Amarcord di Giancarlo Politi

GIANCARLO POLITI IL TOGLIATTI DELL’ARTE CONTEMPORANEA IN ITALIA

Giancarlo Politi, fondatore della rivista “FLASH ART” é stato una delle colonne portanti dell’arte contemporanea italiana dagli anni 60 ad ancora oggi.

La sua rivista dopo le vicende pionieristiche degli inizi, che l’hanno vista costeggiare nascita e sviluppo di correnti postavanguardiste delle quali solo oggi forse si comincia a sentire il declino, è un esempio di genio italico che riesce ad esportarsi all’estero tanto che per anni , senza modestia, ha potuto fregiarsi del titolo di “rivista più influente del mondo dell’arte internazionale “ .
Io la conobbi da studente di Liceo nella seconda metá degli 70 quando , in uno scenario molto meno affollato di riviste, trovai in una libreria questo numero dedicato a Fluxus e a una lunga intervista a Jean Jacques Lebel.
La sintonia per me piú grande rimase forse quella degli anni 80 del Ritorno alla Pittura che mi diede la spinta definitiva a scegliere il campo per il quale ero in ogni caso nato.
Ma anche gli anni 90 furono, a riguardali bene, interessantissimi grazie anche al fatto che la scena artistica, indipendentemente dalla rivista, era piú feconda con autori di maggior spessore di quella di oggi .
Quello che è da dire però fuori dai denti è che Giancarlo Politi per un outsider come il sottoscritto ha sempre rappresentato una figura ambigua, una sorta di Giano bifronte di difficile interpretazione, capace di grandi generosità ( a quanto si sente) ma di altrettanto cinismo.

Con il tempo quelli che mi sembravano misteri si sono dipanati e in fondo in fondo i capisce che la sua morale molto semplice è “così va il mondo “ anche se il nostro sa declinare la cosa in modo certo non sempre banale.
Sulla sua rivista è passato di tutto ma non tutto: rivista di sistema con preferenza per i meccanismi di sistema e di simpatia per chi ci sa sguazzare, ha appoggiato cose egregie ma anche tante nefandezze.
Per cui Politi è il vero Togliatti dell’arte italiana: preservatore dell’ingranaggio ma muto di fronte a crimini atroci.
Malgrado questo , pur essendo una specie di genio del male riesce a a sprazzi a ribaltare il suo pragmatismo con improvvise imprevedibili uscite molto piú anticonvenzionali dei suoi più giovani proseliti.

Forse molti altri potrebbero fare altrettanto ma forse solo lui se lo può permettere , senza contare che conosce fatti e persone come penso pochi.
Quindi le sue quasi proverbiali risposte nella rubrica dei lettori, prima dell’era dei social networks, erano le pochissime occasioni per leggere sulle riviste d’arte qualcosa di fuori dal coro, anche se l’autore era il maestro corista per antonomasia.
In questi mesi, ormai dismesso un ruolo direttivo nella rivista, il nostro si è lasciato andare a una serie di posts autobiografici uno più interessanti dell’altro per gli aneddoti preziosi che ci regalano su personaggi e vicende che ha conosciuto nella sua lunga carriera.

Alcuni sono pubbicati sulla rivista ma tutti i posts veri e propri credo siano pubblicati sul sito della rivista, ma io li ricevo tramite le newsletter.
Cito una cosa divertente.
Un burlone gli ha scritto di essere quel tizio che ha colpito Marina Abramovic con un quadro e gli ha chiesto cosa ne pensava e se secondo lui aveva fatto bene.
Politi , accettando lo scherzo, gli ha detto che ha fatto bene perché la Marina se lo merita dato che si é un pò montata la testa e che il successo può trasformare in negativo le persone.

Se qualcun’altro avesse detto la stessa banale verità lo avrebbero crocifisso come un insensibile maschilista.
Ma state sicuri che schiere di leccaculo di vario tipo gli scriveranno anche questa volta per dirgli che dopotutto , pensandoci bene, lui ha ragione anche questa volta!
Ovviamente sono d’accordo con lui ma per dire le stesse cose, a parte alcune amiche intelligenti con senso dell’umorismo. alcuni e alcune mi hanno bannato.
Comunque , dopo le riflessioni che ho fatto recentemente sulla mostra del Mambo e della Fiera di Torino l’odierno post di Politi-Togliatti capita puntuale e ne condivido il primo pezzo, collegato al problema dei curatori, dei musei ecc. dove su dicono le stesse cose dette non solo da me.
Allego anche il pezzo dedicato a Israele von il quale mi sento in sintonia, per motivi personali che non starò a raccontare . Spesso capita di andare d’accordo con persone impensabili.

Walter Bortolossi

 

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giancarlo@flashartonline.com

Amnon Barzel e Enrico Pecci presso il cantiere del Centro Pecci, 1988.

Museo Pecci: Amnon Barzel, chi l’ha visto?

Ogni volta che si parla del Museo Pecci di Prato, non è mai affiorato il nome di Amnon Barzel.

Mi chiedo se per ignoranza o per la volontà di cancellare il nome del vero padre putativo del Pecci. Ebbene, per chi non lo sapesse, perchè non è stato testimone diretto oppure non ha mai conosciuto certi particolari (e saremo pochissimi ormai), Amnon Barzel è il Museo Pecci.

Il Pecci è stato pensato e voluto fortissimamente da Amnon Barzel, con la collaborazione determinante di Dani Karavan, influente artista israeliano che aveva studiato a Firenze e dove manteneva ottimi contatti con la comunità israeliana.

Perché posso dire questo?

In quegli anni durante la germinazione dell’idea di un museo a Prato, Amnon Barzel, con la sua compagna Batia Arowetti, abitavano in un piccolo appartamento che io avevo lasciato a loro in Piazza Aspromonte 1, a Milano. E quasi ogni giorno Amnon si recava a Firenze e Prato per incontrare Dani Karavan, Enrico Pecci (padre di Luigi morto giovane e a cui volle dedicare il Museo) e Giuliano Gori, che fu magna pars in questa vicenda. Io conobbi Barzel a Kassel, a Documenta 6, nel 1977. Poi Amnon al ritorno da Kassel per Tel Aviv, non so come mai, si fermò a Milano. Passò in redazione da me, allora in via Donatello 36, proponendomi alcune interviste che aveva realizzato con gli artisti presenti a Documenta 6. Decidemmo per un paio di interviste, mi pare Richard Serra e Vito Acconci che lui mi avrebbe inviato da Tel Aviv dopo averle sbobinate dal registratore. Interviste che invece non arrivarono mai.

Quella Documenta fu memorabile perché erano stati invitati 655 artisti con 2700 opere.

Credo tutto il panorama della creatività internazionale. Mai vista una mostra così ampia ma anche così densa. E così informativa. Era presente tutto lo schieramento dell’arte concettuale internazionale, del Post minimalismo, Land Art, Arte Povera ma anche Fluxus, molta poesia visiva (con il nostro Ugo Carrega, un po’ troppo frettolosamente accantonato) ma anche Lucio Fontana, Piero Manzoni, Federico Fellini, Luchino Visconti, la pittura analitica con i nostri Gianfranco Zappettini, Enzo Cacciola, Carmen Gloria Morales. Per non dimenticare Francis Bacon, Balthus, Renato Guttuso, Giacomo Manzù. Insomma c’erano tutti e forse di più. Però per chi ama l’arte ed è desideroso di conoscere lo spettro della creatività mondiale, una fonte preziosa, anche per il risparmio del tempo e di energie. Ma il direttore Walter Schnekenburger, aveva voluto proporre un panorama internazionale vastissimo, non dimenticando alcun tassello dell’arte di tre decadi: anni ’50, ’60 e ’70. Era presente, per la prima volta in Europa, un gruppo di artisti della Germania dell’Est. Per questa ragione Gerhard Richter e George Baselitz, originari dell’est, rifiutarono l’invito.

La cerimonia di inaugurazione del Centro Pecci, 25 giugno 1988.

Mostre informative oppure ossessioni dei curatori?

Cosa pensare di queste mostre enciclopediche? Senza esagerare io le preferisco alle mostre dei curatori selvaggi che sono usciti negli ultimi venti anni e che pretendono di interpretare il mondo imponendoci le loro ottiche libresche a dir poco arbitrarie. E più sono arbitrarie e più belle sono, secondo loro e secondo i colleghi per cui le mostre vengono organizzate. Il curatore selvaggio di oggi non guarda al pubblico, in qualche caso centinaia di migliaia di persone, né al denaro pubblico speso in maniera personalistica. A lui interessa il giudizio dell’intellighenzia, spesso ristretto ai suoi venti colleghi da varie parti del mondo che frequenta e con cui si confronta. Eppure ogni tanto disporre di un “display” che ti propone una informazione globale abbastanza obbiettiva, lo trovo utilissimo. Come si fa, soprattutto oggi, a visitare mostre e studi di artisti sparsi nel mondo? Dalla Cina all’India, dalle Filippine ai paesi africani emergenti, dall’immensa USA alla grande Europa. Occorrerebbero dieci vite e cento occhi e centinaia di migliaia euro. Un bravo curatore o direttore della Biennale di Venezia o Documenta di Kassel, con la possibilità di avere osservatori di fiducia in ogni paese, potrebbe promuovere una informazione più globale e attendibile, invece di rinchiudersi nella nicchia dei suoi protetti, con rancori e vendette trasversali che si porta dietro. Cosa vuoi che ci interessi a noi il punto di vista del polacco Adam Szymczyk o del tedesco Roger Buergel sul mondo dell’arte? Il loro punto di vista personale vale il mio o quello di qualsiasi visitatore informato. Io trovo che in quella storica Documenta 6, del 1977, il dr. Walter Schnekeburger fece un ottimo lavoro di informazione sull’arte del momento e dei decenni precedenti. In quella edizione si potevano incontrare opere di Eva Hesse, Laurie Anderson, Beuys, Botero, Hanne Darboven, Chris Burden, Daniel Buren, James Lee Byars, Anselm Kiefer, e tanti tanti altri, per me fu una goduria. Nello spazio di poche centinaia di metri potevi ammirare e giudicare lo stato dell’arte della Germania, USA, Francia, Italia, Polonia, e di tutti i paesi del mondo. Un occhio vigile, non distratto, anche se talvolta diverso dal tuo, aveva scelto per te il meglio. Cosa volere di più? Per tale ragione, cioè la mancanza di informazione che oggi producono le grandi mostre, ostaggio di cruenti curatori che pensano solo a se stessi, io ritengo che il panorama più oggettivo ce lo proponga Art Basel insieme a qualche altra fiera collaterale, come Liste. Per questo me ne ero tornato a Milano soddisfatto di quel bagno di informazione. Ugualmente soddisfatto sembrò Amnon Barzel. Che però dopo essere passato da me a Milano, a Giugno del 1977, si trattenne a Firenze, dove insieme a Dani Karavan, ebbero l’idea di creare un Museo di Arte Contemporanea a Prato. L’idea, lo ricordo bene, fu di Amnon Barzel (che andava cercando anche una sua collocazione personale soddisfacente) subito condivisa e abbracciata dal generoso amico Dani Karavan, uomo intelligente e di grandi aperture: il quale coinvolse subito, estrapolandoli dalla sua  cerchia di amici ebrei, gli imprenditori Luigi Pecci e Giuliano Gori, due autorevoli esponenti della comunità ebraica di Firenze. Ma fu Amnon Barzel l’ideatore e il motore, già dal 1977, di questa idea. In attesa che la proposta si coagulasse nel modo migliore, sempre tenuta in caldo dall’amico Karavan, lui tornò in Israele, per organizzare una bellissima mostra internazionale a Tel Hai, un kibbutz al confini con la Palestina. Dove invitò Helena e me. Ebbene, noi avemmo la sensazione di vivere ai confini del mondo. Abitavamo in una guest house accanto a una enorme costruzione diroccata che era un Hotel da poco distrutto dalle artiglierie palestinesi. Ma la gente era tranquilla, serena, mi parve addirittura felice. Grande senso della comunità e di collaborazione. E fede nel futuro. Questa mostra di Amnon Barzel, unitamente alla presenza di numerosi artisti stranieri, aveva contribuito a mettere in prima pagina sui giornali e sulle TV, questa piccola comunità sperduta ma pare importante. Che Amnon, con il suo consueto entusiasmo coinvolgente, aveva convinto a finanziare una mostra, lontana dalle loro consuetudini e dalla loro storia. Lì per lì mi ricordò la nascita di Documenta di Kassel, una provocazione nei confronti della Germania orientale del critico e padre della rassegna per decenni, Arnold Bode, a pochi metri dal confine con la Germania orientale, a indicare il senso di libertà e anche anarchia che esisteva a pochi metri dalla cortina di ferro. E pare che dall’altra parte della barricata, poliziotti e cittadini, con i loro binocoli, incuriositi, cercavano di capire e captare cosa stava succedendo nel mondo occidentale, terra di perdizione e di consumismo sfrenato.

Dani Karavan, Line of Light, 1980. Courtesy Dani Karavan Studio.

Tel Hai, una esperienza indimenticabile

Ma i palestinesi invece di guardare la rassegna di Amnon, bombardavano. Si sentivano da lontano i colpi di bazooka, che però, ci assicurarono, non potevano colpire Tel Hai, che dopo la distruzione dell’albergo, dove avremmo dovuto soggiornare noi, aveva preso le contromisure. La nostra abitazione era a pochi metri dal confine formato da reticolati impenetrabili: e dall’altra parte dei reticolati noi vedevamo distese uniformi e immacolate di sabbia. Qualsiasi orma lasciata su quella sabbia sarebbe stata individuata immediatamente, per cui le vigili guardie di frontiera sarebbero intervenute. Sarà stata l’aria del deserto, che leniva le mie allergie dai pollini, molto forti a Milano, sarà stata l’euforia generale, sarà stata la mia giovinezza e soprattutto quella di Helena, ma ci sentimmo subito felici e sicuri. Gli aerei che sfrecciavano sopra di noi e i lontani rombi di cannone, entravano a far parte della grande mostra di Amnon Barzel. Mi sembravano le frecce tricolori che festeggiavano qualche ricorrenza italiana. Invece erano i temibili F 154 della Heyl Ha’Avir, la efficientissima aviazione israeliana. E la sera le infinite luci al laser di Dani Karavan, che radevano il deserto o si perdevano dentro l’infinito del cielo, ci accompagnavano come amichevoli annunciazioni. O come rassicuranti radar esplorativi. Mi aspettavo da un momento all’altro di veder apparire Giuseppe e sua moglie Maria incinta sopra l’asinello, diretti verso Betlem. Furono tre giorni entusiasmanti di arte nel deserto, tra aerei a bassa quota che vigilavano sulla nostra sicurezza ma che io leggevo come opera di Chris Burden. E poi le cene collettive, sotto tende improvvisate o in edifici appena ricostruiti dopo le bombe, con decine di mani  che si impregnavano nello stesso piatto per un Falafel o una porzione di Hummus da spalmare su questa loro piadina chiamata Pita. Ma molto più buona dell’insulsa piadina nostrana. Posso dire che è la mostra più emozionate che io abbia mai visto e che mi ha lasciato un ricordo indelebile? Dove sono finite invece nel mio ricordo le decine di Biennali di Venezia, le Documenta di Kassel, che non ho mai mancato dal ’70 in poi, le varie insulse Manifesta. E le tante mostre al Guggenheim. O le grandi mostre del MoMa (ricordo solo quella stupenda di Picasso e Braque nel loro periodo del cubismo analitico, dove anche l’occhio esperto non riconosceva l’uno dall’altro e poi nel 2010 anche la performance di Marina Abramovic che incontrava persone del pubblico guardandole fisse con i suoi occhi un po’ da visionaria e che a me facevano paura già a guardarla da lontano. Anche se mi commosse il suo incontro, improvviso o preparato non so, con Ulay, che poco prima lei aveva perseguito legalmente mentre lui era in ospedale a curarsi dal cancro: nella performance si guardarono a lungo e poi incominciarono a stringersi la mano e a lacrimare come due criceti). Ma Tel Hai, per la sua intensità, per la sua drammaticità di essere una mostra d’arte in bilico tra la vita e la morte, non la scorderò mai. Come non scorderò mai quella umanità grondante dagli occhi arrossati dalla sabbia di Amnon Barzel, ideatore e anima di quella mostra.

Dal Muro del Pianto a Masada. Un percorso di emozioni

Dopo tre o quattro giorni struggenti a Tel Hai tornammo a Gerusalemme, per la consueta visita al Muro del Pianto, sempre emozionante, dove io non mancavo mai di accostarmi, dondolando la testa e lasciando un fogliettino con i miei desideri. Mentre Helena, che non poteva avvicinarsi, mi guardava ridendo, da lontano. Invece per me era una emozione fortissima. Mi piace Israele, il paese più affascinante e drammatico che abbia mai visitato. Le sue contraddizioni mi aggrediscono. La sua organizzazione mi esalta. Sono stato spesso, con la medesima intensità di un arabo alla Mecca, a Masada, sul Mar Morto, un altipiano a 400 metri dal livello del Mare, dove secondo una leggenda, 300 ebrei, sfuggiti alla caduta di Gerusalemme, vi si rifugiarono, resistendo per 30 anni all’assedio dei romani. E quando i romani, costruendo un terrapieno alto 150 metri, riuscirono a penetrare all’interno del forte, trovarono soldati, donne, bambini suicidati. Masada, già residenza di Erode il grande, è un affascinante esempio di architettura autarchica. L’acqua piovana veniva raccolta e convogliata in grandi cisterne che rifornivano abitazioni, bagni termali e i rari campi per l’agricoltura. Ma un esempio di esistenza autarchica struggente. In un deserto caratterizzato dalla siccità. Per questo mio amore verso Israele e per il mio cognome, Politi, pare di origini greche ma diffuso anche in Israele, ho sperato di essere un ebreo anche io. Ma speranza vana. La mia incapacità negli affari e a risparmiare ne sono i primi sintomi. E poi la mia famiglia, cattolica praticante da sempre, non era nemmeno a conoscenza dell’esistenza di un popolo, disseminato nel mondo e che erano stati l’oggetto dell’Olocausto più tragico della Storia. Mi sono accontentato di nutrire un forte sentimento positivo verso questo paese e i suoi abitanti che ritengo, per la selezione storica e per caratteristiche naturali, tra i più sorprendenti al mondo: nella finanza, nella scienza (Albert Einstein), nell’arte, nella letteratura, nel cinema, nessuno può competere con loro. E questo va riconosciuto. Dopo Masada tornammo a Milano. Ma a Tel Hai avevo lasciato il cuore e chiesto ad Amnon, che dopo la mostra era disoccupato, di venire in Italia che qualcosa avremmo inventato. Poco dopo infatti mi piombò a Milano ma io lo spedii subito a Roma, alla corte di Cleto Polcina, un intraprendente e generoso gallerista romano degli anni ’80, che mi promise di farlo lavorare. Amnon collaborò per Cleto scrivendo qualche testo e presentando qualche suo artista. Ma durante i viaggi da Milano a Roma, si fermava sempre a Firenze e con il suo amico Dani Karavan iniziarono a sognare di realizzare un museo per Firenze o Prato, coinvolgendo appunto la comunità ebraica fiorentina più sensibile e autorevole (tra cui Enrico Pecci, Giuliano Gori). Non è mai possibile, mi diceva Amnon, quando tornava da me, che una città come Firenze non abbia un Museo di arte contemporanea. Voglio creare un museo a Firenze. Ma i suoi tentativi di mettere d’accordo i fiorentini, che lui israeliano, non conosceva bene, non andarono a buon fine. Un giorno me lo vidi arrivare in casa trionfante. Prato, mi disse. Il museo si farà a Prato. E per lui Prato divenne il centro del mondo, la città che aveva bisogno di un museo come dell’aria per respirare. Grazie alle azioni diplomatiche di Dani Karavan e di tutta la comunità israelitica di Firenze, erano riusciti a convincere Enrico Pecci ad impegnarsi nella costruzione di un museo. Dietro generose concessioni del Comune di Prato, che permisero al signor Pecci, da buon imprenditore, di costruire accanto al museo uffici e abitazioni che gli hanno permesso di ammortizzare abbondantemente le spese per il Museo. Tanto ai costi di gestione avrebbero pensato il comune di Prato, la Provincia e forse la Regione Toscana. Amnon mi mostrò il progetto di un architetto amico del Pecci, Italo Gamberini, un onesto razionalista con cui Amnon aveva cercato di mediare, ispirandolo in buona parte, spiegandogli cosa era un museo di arte contemporanea. Ne uscì un  progetto con sette-otto sale espositive molto razionali, senza infamia e senza lode, spazi per uffici, magazzini, sezione didattica, ecc. Italo Gamberini, per dire come stanno le cose, è stato anche l’architetto che ha progettato la Galleria Farsetti, accanto al Museo e forse tutti gli uffici nelle immediate vicinanze.
Durante la costruzione del Museo, Amnon, che nel frattempo aveva ottenuto un  contratto di collaborazione, forse dal Comune di Prato, ogni giorno o quasi era nel cantiere con gli operai a controllare, dirigere, cercare di intervenire. E questo durante tutto il periodo dei lavori, che grazie a lui, che stimolava tutti, dal Pecci agli operai, si conclusero abbastanza velocemente, almeno rispetto ai tempi italiani. Nel frattempo però Amnon collaborava con Giuliano Gori e all’ampliamento del suo Parco di Sculture, invitando importanti artisti a lavorare a Celle. E debbo dire che i migliori interventi, probabilmente sono nati grazie alla collaborazione tra Giuliano Gori e Amnon Barzel.

Cattedrali nel deserto

L’inaugurazione del Museo avvenne il 25 giugno del 1988, con la mostra “Europa Oggi”: una bella e sostanziosa panoramica degli anni ’80 in Europa. Mostre così serie non ne ho mai viste successivamente al Pecci. Né in altri musei italiani. Amnon chiamò a dirigere la sezione didattica Bruno Munari, una vera eccellenza del nostro paese. Io credo che la direzione di Barzel al Museo Pecci sia stata esemplare. Nessuno ha fatto o avrebbe potuto fare meglio di lui. Ma dopo quattro anni, il CDA del museo, di cui lui doveva essere direttore a vita, perché da lui voluto e fatto realizzare e il solo capace a farlo funzionare, non gli rinnovò il contrato. Si dice per la attitudine al disordine finanziario di Barzel che portava troppa gente al ristorante. In realtà l’amministrazione comunale e il CDA erano composti da piccoli uomini, desiderosi di apparire in prima persona, mentre tutti erano oscurati da questo israeliano grassoccio, dinamico e volitivo, proveniente da Tel Aviv. Ma Amnon aveva relazione con i direttori di musei di tutto il mondo, conosceva artisti di alto profilo e tutti i maggiori critici di arte contemporanea. A succedergli fu chiamata Ida Panicelli, forse donna di una certa cultura, ma digiuna completamente di relazioni e di capacità gestionali. Infatti appena lasciato il museo, si ritirò a meditare in India da dove si sono perse le sue tracce. Malgrado una totale assenza di attività, il Museo Pecci, i cui direttori dopo Barzel non riuscivano a riempire gli spazi a disposizione (eccellenti per una città come Prato e una regione come la Toscana) il CDA e il Comune di Prato hanno deciso di ampliare il Museo, con un progetto affascinante ma irrazionale e costosissimo di Maurice Nio, architetto di origine indonesiana trapiantato a Rotterdam. Chiusura del Museo per anni e anni, costi di realizzazione alle stelle con risultatofinale assolutamente negativo. Mi piacerebbe sapere a chi sono andati i benefici di questa folle e inutile ristrutturazione. Non certo all’attività del Museo. E perché non rivolgersi a un bravo architetto italiano (ne esportiamo anche, vedi il gettonatissino Renzo Piano, che ha realizzato la splendida Fondazione Beyeler a Basilea: avrebbe effettuato una ristrutturazione soft, poetica e razionale). Invece ci ritroviamo un bubbone che ricorda i fluorescenti draghi cinesi. E il povero Amnon è stato allontanato per qualche cena in più, con artisti e direttori di altri musei. Inutile negarlo, il Museo Pecci con i costi che si ritrova e con il ruolo che svolge, assolutamente periferico e mai influente, rappresenterà sempre  una zavorra per noi contribuenti. Speriamo che la brava Cristiana Perrella, da poco al timone del Pecci, riesca a far ritrovare la rotta ad una barca così onerosa e quasi impossibile da dirigere. Lo stesso discorso varrebbe anche per il Castello di Rivoli. Solo l’ambizione di qualche politico o faccendiere locale, poteva avere l’idea di creare un museo, così impegnativo, in una cittadina che avrebbe preferito un bellissimo albergo con Spa, oppure un centro commerciale. Infatti non si spiega perché una città come Torino, dinamica, colta, gradevole, appassionata d’arte, non abbia deciso di avere un vero Museo di arte contemporanea invece di delegare la sperduta Rivoli. Chi fu l’ideatore di questa Cattedrale nel deserto?

Hic et Nunc
Brevi squarci sui personaggi, mostre, eventi, libri, sensazioni

Narcisista Marcello Jori da Mazzoli e altrove

Conosco Marcello Jori artista da sempre. Cioè da quando lui si è affacciato sulla scena bolognese con Renato Barilli e i suoi Nuovi Nuovi (in compagnia di Aldo Spoldi, Salvo, Luigi Ontani, Luciano Bartolini, e altri). Allora Marcello arrivava fresco da Merano e aveva i pantaloni alla zuava e non era particolarmente bravo. Ma sembra che per le donne fosse belloccio. A Merano, aveva impalmato una bellissima ragazza della porta accanto, farmacista anche perché lui un po’ ipocondriaco. Amore felice e spensierato, poi a Bologna, dato il carattere esuberante del nostro e le occasioni e le belle ragazze più numerose che a Merano, l’amore maritale si consunse. È stato amico intimo di Francesca Alinovi e questo gli fa onore e forse lo ha fatto crescere. Ciò che stava intorno a Francesca, grazie a lei, al suo entusiasmo, vitalità, conoscenze e sensibilità, cresceva, tutto eccetto forse il Ciancabilla che artista era (ed è) pochissimo ma di cui Francesca, ahimé, si innamorò. Al cuore non si comanda e molto spesso in amore si prendono delle cantonate mortali. Invece Marcello (Jori) mi dicono sia stato un protagonista del Nuovo Fumetto attraverso Linus, Alter e Frigidaire, (ahimé, io mi sono fermato a Mandrake, con animali e armi primitive.

 

La sua nevrosi narcisistica di parlarsi e raccontarsi è sfociata anche in un bellissimo libro, Nonna Picassa, che purtroppo è restato esperienza unica, per il timore di identificarsi con la scrittura e meno con la pittura. E noi abbiamo perso un ottimo scrittore per avere solo un bravo pittore. Ma questa vocazione del racconto lui l’ha trasportata nella pittura, con la straordinaria e irripetibile per chiunque, Storia dipinta dell’arte (testo e immagini incommensurabili), e ora, per la galleria Emilio Mazzoli questo inaspettato Pinocchio, più vivo di quello ormai un po’ impolverato del Collodi. Un Pinocchio per tutti noi, grandi e piccoli, per ricordarci che si può sempre crescere e anche le teste di legno con un po’ di applicazione, possono diventare teste pensanti. Immagini di Pinocchio, Geppetto, il Grillo Parlante (lo stesso Marcello Jori?), Lucignolo, la Fata Turchina, Mangiafuoco (con il viso diabolico di Mazzoli) ci vengono incontro attraverso il linguaggio scremato di Carlo Collodi, per farci tornare fanciulli come il burattino che diventa bambino. Il tutto attraverso un uso del disegno e dell’acquerello a dir poco virtuoso, prodotto da una mano rinascimentale e una mente contemporanea. Poi c’è anche il catalogo della mostra da Mazzoli, con un Pinocchio e tutti i suoi compagni di scena che ingigantendosi escono dal libro e si arrampicano sulle pareti della galleria: con buona allegria per tutti, pare. Soprattutto di Mazzoli che sembra abbia stravenduto ed è in attesa di altri Pinocchi dall’artista. Dal catalogo (non ho visto la mostra) sembra di entrare e lasciarsi trasportare nel Paese dei Balocchi di Collodi o di essere risucchiati dall’antro di Mangiafuoco, alias Mazzoli. Libro bellissimo questo Pinocchio di Jori Marcello da Merano. Ma libro che non vedrete mai (a meno che non abbiate partecipato alla inaugurazione della mostra e lo avete sfogliato). Emilio Mazzoli ama talmente i suoi libri che non vorrebbe condividerli con nessuno. Infatti i suoi magazzini traboccano di libri e cataloghi delle sue mostre, sino a travolgerlo talvolta: il vero antro di Mangiafoco. Emilio stampa e pubblica i libri solo per se stesso. E’ geloso che gli altri li vedano o che semplicemente li sfoglino. E chi mi legge deve accontentarsi della mia descrizione perché il libro di Jori non lo vedrà mai. Solo nella sua immaginazione. Ma io, che abito un piano sopra lo studio di Marcello, non ho mai visto tanta sofferenza e dedizione ed entusiasmo, nel realizzare un’opera. Giorni e notti di impegno e sudore, talvolta senza mai vedere la luce esterna del cortile di Viale Stelvio 66, dove entrambi abitiamo. Si può amare o meno un artista, lo si può sentire grande e meno grande, ma l’amore e la dedizione di Marcello Jori per il suo lavoro, accompagnato a quello di Inna, la sua musa ispiratrice, credetemi, sono unici. Eppure non è l’amore cieco di taluni artisti di clausura che dedicano la vita ai loro fantasmi cibandosi solo di essi. No, Marcello ha anche gli occhi sul mondo e sa leggere come pochi, gli altri artisti, suoi colleghi o suoi maestri. Con molta serenità e un sapiente cinismo. E una grande intelligenza. Perché Marcello seppure insopportabile narcisista, intelligente lo è davvero.

Contributi

Marta Massaioli: ancora e sempre Gino De Dominicis
Caro Giancarlo,

bellissimo questo tuo Amarcord su Gino De Dominici, ci restituisci un profilo dell’artista vivo e trepidante, ma sopratutto vero. Rispondo alla tua questione, perchè non ho mostrato il Testamento l’anno della sua morte. Nel testamento vi è scritto a chiare lettere, che la Fondazione dedicata a Gino De Dominicis, avrebbe dovuto essere istituita nell’anno 2012. Quindi non ho ritenuto necessario anticipare la sua rivelazione avendo Gino richiesto l’anno 2012. Inoltre l’attenzione economica quasi maniacale sulla sua produzione da parte di alcuni soggetti, ai quali De Dominicis non aveva lasciato nulla, ha creato una serie di problematiche inerenti il suo lavoro che nel 1998, non sarei stata in grado di gestire. Ovvio che la scelta da parte di Gino De Dominicis, di scrivere un testamento in differita di circa 14 anni rientra nei paradossi che nutrivano il suo ‘immaginario’; cosi come pretendeva che un Cubo Invisibile fosse trasportato con un camion, allo stesso modo pretendeva che un suo lascito fosse scoperto in differita…così per stupire, scandalizzare e costringere il suo pubblico ad interrogarsi di nuovo sulla sua arte.

Marta Massaioli

La mozzarella di plastica al Maxxi. Non un errore ma un orrore

Cara professoressa Massaioli, ma il 2012 è trascorso da sei anni, quasi sette. E le 116 opere lasciate da Gino in dotazione alla Fondazione dove sono? Perché non avete mai organizzato una mostra, forti della sua volontà di creare una Fondazione? Mi pare che stanno affiorando molti interrogativi inquietanti senza risposta. E cosa dicono Vittorio Sgarbi e Duccio Trombadori, Presidente della Fondazione il primo e membro il secondo? Secondo taluni osservatori le opere lasciate dal maestro sono state dilapidate.

Professoressa Massaioli secondo il mio parere, le due Fondazioni esistenti, la prima presieduta dalla cugina di GDD e la seconda, Presieduta da Sgarbi, hanno fatto tutto il possibile per oscurare il lavoro di GDD.

La gestione dell’eredità di un artista deve essere fatta da professionisti, non da dilettanti allo sbaraglio. Se penso che alla mostra di Gino DD al Maxxi (un orrore per scelta e allestimento, da veri incompetenti) la mozzarella sulla carrozza era di plastica. Mi chiedo dove fosse il direttore e il curatore del Maxxi per non impedire questo scempio estetico e di lettura dell’opera. Un delitto perfetto perpetrato contro Gino e il Museo. Forse la grande, sardonica risata di Gino, ogni tanto riproposta, era nata dall’artista per seppellire tutti voi eredi veri o falsi.

 

Vaclav Pisvejc: incorniciare la testa di Marina Abramovic è arte

Armando Testa in omaggio a Mondrian ha incorniciato le inconfondibili righe in una cornice, e io fatto il passo avanti nell’incorniciare la testa dalla artista che si considera lei stessa arte, per quale motivo non consideri il mio gesto come arte?

 

Vaclav Pisvejc: aggressore o vittima di Marina Abramovic?

Caro Vaclav, vero o falso che tu sia, il gesto  di sfondare un’opera, seppure di carta, sulla testa di colei che si sente la reincarnazione e l’essenza di tutto, è un bel gesto, che speriamo aiuti Marina a tornare sulla terra. Diciamo che la tua è stata una divertente performance: hai ottenuto i famosi 15 minuti di celebrità, di Andy Warhol.

 

Andrea Cortellessa

Sempre interessante leggerla. Ritengo però come minimo frettoloso il suo giudizio complessivo su Pasolini scrittore, che pure ha molte zone d’ombra a partire dai romanzi “romani” come dice lei (ma “Petrolio” è un’altra cosa, indipendentemente da come sarebbe venuto ove fosse stato compiuto); poi c’è il cineasta di cui non parla, a sua volta discontinuo, molto discontinuo, ma con delle punte difficilmente aggirabili (“Accattone” su tutte).

Capisco bene – vale per la rubrica “Amarcord” nel suo complesso, certo – che diverso può essere il giudizio, su un personaggio, da parte di chi lo ha conosciuto di persona rispetto a quello di chi lo legge a distanza come me. Ma anche la sparata moralista, su comportamenti sui quali ciascuno può avere le sue opinioni, mi pare un po’ affrettata. Beninteso e per chiarire: non la penso affatto come Ungaretti su Schifano, se si compiono reati si può anche essere il più grande genio di tutti i tempi ma si va perseguiti al pari di tutti i comuni mortali. Non mi pare proprio si possa dire, però, che PPP non abbia mai dovuto pagare nulla per la sua condotta (tragica morte a parte). I fascisti lo hanno perseguitato tutta la vita, dandosi adunanza alle prime dei suoi film e intimidendo il pubblico che voleva prendervi parte; i comunisti moralisti (dopo avergli ammazzato un fratello, a Porzus) lo hanno cacciato (come lei ricorda) e poi sempre tenuto al margine dei loro circoli e potentati; la magistratura democristiana lo ha processato a più riprese con pretesti inverosimili (come una tentata rapina). Su tutto questo c’è una vasta bibliografia (la ricostruzione più completa dei fatti di Ramuscello è della storica Anna Tonelli).

Ma su un punto più “tecnico” mi piacerebbe scambiare qualche idea con lei, e cioè sul rapporto di PPP appunto con l’arte contemporanea. Che, come tutto ciò che lo riguarda, è contraddittorio e controverso (con un massimo di ambiguità nel suo ultimo film, “Salò”), fatto di attrazione – inevitabile in chi è nato, si può dire, all’ombra di Longhi – e insieme repulsione (dovuta anche, a mio parere, all’evidente sintonia, con le ricerche dell’arte italiana di quegli anni, dei da lui odiatissimi scrittori della Neoavanguardia). Forse con quell’atteggiamento deliberatamente anacronistico nei confronti del contemporaneo che lei denota, riguardo a Zeri, negli storici dell’arte antica (non in tutti, però; Briganti per es., che è effigiato nell’ultima sua puntata, questo strabismo non lo aveva).

Ho scritto un saggio su questo tema, se le interessa e gli dà un’occhiata sarei curioso di un suo parere: chiarisco che non cerco pubblicità, dato che questa mia ricerca in sostanza è ancora in corso, dunque quello che eventualmente avesse da dire, al riguardo, mi interessa a prescindere dalla sua rubrica.

Buon tutto, Andrea Cortellessa

 

Pasolini un falso sottoproletario

Caro Cortellessa, onorato per il suo attento contributo. Ma io non sono uno storico bensì solo un giornalista di arte contemporanea. Con qualche lontanissimo trascorso letterario.  E un tempo anche buon conoscitore di poesia, che mi condusse a Lascia o Raddoppia sulla poesia italiana (dal 1905 al 1945) e a frequentare (timidamente e saltuariamente) poeti come Cardarelli, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Alfonso Gatto, Camillo Sbarbaro che andavo a visitare in treno a Spotorno.…  Il mio giudizio su Pasolini è basato su una banale reazione epidermica. Ma per me, arrivato dalla sana provincia umbra il brevissimo contatto che ebbi con lui, fu esiziale. Mi indignò l’esibizionismo della sua violenza ma anche la tolleranza dei suoi amici (Alberto Moravia, Adriana Asti, Mario Schifano) che continuavano a giustificarlo anche sul piano personale. Forse questo ha condizionato il mio giudizio su di lui. Però la invito oggi a rileggere Ragazzi di Vita o Una vita violenta. Per me illeggibili (come lo furono alla loro uscita). E gli Scritti Corsari? A parte gli interventi sull’aborto e il divorzio (ma allora a Pannella avremmo dovuto conferire il Nobel?), tutto trabocca di demagogia e di sottoproletariato d’accatto. Di cui Pasolini amava mascherarsi. A partire dalla foto in mutande e canotta con Moravia, da Pasolini abituato a tutto. Ahimé, quando si parla di arte io penso solo alle arti visive. Non come Pippo Baudo che si definiva artista. Secondo un mio primitivo schema mentale abbiamo la letteratura, la filosofia, la scienza, lo spettacolo, l’architettura, il design, la fotografia, e le arti visive. Di cui io in malo modo mi sono sempre occupato. In Pasolini, a parte talune interpretazioni a posteriori che potrebbero denotare un suo interesse per la Body Art più scurrile e una sua partecipazione, come oggetto, scamiciato e a dorso nudo in cui si offrì come schermo per una performance di Fabio Mauri all’Arte Fiera di Bologna nel 1975 e in cui si fece proiettare sullo stomaco il proprio film il Vangelo secondo Matteo. Non vedo altri interessi da parte di Pasolini per l’arte contemporanea. Ma forse non me ne sono accorto. E a proposito di vizi assurdi, penso al tenero Sandro Penna, mio conterraneo e amico. Non l’ho mai sentito parlare di violenze sui minori, da cui invece era molto attratto. Ma lui si avvicinava con dolcezza ai suoi amori, senza mai esibirsi, talvolta soffermandosi solo a guardare e sognare. E la sua tenerezza la si ritrova nella sua poesia, una testimonianza di delicatezza irripetibile.

PS. Attendo con piacere il suo saggio. Io sono un lettore curioso, direi onnivoro, ma non sempre all’altezza di ciò che leggo.

 

Paolo Tonini, L’Arengario

Gentile Giancarlo Politi,

il ricordo di Pasolini nel suo Amarcord 20 mi ha colpito molto, e lo considero un contributo molto importante a capire come e perché Pasolini venne ucciso. Il fatto che Pasolini amasse atteggiarsi a ragazzo di vita non solo in letteratura ma per strada a mio parere spiega l’accanimento del suo assassino. Non ho mai letto in nessuna biografia, articolo, contributo, che Pasolini si allenasse “a fare a botte”: che poi il fatto rifletta e implichi le contraddizioni di un’epoca va da sé. Questa annotazione così semplice ed esplicita, insieme alla odiosa esclamazione (che usa le parole della strada ma fu già di un filosofo scellerato), demistifica tanto la retorica beatificante che quella moralistica. Pasolini, inviso a destra e a sinistra, mise a nudo alcuni meccanismi ideologici e la terribile “mutazione antropologica” che avrebbe accompagnato la società dei consumi, e questo indipendentemente dalla indignazione di molti per i suoi gusti in fatto di sesso. Tra la fantasia e la realtà ci sono abissi percorribili solo su ponti immaginari. D’altra parte, come ha scritto Sade, nessuno è padrone delle proprie inclinazioni: “Prendetemi per come sono oppure uccidetemi perché io non cambierò mai”. E Pasolini Sade l’aveva letto. Paolo Tonini, L’Arengario

Ma io preferisco Sandro Penna

Caro Tonini, io non ho mai messo in discussione i gusti sessuali di Pasolini (anche se personalmente li trovavo repellenti).  Ma il suo approccio violento ed esibizionistico nel praticarli, questo sì. E mi sono anche indignato del suo modo brutale di utilizzare il sottoproletariato. Approfittare di un ragazzo di 12 anni, semianalfabeta e in forte stato di necessità, mi creda, non è da prendere come esempio. Ripeto anche a lei, come ho già detto a Cortellessa, preferisco il timido e pudico accesso all’omosessualità di Sandro Penna. La sua Strana gioia di vivere, resta un esempio di alta poesia e di delicatezza estrema su un argomento un tempo tabù.

 

«Sempre fanciulli nelle mie poesie!

Ma io non so parlare d’altre cose.

Le altre cose son tutte noiose.

Io non posso cantarvi Opere Pie.»

 

Enzo Cannaviello

Caro Giancarlo,

Sono d’accordo e solidale con te circa il rapporto avuto con Lucio Amelio. La nostra società, come credo tu sappia, con la quale aprimmo una galleria a Caserta, durò soltanto qualche mese, giusto il tempo della prima mostra. Era infatti impossibile lavorare con lui umanamente e professionalmente. Non ritengo, infatti, di dovere parecchio ad Amelio, come dice il tuo lettore. Anzi! Penso di aver imparato qualcosa dalla nostra breve collaborazione: a non comportarmi come lui… Non conoscevo l’episodio nel quale sei stato coinvolto a Berlino ma il tutto non mi sorprende e soprattutto apprezzo la tua sistematica sincerità quando scrivi.

Cari e affettuosi saluti

Enzo Cannaviello

Caro Enzo, se la storia fosse scritta dai testimoni, ma questo non è possibile, leggeremmo ben altro. Invece la morte santifica tutti. 

 

Luciano Marucci

Caro Giancarlo,

con l’ “Amarcord” di questa mattina sei stato fortissimo! Ineguagliabile!  Su Pasolini: coraggioso, temerario nel demitizzarlo. Più vai avanti, più sveli le tue straordinarie esperienze fatte in prima linea, sempre con il “tuo” spirito investigativo-critico e combattivo, confermando insolite capacità di raccontare senza annoiare, anche perché arricchisci le conoscenze dei lettori.

Un caro saluto e buon lavoro.

Luciano

Non è bravura, solo merito dell’età

Luciano, sono gli anni che ti arricchiscono. Il merito non è mio ma dell’età. E non avendo più nulla da fare, invece di pensare al futuro io mi diverto a ricordare la mia giovinezza. Mi accorgo ora di quanto sia stata felice, ricca, complessa e forse anche bellissima. La mia giovinezza e anche l’età matura. Peccato accorgersene quando tardi.

Ora mi viene in mente il grande Lorenzo il Magnifico (mi chiedo però se questa bella poesia l’abbia scritta lui o uno dei poeti alla sua corte: un ghost writer ante litteram.

 

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

 

Edoardo Cella: un lettore molto attento

Buongiorno Giancarlo Politi,

approfitto per un “appunto” da segnalarle, per dirle che leggo sempre con interesse, passione e curiosità i suoi diari “amarcord”. E’ molto interessante infatti conoscere l’atmosfera che avvolge gli artisti che noi, amanti di pittura, giudichiamo da un punto di vista prettamente racchiuso nelle rappresentazioni e dalle emozione che riceviamo dall’opera. La sua stesura dei fatti così personali per la conoscenza diretta con gli artisti, rende piacevole la lettura che a volte i critici rendono

sinceramente noiosa, sempre alla ricerca di aggettivi pomposi e riferimenti di nicchia, se non criptati. I suoi diari invece diventano un racconto che scorre fluido e piacevole. Danno una idea di come è la persona/arista. E rimangono facilmente nella memoria.

Le porgo i miei più sinceri complimenti e l’apprezzamento per come si esprime sempre con “delicatezza” in momenti a volte scabrosi (vedi Pasolini a tavola, descritto e gestito veramente con molto tatto…. che condivido).

Appunto a Amarcord 20, alla riga 7 pag 4 articolo Plinio de Martiis e il suicidio…..

“Si stava così chiudendo così quella stagione culturale e….”

è una segnalazione, nel caso stampasse, per la ripetizione di ‘così’….

Un cordiale saluto. Edoardo Cella

 

E’ difficile correggere se stessi

Caro Edoardo, la ringrazio moltissimo. Una volta fatto riemergere il ricordo che mi ha coinvolto, scrivo molto in fretta, di getto (e si sente) e spesso l’autore non è un buon correttore di se stesso. Eppure quando leggo un giornale o guardo scorrere i sottotitoli in TV, non mi sfugge nulla e qualsiasi errore mi distoglie dalla lettura o dall’ascolto. E’ il vizio di un vecchio correttore di bozze autarchico. Per anni sono stato il solo correttore di Flash Art e il vizio assurdo della ricerca dell’errore e della correzione mi è rimasto. Mi è restata la mentalità del vecchio proto. Ma talvolta l’attenzione fa cilecca (un tempo, tanti anni fa, ero più lucido e concentrato). E in questo caso, la mia correttrice, poverina, costretta a fare i salti mortali su un testo consegnato all’ultimo momento, è innocente. E’ solo colpa mia per non aver riletto più attentamente e meno velocemente lo scritto. Comunque grazie della segnalazione. Mi piacerebbe moltissimo avere un correttore come lei! Prima della pubblicazione del libro la interpellerò. Se mi viene incontro sul prezzo, potremmo accordarci per una sua supervisione. Grazie ancora.

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