Alessandro Melis: Cagliari porto franco dell’arte contemporanea.

Alessando, il pretesto è la collettiva “Plastika” presso la Fondazione Bartoli Felter, taglio curatoriale della collettiva a parte, la plastica è sempre stata elemento ricorrente della tua tensione e ricerca artistica, almeno da dieci anni a questa parte, cosa ti spinge in tale direzione di ricerca “plastica”? Scusa il gioco di parole ma era inevitabile…

 Come hai avuto modo di vedere sin dalle prime volte che ho utilizzato materiali plastici per la realizzazione di un lavoro l’aspetto che maggiormente ho preso in considerazione è stata la leggerezza del materiale e le possibilità che davano i singoli elementi plastici di essere applicati sulla tela.

Ciò mi dava anche la possibilità di comporre in singoli e di adattarli di volta in volta, o per meglio dire di plasmarli, al sentimento del momento, fino a al momento in cui sentivo che il lavoro era finito sebbene incompleto.

Successivamente mi sono reso conto di tutte le suggestioni che il materiale plastico evocava e dall’attrazione che suscitava, aspetto questo che non avevo considerato inizialmente.

Ora la ricerca continua sulla moltitudine degli elementi plastici e sulla forza del significante indipendentemente dal referente, che è un elemento che esamino, che però è secondario nel mio lavoro.

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“Ora la ricerca continua sulla moltitudine degli elementi plastici e sulla forza del significante indipendentemente dal referente, che è un elemento che esamino che però è secondario nel mio lavoro.”

La plastica è un materiale che dal punto di vista semiotico, compare nella storia umana con la rivoluzione industriale e l’esplosione dell’industria chimica, di fatto ha modificato e modificherà l’ambiente fino ad esserne elemento naturale?

Insomma possiamo immaginarla “organicamente” inserita nella nostra natura?

Non so quanta consapevolezza ci sia nel fatto che la plastica faccia parte del nostro presente o nel fatto che in fondo è una materia prima suscettibile di essere lavorata in tanti modi.

Penso che abbia sempre fatto parte dell’ambiente almeno come materia prima e che sia apparsa o comparsa come semilavorato o prodotto finito, o scarto, per l’attività dell’uomo cosi come si stanno affacciando alla nostra contemporaneità le macchine che per numero forse hanno superato gli esseri umani.

Elemento questo (la comparsa delle macchine o di alcune parti) che si vede nel lavoro di molti artisti contemporanei.

 

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“Non so quanta consapevolezza ci sia nel fatto che la plastica faccia parte del nostro presente o nel fatto che in fondo è una materia prima suscettibile di essere lavorata in tanti modi. Penso che abbia sempre fatto parte dell’ambiente almeno come materia prima e che sia apparsa o comparsa come semilavorato o prodotto finito, o scarto, per l’attività dell’uomo cosi come si stanno affacciando alla nostra contemporaneità le macchine che per numero forse hanno superato gli esseri umani.”

La tua ricerca vive ed abita Cagliari, quanta reale dialettica c’è a Cagliari tra artisti riguardo il senso della loro ricerca?

Pesa il fatto che non ci siano ancora una Accademia di Belle Arti ed un palazzo pubblico delle arti?

Quanto queste assenze di luoghi, contribuiscono a non rappresentare “plasticamente” l’isola ed i suoi linguaggi d’arte contemporanea davanti al turista?

Inizialmente la mia ricerca ha vissuto a Cagliari come luogo fisico ma posso dire che il mio girare intorno era anche altrove.

Cagliari era ed è un porto da cui partire per poi ritornare in attesa di nuove partenze, conoscenze, orizzonti.

Quando ne ho avuto le possibilità cosi è stato.

Era altro e il porto lasciava e lascia ampi spazi per l’immaginazione, per la solitudine immanente, per l’incertezza del confine, per il viaggio.

Sì, è verosimile che l’assenza di un’ Accademia di belle Arti o di un palazzo pubblico delle arti, o di altri luoghi, contribuiscano a non rappresentare “plasticamente” l’isola e i suoi linguaggi d’arte contemporanea.

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“Inizialmente la mia ricerca ha vissuto a Cagliari come luogo fisico ma posso dire che il mio girare intorno era anche altrove.” Cagliari era ed è un porto da cui partire per poi ritornare in attesa di nuove partenze, conoscenze, orizzonti. Quando ne ho avuto le possibilità cosi è stato. Era altro e il porto lasciava e lascia ampi spazi per l’immaginazione, per la solitudine immanente, per l’incertezza del confine, per il viaggio.

 

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