ADDETTI AI LAVORI NEMICI DELLA PARTECIPAZIONE COMUNE

ADDETTI AI LAVORI NEMICI DELLA PARTECIPAZIONE COMUNE

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L’attuale crisi del sistema dell’arte contemporanea è in parte da imputare ad i media specializzati, che anche quando diffondono contenuti on line, sembrano incapaci di adattarsi al mondo mediatico di questo secolo al traino dell’economia dei media integrati.

Gli “addetti ai lavori”, trincerati nei media specializzati, si sono rivelati incapaci di determinare un modello economico della diffusione dell’arte contemporanea etico e giusto.

C’è stata l’assoluta incapacità ad analizzare la crisi che attraversa l’informazione specializzata dell’arte contemporanea, alla cieca si continua a vivere prigionieri delle illusioni culturali (e di mercato) alimentate dal secolo passato.

Di fatto la libera circolazione e condivisione dei linguaggi dell’arte sta uccidendo la critica specializzata e la sua intermediazione, nella pratica gli addetti ai lavori vivono a carico del contribuente e si autopromuovono attraverso la pubblicità sui media specializzati.

I Media specializzati si muovono “sotto controllo”, più che specializzati sono mercificati dalle loro forme di finanziamento pubblicitario, finanziamento pubblicitario spesso pubblico e politico destinato ad estinguersi.

La pubblicità non è più in grado di sostenere le speculazioni del mercato pubblicitario, il futuro del mercato pubblicitario passerà per Google e Facebook ed all’editoria specializzata ed il giornalismo a carico del contribuente ed a tutela dell’investitore politico sono destinate a restare le briciole.

Il sistema dell’arte del secolo scorso, si reggeva sulla diffusione dei media di massa, con costi di produzione molto alti, quello di questo secolo sulla condivisione dell’informazione del processo artistico, processo che può generarsi dovunque in autonomia, sfuggendo alla sua permanente contrazione  e manipolazione.

Che in questo secolo ci sia stato un crollo di partecipazione nella condivisione e comprensione dei processi del fare arte contemporanea a Cagliari e nell’Isola è un fatto.

Questo è coinciso con un crollo di partecipazione in tutti i settori, quanto è calata la partecipazione politica e la percentuale  dei votanti?

Questo è in tutti i settori il secolo della crisi della partecipazione e della condivisione, come è accaduto?

Se uno dei motivi fosse l’incapacità di narrare, raccontare ed informare nel nome dell’interesse del posizionamento di mercato?

Quando collaboravo con Flash Art, ma anche quando animavo la comunità di Exib Art all’inizio di questo secolo, marcavo l’accento su come si stesse immiserendo la qualità di informazione da parte degli “addetti ai lavori” e come ci si muovesse soltanto su di una dimensione informativa protetta dal mercato, ovvio che la scarsa informazione crea la scarsa comprensione e la diserzione.

Nel frattempo gli “addetti ai lavori” e le piattaforme specializzate d’arte contemporanea hanno manifestato tutta la loro incapacità a capitalizzare l’audience digitale, ExibArt ed Artribune hanno difficoltà nonostante il pagamento tramite “abbonato digitale” o utente, Artribune si muove su un tariffario a pagamento nella sua versione su carta noncurante della mancanza di un reale feedback digitale, non uscirà certamente in questa maniera l’editoria specializzata dalla crisi di partecipazione, non basta il numero degli utenti on line ed il fake Luca Rossi, la partecipazione on line non è monetizzazione pubblicitaria reale, il vero problema è la qualità dell’informazione e questo ha poco a che vedere con la lettura fuggevole da uno smartphone o tablet da parte di milioni d’internauti frettolosi.

Questo tipo d’approccio economico dell’informazione specializzata, che al momento monetizza soltanto attraverso la pubblicità, come storicamente ha fatto Flash Art prima e fa oggi Inside Art, materializza “prostituzione”  e pone seri problemi di partecipazione democratica nei confronti della partecipazione comunitaria all’arte come linguaggio.

Certo il collezionista, investitore, mecenate privato, porta un minimo di respiro all’editoria specializzata ed agli intermediari dei processi pratici del fare arte contemporanea, ma non può essere certo la visione di uno sviluppo di ricerca futura dei linguaggi dell’arte contemporanea.

L’arte è come la politica, è un bene pubblico, l’artista come un politico è un personaggio pubblico, non si può ridurre la sua produzione ad essere bene o investimento, l’informazione sull’arte non può essere lasciata interamente al finanziamento di mercato.

Questo è il motivo per cui a Cagliari e nell’isola serve sognare, serve pensare ad un diverso associazionismo che non premi lo zerbino migliore, che crei modelli di partecipazione e di condivisione dell’informazione che non si misuri attraverso il mercato della condivisione e dell’informazione che di fatto è imposizione.

Serve che il Comune e le istituzioni sappiano autodeterminare e produrre i propri artisti, a metà tra quello che fa una associazione ed una fondazione.

I processi dell’arte contemporanea nell’isola devono sapere andare oltre la legge di mercato, altrimenti si uccide la qualità e la specificità di un proprio prodotto culturale, si uccide l’indipendenza.

Le istituzioni pubbliche hanno un obbligo ed una responsabilità morale, quella di educare, formare e operare nella ricerca.

Il Comune di Cagliari deve fornire culturalmente ed artisticamente un servizio pubblico, è parte integrante della produzione dell’economia ed industria della conoscenza, non c’è più molto tempo, bisogna cominciare a lavorare per fare in modo che i residenti abbiano diritto di partecipazione e condivisione ai processi dell’arte e della cultura nella propria comunità, tornare a riprendere il controllo del proprio linguaggio e della propria specificità proiettandola nel futuro.

Condivisione del proprio capitale artistico e culturale, crowdfunding,  democrazia.

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