Addio grande Capitano Sanavio, guida, maestro e amico.

Addio grande Capitano Sanavio, guida, maestro e amico.

Il non poter venire a Roma per darti l’ultimo saluto mi fa davvero star male, da qui non posso far altro che ritirarmi in religioso silenzio di fronte all’Oceano che oggi ha lo stesso colore turchese dei tuoi occhi.

Non te l’ho mai detto… ma eri più figo del tuo sosia Spencer Tracy!

Lui era un attore, mentre tu non hai mai recitato.

Sei sempre stato in prima linea, sempre in trincea con il volto al sole e l’orecchio alla musica.

Quei democristianucci unti di gelatina, astiosi, inaciditi, venduti e rivenduti, ometti pidocchiosi, lillipuziani dell’intellighenzia manichea, tarzanelli del PD, traditori della vita e venditori di madri che per decenni ti hanno ostracizzato, sabotato e censurato non sono mai riusciti minimamente a piegarti o a scalfirti.

Ombre di un’ombra, sono e saranno per sempre irrilevanti.

Il nulla.

Il Novecento te lo sei bevuto e scazzottato per bene caro Piero, con la miglior compagnia: con Gobrowicz a Vence, con Dominique de Roux in giro per Parigi, con Ezra Pound (prima nel manicomio di Washington poi in Italia), con Ungaretti sbronzo come tuo testimone di nozze.

Le miserie di questa Italia ingrata le hai vissute e raccontate tutte, dagli impiccati in giro per le strade di Salò, alla sciocca frenesia del Dopoguerra, per passare agli Anni di Piombo sino alla scemocrazia attuale.

Il nostro incontro è stato un miracolo, ancora oggi non riesco a capacitarmi di tale fortuna.

Mi hai insegnato tutto quello che d’importante c’è da sapere su poesia e letteratura, ma soprattutto mi hai seguito nel delicato percorso di disapprendimento, di ricerca dell’essenziale, nell’arte e nella letteratura. Auguro a tutti un maestro come te.
Intanto ho novanta pagine di interviste e chiacchierate.

Sono le tue ultime riflessioni, le custodisco con amore in attesa di trovare modo e tempo per sistemarle.

Ora mi piace immaginare la tua salma messa al centro della grande sala in Via Arenula, i tulipani rossi da te tanto graditi, le finestre spalancate verso la tua dirimpettaia: la chiesa barocca di San Carlo ai Catinari.

Tra il tuo corpo inerme – trafitto solamente dal plumbeo sole romano – e la chiesa, c’è sempre quell’albero di limone, ti ci arrampicasti rompendoti una caviglia…

“Siamo luci.
Tutte le cose che Sono
sono luci.”

Così mi scrissi nella dedica… (Devo ancora renderti gli scatoloni di libri… e quel dannato volume di Isidore Isou!)

Buon viaggio Maestro, ben tornato nella grande luce.

Martino Cappai

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