Amarcord: Gino De Dominicis

Gino De Dominicis, il voyeur dell’arte

Autunno 1967. Roma, bar Rosati. Stavo aspettando Fabio Mauri per una nuova visita al suo studio. Io seduto ad un tavolino, orgoglioso con il nuovo Flash Art fresco di stampa che tenevo appositamente in bella vista (all’epoca sperimentavo ogni forma di promozione primitiva e gratuita: appunto tenere sul tavolo di Rosati (e di ogni bar dove mi sedevo) Flash Art o girare con la valigetta nera di Pio Manzù e una tuta bianca con la scritta Flash Art. (Iniziative promozionali a costo zero ma credo anche con risultati molto vicini allo zero) e gustavo un aperitivo, guardando di fronte a me il bar Canova, ritrovo dei pittori tradizionalisti, molti giornalisti Rai la cui sede era proprio accanto e di qualche pappone. Ma il mio sguardo si perdeva su Piazza del Popolo, brulicante di gente, di colori e di sensazioni. Debbo dire che sedersi da Rosati per un aperitivo e lasciarsi andare con lo sguardo su Piazza del Popolo, è una bellissima sensazione che ti fa assaporare Roma e la sua bellezza anche negli aspetti più misteriosi. Chi non l’ha provata non potrà capire.

Ad un tratto mi si avvicina un giovane con un sorriso beffardo e baffetti dispettosi, capelli lunghi con brillantina. Il solito provinciale in cerca di visibilità da Rosati, sempre pieno di aspiranti attori di tutti i generi, pensai. Sono Gino De Dominicis, mi disse, posso dare uno sguardo a Flash Art? Certo risposi, ma siediti. E cosa bevi? Un Cynar, grazie. Guardò con interesse Flash Art e fu colpito da una foto di Vito Acconci bendato mentre cercava di prendere una palla da tennis mentre rimbalzava. Interessante questo artista mi disse. Lo conosci? Gli raccontai quel poco che sapevo allora di Acconci, che invece dopo poco conobbi meglio. Ciao Vito gli dissi a New York, come stai? A quei tempi in Italia, era molto famoso un corridore ciclista, abruzzese, Vito Taccone e non so perché io accomunavo sempre Vito Taccone con Vito Acconci (con padre abruzzese anche lui). E pensando che Acconci fosse un italiano di Little Italy che amano parlare italiano, mi rivolsi a lui nella mia lingua, sicuro che lui mi capisse. What? Mi rispose. Non capiva una parola di italiano, non era mai stato in Italia, tanto meno in Abruzzo, da cui provenivano i genitori. Sapeva a malapena dove si trovava l’Italia di cui non gli importava nulla. Io rimasi di sasso.
Divenni invece subito amico di Gino (ma era possibile diventare amico di Gino?) che mi raccontò di essere da poco arrivato da Ancona, suo padre era un antiquario e restauratore, da cui lui aveva appreso i primi rudimenti di pittura migliorando così quella strepitosa manualità che possedeva. Fraternizzammo subito, lui marchigiano, io umbro. Dove hai lo studio gli chiesi. Mi piacerebbe vederlo. Non ho ancora uno studio mi rispose, vivo in albergo e non ho nulla da mostrare.

 

Gino De Dominicis realizza l’unica grafica della sua vita

Poco dopo salutai Gino e me ne andai con Fabio Mauri, sempre gentile, affabile, molto informato sull’arte e la letteratura. Fabio era un ottimo artista ma siccome era benestante (o molto di più) nell’ambiente artistico era considerato un intruso e sottostimato. Ricordo che Plinio de Martiis il gallerista mitico che faceva opinione, mi diceva: i ricchi non possono essere dei bravi artisti. Per essere artisti bisogna soffrire la fame. Lo stesso mi diceva di Gianfranco Baruchello, altro artista molto benestante, che negli anni ‘60 girava in Ferrari. Anzi, ricordo che accompagnò in Ferrari Marcel Duchamp, sbalordito e divertito, dall’aeroporto alla galleria di Plinio, la famosa Tartaruga. Insomma, in quegli anni, ma forse anche oggi, i ricchi non avevano molto credito nel circolo dell’arte, già sovraffollato di artisti spesso realmente bisognosi (almeno in quegli anni). Mentre Fabio Mauri, habitué del Bolognese, il ristorante bene, accanto a Rosati (frequentato da artisti, intellettuali e cineasti affermati) sempre molto elegante e con accanto la bellissima Elisabetta Catalano, fotografa glamour di quegli anni, certamente povero non era. Fabio dirigeva dal 1959, l’Almanacco Bompiani, una pubblicazione annuale di grande prestigio a cui collaborarono tutti gli scrittori di quegli anni, a cominciare da Pasolini, di cui Fabio era molto amico. Ma l’Almanacco riservava un certo spazio anche all’arte. Grazie a questa pubblicazione molto autorevole e alla disponibilità, (per cui spesso comperava opere dei suoi colleghi che in stato di necessità si rivolgevano a lui), Fabio era molto stimato come persona colta e generosa ma sottostimato come artista. Di lui dicevano che arrivava un minuto dopo gli altri (Schifano, Rotella, ecc.) ma in meglio. Infatti i suoi monocromi sono più belli di quelli di Schifano, che li aveva scopiazzati a New York da Jasper Johns. Grazie alle sue disponibilità le sue opere erano tecnicamente perfette, perché per realizzarle si affidava sempre ad ottimi professionisti. Ma leggo stupefatto una dichiarazione di Fabio Mauri che considero frutto di una strategia per apparire un artista povero come piaceva a Plinio de Martiis, guru dell’arte a Roma negli anni ’60, perché Fabio era Presidente delle Messaggerie italiane, una delle aziende più solide in Italia. Ecco la sua testimonianza, tratta da una intervista con Giorgio Dell’Arti: Insomma la desolazione e la sofferenza erano quotidiane. Avevo fame e non avevo soldi neanche per l’autobus. Facevo delle camminate pazzesche. In una di quelle passeggiate sconsolate, vidi nella vetrina di una galleria, era l’Obelisco, un libro aperto su un’immagine. Era un quadro di Burri. Un sacco con un buco, da cui usciva del rosso. In quel momento realizzai che la pittura non era più la rappresentazione di qualche cosa, ma diventava lei il qualche cosa. Credo che Fabio, per entrare nelle grazie del mondo dell’arte, ha romanzato la sua vita fingendosi povero. A Roma aveva un appartamento stupendo con tutte le finestre su Piazza Navona (forse lo stesso che poi acquisì Mimmo Paladino?) e uno studio grande e luminoso. Ma Fabio Mauri è sempre stato, per la sua sensibilità e educazione, un uomo di basso profilo (in un certo qual modo mi ricorda Vaclav Havel, Presidente della Cecoslovacchia, di famiglia ricchissima ma che da bambino si vergognava della propria ricchezza e invidiava i compagni di classe poverissimi e avrebbe voluto essere uno di loro, sporco e scalzo). Il tempo e la fortuna hanno lavorato a favore di Fabio Mauri, ora diventato un apprezzato e costoso artista internazionale.

Gino De Dominicis realizza l’unica grafica della sua vita

Rividi Gino De Dominicis qualche mese dopo a Macerata, da Pio Monti mentre realizzava una grafica molto curiosa. Una serie di testine attorno a un cerchio. Un disegno leonardesco. A quanto dovrei venderla, mi chiese. Non so, risposi. Chiedilo a Pio Monti che la sta realizzando. Ma Andy Warhol quanto costerebbe? Forse 200 mila lire (erano altri tempi: una grafica di Dorazio costava 5 mila). Allora la mia grafica deve costare il triplo di Warhol, 600 mila perché è la sola mia opera grafica. E resterà unica. A quei tempi con 600 mila comperavi una bella opera di Kounellis o Pascali. E tantissimi altri. Gino era simpaticamente esagerato e sempre autoreferenziale ma un po’ guascone in tutte le circostanze. Ma lo faceva in modo serio, come se lui credesse a ciò che diceva. Un giorno mi chiese quanto costasse un grattacielo a New York. Gino, risposi, cosa vuoi che ne sappia. Un miliardo? Due? Allora un miliardo era una cifra immaginaria, non si sapeva bene a cosa corrispondesse. Se un grattacielo costa un miliardo rispose, la mia opera che è unica, deve costare almeno due miliardi. Di grattacieli ce ne sono tanti, migliaia, di quest’opera una sola. La sua logica paradossale era ineccepibile. Negli anni ’80 aveva lo studio proprio accanto al carcere femminile, in via delle Mantellate, dove io spesso andavo a visitarlo. E in un appartamento accanto aveva lo studio Mario Schifano, con un balcone prospiciente a quello di Gino. Il quale mi diceva: vedi, da quel terrazzo Schifano si affaccia e guarda i miei quadri per copiarli. Per questo sto pensando di cercare un altro studio. Infatti di lì a poco si trasferì in via San Pantaleo, in un sontuoso e polveroso e buio palazzo che gli affittò qualche nobildonna amica e dove poi è morto. Sicuro però di non essere copiato. Su Gino De Dominicis si sono scritti libri, saggi, articoli, di studiosi, amici, ammiratori, ma anche di molti improvvisati dell’arte. Ma nessuno, tra quelli che conosco, se non sbaglio, ha avuto il coraggio di affrontare il problema del Gino De Dominicis artista concettuale, che lui stesso, in molti colloqui privati con me negava di essere stato. Io, diceva, quando ero considerato un artista concettuale in realtà studiavo (non so cosa volesse significare, forse intendeva dire che sperimentava): io sono soltanto un pittore. E io riconosco come mie solo le opere di pittura.
Io credo che purtroppo con l’arte concettuale il criticismo accademico attuò un terrorismo culturale di cui soffrirono molti artisti (Paladino, Chia, Clemente, De Maria), poi rivelatisi magnifici pittori. I soli artisti concettuali che abbiamo avuto in Italia sono stati Vincenzo Agnetti, in parte Giulio Paolini, e soprattutto Francesco Matarrese, la cui radicalità ideologica, lo portò ad abbandonare l’arte, anche se lui sosterrebbe che è ancora un artista pur non producendo opere. Ma qui la discussione si fa filosofica, ed è proprio il campo dove vorrebbe condurci Francesco Matarrese e dove invece non mi addentro. La filosofia lavora sull’arte ma non può essere considerata arte. Io penso che il lavoro che sta svolgendo ora Francesco, sia da teorico dell’arte, non da artista. In ogni caso è affascinante la sua posizione filosofica e ideologica, a dimostrazione che l’analisi filosofica può portarti ovunque, a cavalcare qualsiasi ipotesi, a farti vivere qualsiasi dimensione. Ma credo possa condurre anche alla follia. Anche se non è il caso di Francesco.

L’esperienza concettuale di Gino De Dominicis fu una sorta di parodia?

Comunque Gino non fu artista concettuale, perché secondo lui, all’epoca studiava. Vuol dire che guardava gli altri. La Mozzarella in Carrozza? È una battuta da bar Rosati, dove davanti, un tempo, stazionavano le carrozze in attesa di turisti. Ma tutto il lavoro, cosiddetto concettuale di Gino fu una colossale presa in giro da parte dell’artista, un paradosso dei luoghi comuni. Compresa l’opera Palla di gomma caduta da due metri nell’attimo precedente il rimbalzo, cioè una semplice palla posata a terra. Opera certamente ispirata dalla famosa fotografia di Vito Acconci che guardò in Flash Art, seduto accanto a me. Le sue opere cosiddette concettuali erano spesso dei paradossi o calembour che avevano una matrice da bar romano. Che invece la intellighenzia del concettualismo ha santificato (ma il discorso potrebbe non essere riferito solo a Gino De Dominicis; almeno lui ti fa ridere, con il suo buffo tentativo di volo o il gettare in acqua un sasso cercando di far quadrare il cerchio, ecc.). Gino mi confessò che un collezionista di Foligno che aveva acquistato il suo Cubo Invisibile (cioè il nulla: solo un fogliettino bianco come certificato) dovette inviare un camion per trasportare il famoso cubo che non esisteva, se non nella fantasia dell’artista. Insomma una goliardata che però è entrata nei sacri testi della critica d’arte. La Storia è fatta anche di queste cose. Dopo essermi trasferito a Milano ci vedevamo meno spesso ma ci sentivamo frequentemente. Una volta, in un suo raro viaggio a Milano, venne da me in redazione, mi chiese di guardare il materiale di archivio che lo riguardava (io avevo sue lettere autografe, moltissime foto personali o di opere). Lo lasciai solo nell’archivio per poi pranzare insieme. Al ritorno dal pranzo, dopo esserci salutati, vado a guardare il suo dossier. Era scomparso tutto. Gino mi aveva sottratto tutto ciò che lo riguardava, lasciandomi solo anonimi inviti di qualche sua mostra e ritagli di giornali. Ma lo stesso fece Nicola De Maria, che mi sottrasse una serie di foto della sua mostra da Inga-Pin, di cervelli umani in contenitori sotto formalina, che aveva fotografato all’Università di farmacia dove in quel momento stava studiando). Ma Gino durante il pranzo mi raccontò che era stato invitato per una mostra a New York ma lui aveva rifiutato perché timoroso dell’aereo. Più tardi anche Marian Goodman, una delle più importanti gallerie americane, tentò invano un approccio con lui. E poi paradossalmente, a New York preferì la Fondazione Rayburn, di Isabella del Frate, che a Roma aveva lavorato alla galleria Editalia e quindi con la courtier Mitzi Sotis e che Gino conosceva. La quale Isabella poi si era sposata con un facoltoso avvocato americano ed aveva aperto una fondazione che però non ebbe molta fortuna. Ricordo anche che Paul Maenz, negli anni ottanta una delle gallerie più note in Europa mi diceva: cerca di convincere Gino ad esporre nella mia galleria. Con me ha sempre tergiversato ma non abbiamo mai concluso. Gino, non so bene perché (anche se io credo che la ragione del rifiuto fosse determinata dal fatto che Paul Maenz aveva esposto artisti italiano come Salvo e Ontani che lui non apprezzava), rifuggiva da tutte le opportunità che gli si offrivano, scegliendo sempre gli spazi meno appariscenti per poi concedersi a gallerie secondarie o marginali: evitava sempre accuratamente le gallerie primarie e partecipava raramente a mostre di gruppo. Alla inaugurazione della sua mostra di New York non vidi alcun critico o artista americano. Eravamo solo italiani, dall’ambasciatore (o addetto culturale) a Furio Colombo, ad amici personali di Gino. Non ho notizie su come andò la mostra, ma a me sembrò che fosse passata totalmente inosservata. Ma tutto ciò di cui ho parlato, si riferisce agli anni ottanta, quando lui aveva abbandonato la sua arte concettuale ed era diventato pittore (anche se da giovane, ad Ancona, pittore lo era già stato e credo che dopo la sua morte abbiano girato anche alcune opere molto giovanili da lui in vita mai riconosciute). Ma pochi sanno che a dargli il coraggio di tornare alla pittura sono stati gli artisti della Transavanguardia, da lui spesso sbeffeggiati. Il loro successo gli diede la forza di superare quel terrorismo critico di allora che ghettizzava la pittura, che culturalmente era considerata un passatempo per pensionati. Il solo Salvo era riuscito ad evadere dalla camicia di forza dalla cosiddetta arte concettuale. Perché negli anni ’70 essere pittori significava essere dei tradizionalisti e conservatori. Anche politicamente. E di questo ne sono certo, perché testimone. Ricordo che guardavamo assieme alcune immagini di Chia e Paladino tornati ad essere pittori figurativi e lui ne fu molto interessato anche se, mi sembrò, in modo ironico. Cosa ne pensi, mi chiese. Coraggiosi dissi io. Vediamo come andrà a finire. Ma il successo travolgente della Transavanguardia lo frustrò. Con me cercava sempre di sminuire il loro valore. Un giorno mi mostro dei disegni giovanili di Malevic, e mi disse: vedi da chi copia Cucchi? È vero, c’era una certa somiglianza, ma la ideologia della Transavanguardia era proprio l’attraversamento senza complessi della storia dell’arte. In realtà Gino fu un curioso voyeur dell’arte. Guardava tutto con estrema attenzione. E anche il suo periodo migliore, quello che lo ha reso celebre (bellissima la sua mostra da Emilio Mazzoli che miracolosamente era riuscito a gestirlo) aveva chiare derivazioni dall’arte sumera, di cui lui era conoscitore e cultore. E forse, nella sua esaltazione creativa, si sentiva la reincarnazione di Gilgamesh, il grande capo sumero sulla cui morte l’Epopea di Gilgamesh recita: Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi. Che ha strani similitudine con la morte di Gino, pare trovato, immobile sul letto, impeccabilmente vestito di nero, come dovesse recarsi ad una serata di gala.

Svelato il mistero del loculo di Gino De Dominics

Sulla morte di Gino esistono molte ombre che nessuno vuole fugare, anzi tutti hanno contribuito a infittire e a romanzare. Le sue ceneri sono al cimitero Flaminio, senza alcuna indicazione. Che nessuno troverebbe. Invece il suo loculo è al Cimitero Flaminio ed è stato scoperto e fotografato da Alfredo Saino, artista marchigiano e che sa tutto su Gino, il quale grazie ad una rete di relazioni ha individuato dove Gino è sepolto ed è riuscito a farsi rilasciare un documento per poter individuare il loculo anonimo. Ma pochi lo sanno, o fanno finta di non saperlo, che esiste un testamento olografo (di cui posseggo una fotocopia), di Gino De Dominicis a favore di Marta Massaioli, la cui autenticità è stata confermata da una nota grafologa romana. Non ho capito bene perché questo testamento non sia stato fatto valere per tempo, lasciando opere e diritti ad una lontana parente.

Purtroppo dopo la sua morte, Gino è stato suicidato più volte, con mostre e veti assurdi e contraddittori da una strategia da inesperti, che forse paradossalmente Gino avrebbe gradito ma che di fatto lo stanno escludendo dal panorama artistico e dal mercato. L’artista che sembrava dover seguire le fortunate orme di Burri e Fontana o Manzoni, è di fatto fermo e pressoché invendibile. Sarebbe stato meglio, dai responsabili dei diritti dei copyright, se fossero stati meno talebani, autenticare opere forse dubbie ma belle, anzi ché bloccare tutto lasciando il mercato di Gino in una palude da cui non so se e quando ne uscirà. E per di più con in circolazione opere che non si direbbero mai uscite dallo studio di Gino.

Nel 1987 gli chiesi di acquistare un’opera per la mia collezione. Dopo rinvii e tanti sospiri mi chiamò a Milano dicendomi che l’opera era pronta. Mi precipitai con Helena a Roma e dopo il solito Cynar (ne aveva il frigo quasi pieno: metà occupata dai Cynar e l’altra metà da denaro contante che traboccava dal frigo. Il frigo era la sua cassaforte, per il denaro e per i Cynar, che mi confessò di berne più di dieci al giorno) portatoci con eleganza da una bellissima ragazza in topless che lui chiamava con un campanello, mi mostrò l’opera. Che io e Helena apprezzammo subito. Infatti raramente Gino faceva uscire dallo studio opere non perfette. Io sapevo che lui chiedeva prezzi astronomici e in qualche caso da grande incantatore di serpenti, la spuntava. Iniziammo la pantomima del prezzo e dopo avermi parlato delle solite cose e fatto qualche gioco di prestigio, di cui andava molto orgoglioso (interessanti e apparentemente sconvolgenti, ma erano sempre le stesse) mi chiese un miliardo. Mi spiace caro Gino, ma la cifra è un po’ alta per me. Nel frattempo con il consueto campanello chiamò una ragazza e da un cospicuo rotolo di banconote che aveva tirato fuori dal frigorifero ne prese una dandola alla ragazza per acquistare le sigarette. Gino era un notorio maschilista, ma le ragazze che lavoravano con lui lo adoravano, perché pare fosse molto generoso con loro.
Caro Giancarlo, mi disse, ricordi il signor Bonaventura del Corriere dei Piccoli? Alla fine di ogni storia, per riconoscenza o fortuna, percepiva un milione come premio. Un milione di allora equivale al miliardo di oggi. Lasciami un assegno di un milione intestato a Bonaventura. E così feci. Chiamò un corriere e mi spedì il quadro a Milano.
E dopo qualche giorno vidi che l’assegno era stato inverosimilmente incassato dal signor Bonaventura. Gino aveva un amico anche in banca! Debbo però riconoscere che mi ha fatto attendere alcuni mesi per consegnarmi l’opera che avevo richiesto, ma quando mi telefonò e io andai, fu impeccabile. Credo che pagò il trasporto a Milano lui stesso. Un incredibile gesto di generosità. Questa generosità e puntualità mi ricorda quella di Luigi Ontani, artista eccentrico del nostro panorama dell’arte e che fa della trasgressione e della fuga dalla realtà il suo credo. Molti anni fa gli chiesi se poteva vendermi un’opera. Ti chiamo appena pronta, mi rispose felice. Ti farò una bella opera di cui sarai orgoglioso. Dopo un po’ richiama e mi dice che l’opera è pronta. Con l’aereo (o la macchina per trasportarla?) mi precipito a Roma. Quando arrivo da lui, con una faccia stralunata da far paura e ancora mezzo assonnata, malgrado l’ora tarda, mi dice: scusami Giancarlo, ma ieri sera è passato un collezionista e gli ho venduto la tua opera. Presto te ne preparerò un’altra. Non ho mai odiato nessun artista, ma Luigi Ontani in quell’occasione sì e lo avrei strozzato. Con tutti gli impegni che mi oberavano in quegli anni, mi precipito a Roma e lui con quella sua brutta faccia stralunata, candidamente mi dice: il tuo quadro l’ho venduto ieri sera. Mancanza totale di rispetto per il prossimo, mancanza di regole di convivenza civile che io non tollero nemmeno presso le persone più alternative. Fai l’alternativo con te stesso ma non con gli altri… Un altro episodio molto significativo: alla sua mostra da Emilio Mazzoli, molto folta e densa, durante la inaugurazione vedo il grande Emilio furioso: cosa succede, chiedo. Ontani, durante la inaugurazione gli aveva aumentato i prezzi delle opere rispetto a quelli concordati precedentemente. Perché? Visto il grande riscontro che stava avendo, lo strampalato Ontani, aveva aumentato i prezzi delle opere durante la inaugurazione. Un bel comportamento. Purtroppo molti galleristi e collezionisti sono costretti per necessità queste angherie e comportamenti scorretti. Purtroppo agli artisti si deve perdonare tutto. In molti casi anche di essere sconosciuti al fisco e che invece noi dobbiamo onorare anche per loro.

Contributi

Loredana Parmesani
Meravigliosi amici, vi voglio tanto bene.  Loredana.

Lori, tu ci manchi tanto. Tu che sei stata anche nostra guida ma soprattutto di Gea, ti sei poi volatilizzata nascondendoti dietro i tuoi studi prediletti. Ma noi ti aspettiamo sempre. E siamo certi che un giorno ti riabbracceremo.

Fausta Squatriti
Caro Giancarlo, di Getulio Alviani, sapeva essere convincente, quasi capace di plagiare chi gli capitava tra le mani. Il suo piacere stava nel sentirsi più furbo degli altri, più capace. Con me le cose non sono state facili, perché venivo da un mondo di conoscenze e di cultura molto diverso dal suo, e malgrado il suo maschilismo, aveva dovuto ammettere che era difficile plagiarmi, convincermi, sottomettermi. Oltre al suo mondo, oltre le sue esclusive passioni per l’arte, diciamo genericamente, geometrica, esistevano anche altri percorsi, c’era la musica, la letteratura, e altre ricerche, tutti mondi che lui non aveva mai frequentato. Con me, Getulio ha dovuto vedere oltre se stesso, e non dico che gli sia riuscito facile, ma durante la nostra convivenza, e storia d’amore (Getulio si innamorava tantissimo, ogni volta era l’amore più grande e unico o della sua vita) , posso dire di avergli aperto gli occhi su non pochi aspetti del mondo, a lui prima di allora completamente ignoti. E questo, alla fine, lo divertiva. Insieme abbiamo tanto riso, condiviso la passione per l’arte, la nostra e quella degli altri, e abbiamo anche pianto. I suoi tradimenti, su diversi livelli, non solo sentimentali,  sono stati tanti, le sue bugie, i suoi progetti, andati a finire  in modo a dire poco, non corretto. Ma Getulio sapeva anche farsi amare, e tu stesso, Giancarlo, lo sai bene. Era convincente. Conosco tanti che lo avevano amato come amico, e altri che, come Soto, lo avevano poi considerato un nemico. Io, amica di entrambi, non potevo credere che uno di loro fosse dalla parte del torto. Mi sono però fatta una idea, e Soto, pochi mesi prima di morire, mi aveva telefonato da Parigi per dirmi delle cose molto belle, e affermare la forza della nostra amicizia. Getulio ci teneva a sentirsi al centro, capace di risolvere, favorire, provocare. E così, teneva tutti isolati. E’ vero, c’erano artisti che odiava, come Dadamaino, per le ragioni che hai già raccontato tu. E però, ne adorava altri, con cui sapeva anche essere generoso. Famoso per la sua tirchieria, io posso dire che era discontinua. Era tirchio anche per se stesso, nelle piccole spese, ma adorava fare grandi doni, credo per sentirsi  potente. Alle sue ragazze, donava pellicce, e altro. Di fronte alla vetrina di un pellicciaio, a Parigi, allora ne esistevano, ho rifiutato una bellissima pelliccia di lince, che insisteva per acquistare. Ma non era certo sempre così. Toccato da molte delusioni, dal dolore della morte, aveva cambiato la sua ironia  in una lugubre lamentela. La morte di Anna Palange, una morte orribile, una lunga agonia, lo aveva lasciato sbigottito. Io, come altri, sono stata vicina a questa gentile e particolare giovane donna, che a soli 33 anni, moriva. Ma Getulio aveva sempre avuto più storie insieme, facendo salti mortali, con le sue bugie, per tenerle tutte in vita, e quello che più lo meravigliava, era essere scoperto nelle sue infedeltà, perché pensava sempre di essere più furbo degli altri. Lui aveva sempre almeno due donne, una, prima amata anche  follemente, passata poi al ruolo materno, e la passione andava verso una nuova donna, anch’essa amata più tutte le precedenti, fino a diventare lei stessa  confidente, madre.
Della vita, diceva: si lavora, si corre, e poi, ti viene un cancretto… e basta, tutto finito.
È stato così anche per lui. Diora, la sua ultima compagna, mi ha chiamata per salutarlo, mi ha detto, “perdonatevi”, e le sono riconoscente per questo suo pensiero. Da malato, quando ancora poteva, forse, sperare di guarire, si era legato di amicizia con il suo medico, riversando su di lui, un uomo straordinario, tutta la sua capacità seduttiva, perché aveva trovato in lui un terreno vergine, che non era quello stropicciato dell’arte, e poteva così stupirlo con la sua personalità cangiante e a suo modo, seduttiva. E così, nel declino fisico, aveva conservata la sua energia mentale, capace di grandi contraddizioni. Capace anche di tenerezza, di stupore. Delle sue impuntature,  delle sue ripicche, cattiverie, bugie, adesso, preferisco sorridere.
Ecco, altro se vuoi te lo dirò a voce, se ci incontreremo. Fausta Squatriti

Cara Fausta, certo, tu sei un’ottima testimone di Getulio Alviani, ma anche io, attraverso decine di viaggi, dal 1966 e frequentazioni e coabitazioni (dopo la morte di Anna Palange lui, molto addolorato e depresso, è vissuto per oltre un anno a casa mia, aveva la sua stanzetta, spartana come quella di Argan) e dunque potrei scrivere un libro, forse due. A lui perdono quasi tutto ma non il cinismo crudele che aveva nei confronti di tutti. A  me più volte e sino a pochi mesi prioma della morte, diceva che la sola donna che aveva amato era Anna Palange. Forse perché Anna era dolce e permissiva, una fedele amica a lui devota ma che aveva una sua vita autonoma al di fuori di Getulio. A cui trascriveva i testi correggendoli. E mai approfittatrice. E a lei cui aveva destinato tutti i suoi bene (immobili e opere d’arte) con testamento notarile, se non fossimo intervenuti io e François Inglessis, con la forza fisica nei confronti del cappellano che si rifiutava di celebrare il matrimonio tra Getulio e Anna Palange in coma, Getulio avrebbe perso tutto, ma proprio tutto. E Getulio sino a pochi mesi prima della sua scomparsa malediva la sua compagna del momento e cercava di evitarla. Purtroppo credo che la gestione della sua eredità sia in mani inadeguate e presto il lavoro di Getulio potrebbe entrare in uno stato confusionale da farlo scomparire. Per il resto sono d’accordo con te. Getulio non era interessato che al lavoro degli artisti “razionali”: sapeva tutto su di loro, anche dei minori, ignorando quasi tutto il resto. Non sapeva (non era interessato) di letteratura né di poesia e nemmeno di arte. Ma quella nicchia di artisti “razionalisti” (concreti, optical, cinetici, che andavano da Albers, Bill, Soto sino ai minori) non aveva segreti per lui. E spesso me li presentava con giudizi molto acuti. Ultimo aneddoto frivolo: un giorno, negli ultimi anni, Getulio mi disse, sai io pago le mie donne più di Berlusconi. A ogni donna con cui sono stato ho regalato un quadretto 20×20. Mentre Berlusconi le pagava (lui diceva) 1000-1500 euro. Comunque, aggiunse, se vedi un’operina 20×20 sappi da dove viene. Le opere di queste dimensioni le ho riservate solo alle mie donne.

Francesca Pietracci
Caro Giancarlo, trovo fantastici i tuoi Amarcord che leggo e rileggo. E geniale il fatto che invece di farti raccontare preferisci raccontarti. Parli di luoghi a me familiari, ma che purtroppo hanno ormai perso lo smalto. Ma, a parte la stima e i sinceri e disinteressati complimenti, mi piacerebbe leggere (pubblicamente o privatamente) del tuo rapporto con l’approccio critico e curatoriale di Helena Kontova con le avanguardie. So che a volte sei stato polemico, ostativo, ma forse proprio per questo stimolante … ma ora che succede … hai capitolato? Oppure secondo voi ha capitolato la sana e intelligente provocazione dell’arte?

Cara Francesca,
piano piano forse affiorerà anche ciò che tu chiedi. Almeno lo spero. La nostra adrenalina, mia e di Helena, non è più come ai bei tempi. Vuoi mettere conoscere e collaborare con Fontana, Burri, Kolar, Pascali, Pistoletto, l’Arte Povera, la Transavanguardia, Jeff Koons, Cattelan, Francesco Vezzoli…. La forza, le idee e l’entusiasmo venivano soprattutto da loro. Ora so guardare molto meno l’arte di oggi che trovo ripetitiva (ma questo sembra il vizio assurdo della terza: abbiamo già visto quasi tutto. E questo vale per tutte le generazioni). Invece gli spostamenti ci sono, ne sono sicuro, ma per leggerli occorrebbero gli occhi da ventenni che non abbiamo più. Helena, insieme a me, ha organizzato Aperto ’93, che per gli addetti ai lavori più attendibili (in primis  Maurizio Cattelan) è stata una mostra irripetibile e che ha cambiato il concetto di grande rassegna non più monocratica, con un solo curatore e un solo punto di vista, ma collegiale, con decine di curatori con gli occhi ovunque. Lo stesso è avvenuto con la Biennale di Tirana, che non molti italiani hanno visto, ma che lo stesso Harald Szeemann ci disse che era una mostra modello. La prima grande mostra Low Cost con tutti i più grandi artisti del momento. Ma anche lì, come curatori ho chiamato artisti, critici, galleristi. Il vero spaccato dell’arte. Oggi assistiamo alla sagra e alla dittatura dei curatori, forse più numerosi degli artisti e una visione miope e una conoscenza di nicchia. E si occupano solo del loro gruppo di artisti che portano in giro come le vacche di Mussolini.

Pino Boresta
Gentile Giancarlo Politi ho letto il suo ultimo amarcord il 18°. Anzi in realtà li ho letti tutti e li conservo in una cartellina su Yahoo, fin dal primo quando ancora non erano numerati ed il n. 6 è stato nominato due volte: il primo parla di Alberto Burri e il secondo invece di Bruno Bischofberger, quindi in realtà quest’ultimo inviato, se ho fatto bene i calcoli, dovrebbe essere 19° e non il 18°. Ma non è questo il motivo per il quale le scrivo, purtroppo queste mie inutili precisazioni sono una sorta di malattia della quale le chiedo venia. La realtà dei fatti è che ho trovato i suoi amarcord bellissimi e ogni volta che li leggevo sono stato sul punto di scriverle, ma poi un po’ per pigrizia, un po’ per impegni e un pizzico di timidezza mi sono sempre fermato prima. Questa volta nulla ha potuto fermarmi (grazie anche al fatto che sono a casa ammalato, incriccato con la schiena), e volevo dirle che, non so bene il perché, ma mi sono ritrovato un po’ nello spirito e nello stile di vita di quegli artisti cecoslovacchi che lei ha cosi ben descritto. Forse perché il mio lavoro da collaboratore scolastico (bidello) è molto simile a quello del guardiano di museo, forse perché il mio disincanto e le mie aspettative nei confronti dell’arte e del sistema, che ho spesso criticato, mi avvicina filosoficamente a quegli artisti, forse perché quando ho scoperto Jiri Kolar me ne sono subito innamorato avendo in gioventù, nelle mie sperimentazioni artistiche, lavorato con il collage in maniera molto simile a quella del grande maestro Jiri, che all’epoca non conoscevo. Insomma io credo che i ricordi, specialmente quelli di certe persone, sono ORO, oro colato indispensabile e necessario, e quanto più sono sinceri e veri tanto più sono preziosi, e suoi lo sono, e per questo la ringrazio. E poi oggi era uno di quei  giorno un po’ così come quando sei affranto per qualche motivo che non sai bene il perché, ma quando leggendo il suo amarcord sono arrivato alla parte dove racconta dello sventato incidente diplomatico con la sua affermazione “I am comunist.” mi sono messo a ridere cosi forte che i miei famigliari incuriositi sono venuti tutti in camera (dove sono io con il pc) per capire cosa era successo. Concludo salutandola e se vuole un giorno le racconterò di quell’unica volta che ho avuto il piacere di parlare con lei (che non credo lei ricordi) nel parcheggio interno della Fiera di Bologna, riguardo anche il mio album delle figurine degli artisti che avevo/ho realizzato. I miei più cordiali saluti.

Caro Pino,
ti ringrazio molto per il tuo contributo. Mi ricordo vagamente, come in una nebbia, che forse c’era, delle figurine di Bologna. Anche perché io sono stato ossessionato una vita per realizzare, sulla scia degli albi di Panini, l’albo degli artisti. Avevo anche raccolto alcune centinaia di foto (a partire da Mondrian, Klee, Kandinski, Balla, Fontana, Burri, Rauschenberg, sino agli ultimissimi di allora: molte pubblicate sulla copertina del volume di Flash Art 40 anni. Se non lo hai e ne ritrovo delle copie te lo spedisco). Però la grande distribizione non mi accettava questi albi per le edicole, dubitando della loro vendibilità (e certamente aveva ragione), quindi avrei dovuto pubblicarli insieme a Flash Art. E il gioco dello scambio finiva. Ma avrei dovuto farlo ugualmente. Mi resta dunque il rimpianto di non averlo fatto. Assieme a poche altre cose, perché se mi guardo indietro o anche solo il magazzino di Trevi, mi stupisco di aver potuto fare tante cose. Spesso senza molti mezzi, ma la necessità di fa aguzzare l’ingegno. Guarda Napoli, le persone più cretive del mondo. Dalle varie edizioni di Flash Art (tedesca, francese, spagnola, polacca, cinese, russa e ancora oggi, con grande successo, la edizione ceca e slovacca). E Art Diary, una idea dell’epoca assolutamente vincente, una sorta di internet ante litteram che mise in contatto artisti, gallerie, musei, collezionisti di tutto il mondo che non si conoscevano. E poi decine di libri, con Baudrillard, Lyotard, Toni Negri, Paul Taylor, ecc. e cataloghi (insuperato ancora quello di Aperto ’93, con testi di Julia Kristeva, Maffesoli, Bourriaud, Galimberti, Akira Asada, Slavoj Zizek, Vaclav Havel. E Mike Hubert, americano, una grande promessa della critica d’arte internazionale, morto giovanissimo di Aids). E poi Tirana Biennale e Prague Biennale. E l’esperienza incredibile del Trevi Flash Art Museum (ma di cui sono amaramente pentito; spesi un patrimonio, 2.5 miliardi di allora in dieci anni) pensando di portare l’arte contemporanea in Umbria. Invece a Trevi (come in tutta la provincia italiana) interessa la sagra della bruschetta e del sedano. Mi fece riflettere un signore, tal Marino Gentilucci, che tra l’altro era anche un pittore dalla buona mano, che un giorno a Trevi mi fermò e mi disse: caro Giancarlo, ricordati che qui a Trevi non abbiamo bisogno di nulla. Proprio di nulla. E me lo disse con aria risentita. La gente perbene, giustamente, non ama gli sconquassi e l’anarchia dell’arte contemporanea: io avevoo portato un asino dentro il museo, performers trasgressivi e rumorosi, artisti apocalittici e proprio di fronte al Duomo. Grazie a Marino Gentilucci capii allora che giustamente il sedano e la bruschetta avevano vinto. E lasciai il Trevi Flash Art Museum purtroppo ad un incapace, che in poco tempo ne distrusse la bella reputazione che si era fatta, almeno tra gli addetti ai lavori. Ma con un grande insegnamento. Mai portare l’arte dove non è richiesta. Voler imporre l’arte è un atto di nazismo, fascismo e stalinismo. Mentre l’arte deve essere una conquista. A volte faticosa.

Chiara Pergola

Buongiorno Giancarlo,
sì, cosa sia il mercato dell’arte è un mistero immerso in una fitta oscurità, e forse dovremmo anche chiederci cosa sia il mercato in generale. Mi sembra però che questi suoi ricordi, con la loro ricchezza, aiutino se non altro a diradare qualche ombra, mettendo in luce la molteplicità di fattori che vi agiscono. E chissà che qualcuno dei tanti che li seguono, non abbia voglia di raccogliere il suo appello per Jiri Kolar. Ma non mi stupisce – e mi fa anche piacere – che in questo momento sia l’opera di sua moglie ad avere maggior fortuna: a premere in questa direzione sono tante donne, che in tutto il mondo si stanno organizzando per far emergere molte storture e altre possibilità. Attraverso Bela Kolarova e altre artiste che oggi hanno riconoscimenti, non si esprime solo la loro voce, ma tutte queste. È un dato importante, di cui il mercato approfitta, ma non è detto che domani gli equilibri siano gli stessi. Ci auguriamo che il vantaggio in termini di giustizia sociale sia più duraturo degli eventuali profitti economici, che sono senz’altro molto volatili. Alcune istanze che le donne portano avanti, spero si affermeranno stabilmente; ma proprio questo successo, potrebbe decretare domani un insuccesso economico, perché la “questione” non sarà più così centrale nel dibattito pubblico; ce ne saranno altre, che ora forse nemmeno prevediamo. Allora ecco, una domanda che mi interessa è questa: il mercato – inteso come forma dello scambio economico – può sostenere questo ampliamento espressivo? Ce ne sarebbe bisogno. Credo – mi perdoni se sbaglio leggendo in filigrana – che il suo richiamo all’opera di Jiri Kolar, oggi trascurata, sottolinei quanto è importante che il valore tenda al senso e non alle mode: perché il valore ha il potere di orientare il desiderio, ed è più importante desiderare di riuscire ad esprimersi compiutamente (meta irraggiungibile, ma è il percorso che conta) piuttosto che desiderare di essere di moda (più facile, certo, ma è la “tensione alla tendenza” che poi genera anche le cosiddette bolle speculative). Chiara

Chiara, mi pare che le donne, almeno in arte, non sono più delle cenerentole ma delle protagoniste. In tutto il mondo ormai primeggiano. Incominciano ad emergere anche in Arica e da tempo in Iran e Irak. Il che è tutto dire. E se consideriamo che il loro vero ingresso nel mondo dell’arte è piuttosto recente, io prevedo che nei prossimi cinquanta anni (se l’arte avrà ancora un senso) otterrano un sopravvento totale sugli uomini. Il numero degli artisti uomini significativi sarà come quello delle donne nel Rinascimento. Io me l’auguro. Solo in Italia, negli ultimi anni sono emerse dal dimenticatoio  Bice Lazzari, Dadamaino, Maria Lai, Carol Rama, Ketty La Rocca, Irma Blank, Nanda Vigo, Grazia Varisco, Laura Grisi, oltre alle storiche già riconosciute Carla Accardi, Giosetta Fioroni, Marisa Merz, Vanessa Beecroft ecc. Per non parlare dell’intoccabile monumento internazionale Marina Abramovic, molto presente in Italia. Il mercato dell’arte è un fenomeno del tutto irrazionale. Le persone benestanti o ricche sono milioni nel mondo. Solo in India pare che i ricchi siano oltre 80 milioni. Il desiderio di distinguersi e avere uno status symbol appartiene alla natura umana e dunque a milioni e milioni di persone che possono permetterselo. Molti scelgono le Ferrari, altri l’arte. Tantissimi le scarpe o le borse di Gucci. Jiri Kolar non è il solo grande artista ad essere trascurato. Io nella mia esperienza nell’arte (diciamo gli ultimi 50 anni) ho visto affondare nell’oblio (e forse non riapparire mai più) migliaia di ottimi artisti. Ma per taluni, acquistare Jeff Koons o Basquiat per venti o più milioni di dollari, è come per me prendere un caffè. I moralisti dell’arte non vogliono capire che l’arte è un vizio assurdo. Tutti possono ammirarla, un po’ di meno possono comperarla. Ma sono comunque tanti. Ogni anno compaiono centinaia di collezionisti nuovi. Anche da paesi poveri come le Filippine, Indonesia, Centro e Sud America, Europa dell’est. Io non ho mai sentito un collezionista lamentarsi degli acquisti anche sbagliati, effettuati. Tutti sappiamo che i vizi si pagano. A cominciare dagli oggetti firmati o al ristorante da 300 e più euro a pasto. Ognuno scelga ciò che ama e può permettersi. Io sono felice di acquistare il cibo da Esselunga, dove c’è una scelta qualitativa incredibile. Ma a Milano esistono boutique alimentari di successo che vendono gli stessi prodotti, di produttore diverso, dieci volte tanto. E’ questa libertà di scelta, con le sue diversificazioni e bizzarrie, che rende la vita divertente.

Federica Murgia
Grazie per avermi fatto fare un percorso a ritroso nell’arte praghese. Mi sono immersa nel suo  Amarcord 18 con gioia e alla fine mi sono sentita arricchita. Penso d’averla conosciuta a Cagliari con Lidia Novati della galleria “La Bacheca”.
La saluto cordialmente in attesa del suo prossimo Amarcord. Federica Murgia

Cara Federica, forse avresti potuto incrociarmi a Castiadas, dove per alcuni anni, (anche con Alviani, François e JR), ho frequentato Mauro Cossu e con lui lunghe scarpinate sulla collina accanto all’ex carcere, pare teatro delle leggendarie gesta del famoso bandito Samuele Stochino, la Tigre dell’Ogliastra, un mito del banditismo sardo e di cui durante le passeggiate, Mauro ci raccontava le avventure di questo Robin Hood isolano, forse colorandole un po’. Oppure a Villasimius, dove per un paio di anni, in una piccola villa davanti ad un mare da toglierti il fiato, ho trascorso con Helena e Gea vacanze memorabili (e irripetibili). Invece non ho mai frequentato realmente (e me ne dolgo) Cagliari, se non di passaggio e per una originale mostra e fiera d’arte, organizzata sempre, a costo zero, da Mauro Cossu sulla spiaggia del Poetto, che con un po’ di attenzione da parte delll’Amministrazione comunale, poteva avere maggior fortuna e diventare un punto di riferimento. Almeno per l’isola. E Mauro Cossu per l’insistenza di voler fare l’artista e sopravvivere è dovuto emigrare. Né mi sembra di essere mai entrato nella galleria da te indicata. Anche se la memoria, dopo molto tempo può fare brutti scherzi. Ho invece bellissimi ricordi di Sassari ma soprattutto di Alghero, dove grazie alla segnalazione di Nicola Martino, allora Direttore dell’Accademia di Sassari, per anni affittavo una villetta sulla spiaggia delle Bombarde, proprio accanto a quella di Nanni Moretti, che aveva l’ombrellone a due metri dal mio ma che guardava fisso il mare e il cielo e non parlava con nessuno. E se lo salutavi non rispondeva nemmeno al saluto. I suoi problemi esistenziali lo ottenebravano anche in spiaggia. Mentre sua madre con la sigaretta perennemente in bocca anche durante il bagno, dal mare guardava estasiata suo figlio sotto l’ombrellone con lo sguardo perso nell’infinito.  

Aldo Aytano

Un grande grazie.
Nel passato ho avuto modo di leggere e curiosare sui vari articoli di Flashart periodico, …. si penso o ricordo di averlo trovato in qualche Fiera, ma mai ho deciso di abbonarmi, adesso lo farò con piacere. Vista la Sua grande esperienza di artisti, critica d’arte, saggistica, se lei me lo permette mi preparo a farle qualche libera domanda. Lavoro da anni come pittore, ceramista e qualche scultura in bronzo. Partecipo spesso alle Fiere d’arte che si affacciano per l’italia e  provenendo da famiglie di antiquari esercito anch’io da sempre questa professione per cui non ho mai avuto difficoltà a vendere le mie opere. Però lei mi insegna se i quadri o le ceramiche per non dire i bronzi sono belli, hanno charme, in qualche modo attraggono il visitatore e si fa presto a venderli ad un pubblico variegato a partire dai colleghi antiquari, galleristi e privati dovunque, ovviamente se i prezzi sono accettabili per non dire competitivi, ma laddove la Fiera è importante si riesce a fare soltanto le spese perdendo le opere più belle perché se belle si vendono da sole. Con l’amaro destino che vanno disperse e diventano pagine strappate di un libro. Recentemente ho partecipativo ad una Fiera ad Avignone appena appesi tre quadri di grande scena sono passati mercanti americani e li hanno senza troppe storie comprati, e certo è una soddisfazione ma va via un pezzo di cuore. Fino ad oggi  almeno per me  non ho mai incontrato un gallerista serio intenzionato ad investire su di me e non ne ho mai fatto un problema di denaro per cui spesso ed anche adesso mi sento piuttosto disorientato. Ho presentato un progetto alla Fondazione Banca del Monte di Lucca che è stato approvato ma in data da definire…… in merito ai finanziamenti perché la mostra prevede come progetto globale di inserire i miei lavori all’interno di un vero viaggio nella statuaria africana di cui sono esperto e, vero, vero collezionista. Grazie ancora. Aldo Aytano.

Caro amico,
ho dato uno sguardo alle tue opere. Dipingi ciò che senti o vedi o credi di vedere (e lo fai anche dignitosamente). Ti reputo una persona fortunata. Ma considerati anche realizzata. Vivi nel mondo innocente del dilettantismo artistico e non cercare di entrare nel mondo del professionismo. Sii felice se il notaio o il farmacista o il commerciante di frutta e verdura ti acquistano un’opera perchè l’amano. Hai reso felice te e l’acquirente. Non rincorrere falsi traguardi, irraggiungibili per te e che ti porterebbero ad una competizione da toglierti il sonno e la serenità. Hai piacere a dipingere (e ripeto, lo fai anche benino) un paesaggio o in incendio del bosco? Sii felice se qualcuno condivide con te il piacere. Alcuni anni fa leggevo (forse i parametri sono un po’ cambiati) che il 90% del giro economico nell’arte è costituito dal mercato dei dilettanti. Perché i dilettanti che dipingono sono milioni e milioni e altrettanti milioni sono le persone che vogliono mettersi in cucina o nel tinello un quadro fatto a mano, anzi ché una stampa. Dunque il tuo ruolo sociale è di grande rilevanza. Rendi felici o soddisfatti famiglie oneste e laboriose, con bambini e nonni che ogni giorno, in cucina, mentre mangiano, ammirano o giudicano la tua opera (non come i grandi collezionisti che tengono le opere nel porto franco di Zurigo e si guardano ogni tanto le foto sull’iPad). E questo credimi, deve darti molto piacere. Ti giuro, sono sincero.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather