Addetti ai lavori a Km. zero?

 

“Il commercio è nella sua essenza satanico.

– Il commercio è il prestato – reso, ovvero il prestito con il sottinteso: Rendimi di più di quanto ti do.

– Lo spirito di ogni commerciante è completamente viziato.

– Il commercio è natura, dunque è infame.

– Il meno infame di tutti i commercianti è quello che dice: “Siamo virtuosi per guadagnare molto di più degli stupidi viziosi.

– Per il commerciante, l’onestà stessa è una speculazione a scopo di lucro.

– Il commercio è satanico perché è una delle forme dell’egoismo: la più bassa e la più vile”.

 C.Baudelaire “Il mio cuore messo a nudo”.

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Gli “addetti ai lavori” non possono ignorare il legame, che esiste tra la mobilità economica sovrastimata dell’arte contemporanea e il potere delle banche, tutti i paesi sono coinvolti, anche l’Italia nella rincorsa con i suoi Musei d’arte contemporanea a carico del contribuente.

Lo si voglia o no, anche l’ascesa della Cina nell’economia globale, con i suoi artisti alla occidentale, ha aumentato le diseguaglianze tra gli artisti di mainstream e gli outsider.

Questa evoluzione del sistema dell’arte contemporanea, ha indebolito il settore del pubblico e della libera ricerca artistica e didattica dell’arte; in altre parole non si discutono i Musei d’arte contemporanea, ma la scuola pubblica, come se la scuola pubblica fosse un cattivo investimento, incapace di rappresentarsi come contemporanea nel campo della ricerca artistica, ma è vero?

E’ vero che la ricerca artistica e i linguaggi contemporanei dell’arte, appartengono sempre meno al ceto medio?

L’evoluzione del sistema capitalistico dell’arte contemporanea con le sue quotazioni, ha evidentemente indebolito la diffusione pratica dei linguaggi artistici.

Le banche contano più dei governi, come le gallerie e i musei d’arte contemporanea contano più di Enti e istituzioni pubbliche, è possibile?

Siti d’arte contemporanea e riviste d’arte specializzata, non fanno arte che creare rumors, confondono e distraggono, allontanandoci dal vero linguaggio dell’arte.

La macropolitica e gli addetti ai lavori dell’arte contemporanea, sono controllati dai poteri forti, nel senso che a essi si allineano per tirare a campare, l’opinione pubblica, invece, non è mai stata come oggi, attraverso l’uso e l’utilizzo dei social network, immersa nella contemporaneità dei linguaggi dell’arte.

Questo è il reale fallimento delle politiche culturali e artistiche che il sistema economico globalizzato impone, questo è quello che induce gli sciami di rete, che si occupano di linguaggi artistici contemporanei, a cercare altre e diverse soluzioni.

Come nei primi trent’anni del secolo scorso, il cambiamento c’è, ma la sua origine è fuori dal sistema tradizionale.

Non esiste arte o linguaggio artistico che non abbia tentato di padroneggiare intellettualmente il mondo nel quale si formula; non esiste artista che non abbia una sua costruzione dell’immagine dell’uomo per uso e consumo personale, che non abbia una immagine dei rapporti inter-umana, della natura e dei rapporti tra uomo e natura.

Il linguaggio dell’artista erroneamente si crede venga mosso dal desiderio di conoscere, muove in realtà dall’esigenza di riconoscersi in una immagine.

Gli artisti e gli spettatori che ricevono e donano visioni, non desiderano conoscere il mondo, ma riconoscersi in esso, questo spinge in genere il linguaggio dell’arte a accettare frontiere e sicurezze totalitarie di mondi chiusi,  questo spinge i linguaggi dell’arte e certi artisti, e non una reale interazione linguistica, verso l’errore, verso verità parziali e provvisorie; l’egotismo d’artista allontana il linguaggio dell’arte dall’essere scienza condivisa.

 Idealmente gli artisti si dovrebbero svincolare dal “critichese” imposto e da quelle espressioni convenzionali del relativismo comune che ghettizzano i linguaggi dell’arte (“sono generi diversi” o “sono linguaggi artistici differenti”), in questa maniera si determinano “apartheid” del linguaggio che non si integra, interagisce e diffonde.

La realtà è che oggi il problema dell’artista sta nella fatica e difficoltà a pensare al rapporto con lo spazio, vive immerso in grandi spazi economici e aggregati politici, forte e complice di come capitale e  multinazionali abbiano abbattuto frontiere e incredibilmente accetta la crescita esponenziale di musei locali, che fanno riferimento ad “addetti ai lavori” locali e artistici che rivendicano il loro lavoro altamente professionale a km. zero nel mondo dei km. ridotti dai media.

Questo non è il tempo della crisi dell’identità d’artista (che anzi è inflazionata e in ogni dove), questo è il tempo della reale e irreversibile crisi degli spazi preposti all’arte che non hanno più funzione d’essere (se non nella forma di laboratori didattici) e della conseguente crisi dell’alterità, lo spettatore è stato cancellato e bannato dalla determinazione del fatto artistico.

Non riuscendo a pensare all’altro si è creata la figura del dilettante e dell’ignorante, colui che non sa e non capisce.

 L’arte come linguaggio in questo momento storico è schiantata dall’eccesso degli eventi, delle immagini e dall’eccesso dell’individualizzazione che di fatto hanno affossato le cosmologie collettive.

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