ACHILLE LAURO “IO SONO AMLETO”

ACHILLE LAURO “IO SONO AMLETO” O L’APOLOGIA DELLE MASCHERE DEL NULLA

Sentenza lapidaria: libro scritto molto bene, grafica e impaginazione di qualità, tematicamente interessante e ideato con una precisa (e potenzialmente) vincente idea di come creare uno storytelling per un vasto pubblico intorno al cantante romano.

C’è solo un problema: il libro vorrebbe essere su Achille Lauro, ma in realtà è sull’immagine con cui il Vasco Rossi capitolino vorrebbe essere percepito (e venduto).

Il libro è un’apologia di 250 pagine in cui il nostro viene paragonato a Cristo, Rimbaud, Van Gogh, Jim Morrison, Pasolini e più modestamente al Blasco nazionale.

Ciò che brilla nel libro è l’assenza di nomi, d’influenze artistiche credibili, della scena hip hop e trap nazionale e internazionale.

Lauro si muove in un nulla cosmico artistico-culturale-sociale dove esistono lui, Marracash (il suo talent scout), Coez (che l’ha lanciato), Bass Doms (il suo beat maker) e menzionato in una riga il buon Noyz Narcos. Stop.

Allo stesso modo nel libro geograficamente e socialmente esiste un solo luogo: Roma, o meglio il Municipio III e i quartieri limitrofi.

Brillano per assenza le menzioni ai trapper Usa come Travis Scott, Young Thug, ecc che nelle interviste pre libro citava come determinanti per le sue sonorità e scelte testuali.

La curatrice (e ghost writter) Marta Boggione è un’ottima scrittrice e si vede: citazioni e parafrasi dei poeti maudit maneggiate fluentemente, riferimenti a Rilke e Goethe, cinema e arti visuali d’avanguardia presenti in abbondanza.

Il problema è che lei vorrebbe far credere al lettore sia Lauro l’autore del libro, e lei una mera editor e correttrice di bozze.

L’improponibilità di questa finzione è evidente dove si accosti la prosa del libro ai testi del (ex?) trapper romano: lo sbalzo di capacità di scrittura è talmente stridente da essere inquietante.

Questo è il giudizio sul libro, ma l’interessante sta altrove.

Il punto dell’operazione infatti è creare una nuova immagine al ragazzo romano, rimodellandola perché sia accettabile dall’intero mercato musicale italiano senza rinnegare le origini rap-trap dell’artista… e qui l’operazione si fa problematica.

La problematicità sta nel sovraccaricare Lauro di consapevolezza artistico-sociale, nel volerlo trasformare nell’enfant prodige maudit che riassume 30 anni di storia sociale e musicale nella sua opera.

Boss dello spaccio di quartiere dal cuore d’oro, poeta d’avanguardia, pensatore post-politico, narratore delle periferie, erede della liberazione anni 60-70′, cristiano senza chiesa, critico del maschilismo, imprenditore etico, apologeta dell’amore vero (?), demolitore delle logiche di notorietà social e alfiere di un ritorno alla musica vera, vissuta, del rapporto autentico con il pubblico.

Tutto questo (e molto altro) avrebbe portato avanti Lauro, in alcuni casi anticipando in altri casi brillando per la sua unicità nel panorama nazionale e internazionale (in un gustoso passaggio dice di aver anticipato di due anni un peso massimo come Drake). E’ proprio questo accatastare idee, valori, riferimenti politico-sociali-messianici tutti assieme in 250 pagine ad annullarli fino a renderli maschere intercambiabili a seconda del target di riferimento del singolo album (o addirittura del singolo brano).

Il trap e le sue logiche qui non vengono superate, ma tentando di essere negate si realizzano giungendo ad un parossismo eccessivo perfino per il genere: tutti i valori che il trap nega vengono recuperati di forza, messi uno accanto all’altro senza essere spiegati o collegati, e utilizzati per vendere un unico artista, che ne rappresenta la realizzazione e il culmine.

In questo Lauro porta in Italia certe suggestioni concettuali di trapper bianchi USA come Lil Pump e Lil Peep, in cui l’egocentrismo anarco messianico è talmente marcato da diventare il marchio di fabbrica estetico-testuale.

La domanda a questo punto è: Il ragazzo può reggere questa operazione? Ma soprattutto: ne avevamo bisogno?

Ad entrambe risponderà il tempo, per ora ciò abbiamo è un buon libro, molte idee potenzialmente vincenti di marketing, una manciata di album tra il discreto e il carino.

Data l’incertezza del mercato discografico e il tentativo dei trapper italici di smarcarsi (in modi diversi) dal loro recentissimo passato, forse l’operazione è meno azzardata di quanto sembri.

Federico Leo Renzi

 

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