinatalismo contemporaneo come la versione più cupa e suicidiaria del neoliberismo: il fulcro dell’universo è il soggetto e il suo sentire, fuori da esso il mondo non è che schiavitù, violenza, lotta feroce per risorse in via d’esaurimento.

L’idea esista l’altro, così come la pietà verso la sua sofferenza, si è completamente smarrita.

Federico Leo Renzi

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