Allo Spazio nr.7 servono artisti con “Testa” #Mirabella

#testa #massimilianomirabella #LuigiAmbrosio #Spazionumerosette #MarioPesceafore
 
Il 9 Febbraio del 2019, inaugura lo Spazio nr.7, in Via G.B.Vico nr.7 a Caserta, curato e gestito dall’artista visivo Luigi Ambrosio.
Lo spazio nasce per fare il punto, su cosa siano diventati, nel loro percorso di crescita e maturazione, individuale e personale, i giovani artisti che animavano negli ultimi decenni del millennio scorso, la scena sistemica dell’arte contemporanea Napoletana, mettendo a soqquadro tutti quegli spazi d’arte contemporanea che progressivamente privatizzavano e deteroriavano l’idea dell’arte come processo (prima che progetto e prodotto) e come pubblica ricerca simbolica di senso (prima che investimento di mercato privato).
La posse nell’ambito questi oramai attempati artisti, si muovevano e operavano, si ritrovava nel brand comune “Mario Pesce a Fore”, nel nome del quale criticavano con ferocia semiotica il sistema privato dell’arte contemporanea; ma anche la progressiva privatizzazione delle Accademia di Belle Arti, che supinamente subivano e sposavano le logiche di un mercato dell’arte, l’Accademia di Napoli era ovviamente il bersaglio principale in tal senso, percepita come istituzione nepotica, che dequalificava l’arte come pubblica ricerca di senso e strumento d’indagine critica e storica per mettere a fuoco il presente.
 

Massimiliano Mirabella, “Testa”

 
L’artista con il quale Luigi Ambrosio ha deciso di cominciare questo percorso della memoria, da proiettare e consegnare al futuro, attraverso non cataloghi, ma social media e Big Data, per consentire a quella idea dell’arte all’epoca sociale di proiettarsi nel millennio dei social network è Massimiliano Mirabella.
Massimiliano Mirabella, che da quella esperienza collettiva ha attinto, e dalla quale ha costruito e sviluppato un universo simbolico che lo caratterizza e lo connota, nel panorama dell’arte contemporanea, come uno degli artisti più interessanti di quell’intera generazione.
Le direttrici vettoriali della sua poetica, si muovono nella direzione dell’indagine della profonda incomprensione che circonda il ruolo dell’artista contemporaneo nelle comunità nelle quali opera.
Indaga la necessità dell’artista di conoscere il lato bestiale dell’umano per attingere mitologicamente a una sensibilità che possa essere divina.
Per Mirabella l’artista contemporaneo vive chiuso in un labirinto poetico, nel quale viene mostrato e compreso al pubblico soltanto come effimero valore estetico.
Nella realtà il lavoro e il sentire di un artista come Massimiliano Mirabella è ideologico, connettere il proprio senso e la propria morale etica a una visione e un contenuto iconologicamente estetico, è nel suo caso un fatto politico.
Un fatto politico, e anche poetico, è quello d’autorappresentarsi come il Minotauro, un incrocio tra uomo e bestia, che cerca la complicità di Teseo per uscire dal labirinto e dal tormento della propria coscienza, ma Teseo quanta voglia ha realmente di conoscere e d’aiutarlo?
Quanta voglia ha realmente l’umano contemporaneo di conoscere il suo lato bestiale per tendere al suo lato divino?
Per razionalizzare e concettualizzare con coscienza il proprio lato istintuale e bestiale, serve testa, servono connessioni, servono cervelli plastici con neuroni e sinapsi che sappiano stimolarsi a vicenda; serve sapere leggere la propria esperienza di vita oltre il proprio brand, oltre il limite della narrazione della propria vita come se una vita fosse semplicemente il proprio avatar su Facebook o Instagram.
Necessario in questo millennio pensare a utilizzare la propria testa, non soltanto come qualcosa da utilizzare per un selfie, ma come strumento per andare oltre un’idea di linguaggio dell’arte che vada oltre l’estetica del selfie; per rappresentarsi mediante un autoritratto, non serve un applicazione, ma serve applicarsi.
Con il suo linguaggio dell’arte, quando si autoritrae come minotauro, Massimiliano Mirabella un selfie lo scatta alla propria anima, perché l’anima nella realtà è il linguaggio o la ricerca di un artista.
Quando un artista non ha un proprio linguaggio, non ha realmente un anima.
Quello che ci dice Mirabella in sintesi è che un artista per avere anima, deve avere prima di tutto testa.
Serve testa per elaborare un linguaggio che sappia essere stile e cifra stilistica in grado di distinguere e distinguerci tra la massa di spettatori acritici e attori non protagonisti che come sciami eterodiretti si muovono via social, perché non si evade dalla forma che ci imprigiona nel labirinto delle connessioni social, non si vive, ma si vegeta in un ambiente artificiale senza attingere alla vita.
Mario Pesce a Fore
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail