ANCORA DUCHAMP? DITEGLI DI SMETTERE?

ANCORA DUCHAMP? DITEGLI DI SMETTERE?

Duchamp continua a ispirare studi e pubblicazioni.
La parte iniziale della sua carriera risale a piú di un secolo fa e nasceva sotto il segno di un’epoca che prennunciava quella attuale ma che al tempo stesso poggiava su un terreno ben diverso, quello del tardo 800, cosa della quale spesso non si tiene abbastanza conto.
Considerato che la consacrazione come il forse piú influente artista del 900 parte comunque attorno agli anni 60, prendendo come data chiave le retrospettiva che Walter Hopps gli organizza al Pasadena Museum, si può senz’altro dire che la figura di Duchamp giganteggia nel panorama dell’arte moderna e contemporanea da almeno 60 anni se non un secolo.
Periodo non breve.
Guardando la marea di mostre , citazioni e pubblicazioni a lui dedicate si direbbe che la sua influenza sia lungi dall’affievolirsi.

Sembrava che su di lui fosse stato detto tutto il possibile eppure ecco ancora nuove interpretazioni: una sulle sue fonti, nel caso del bel libro di Marco Senaldi e una su un suo erede nel caso del catalogo della mostra che vede Duchamp apparentato a Jeff Koons al Museo Jumex.
Due testi agli antipodi: il primo scritto dal ricercatore puro innamorato dal proprio soggetto e forse un pò dalla propria attitudine teorica che tende disinteressatamente ad attribuire a Duchamp piú intelligenza e conoscenze di quante effettivamente questi probabilmente avesse; il secondo un’evidente operazione commerciale per ingigantire la figura di Koons presentandolo come un’erede o l’EREDE di Duchamp.

All’operazione contribuiscono firme illustri che volentieri hanno calato le braghe a confermare se ce ne fosse bisogno che siamo tutti in vendita e che di scuse ad hoc se ne possono inventare a volontà: ma la cosa suona irrimediabilnente artificiosa dato che non solo Koons ma decine di artisti importanti possono dichiararsi quanto e anche piú di lui figli di Duchamp.
Per fare solo un esempio Matthew Barney, nel suo momento migliore, per il suo immaginario al contempo decadente e futuristico ha rappresentato meglio di Koons il prosecutore piú idoneo a riprenderne l’afflato ermetico e tortuoso teso all’incrocio di epoche differenti.

Ma forse Barney o altri non hanno la potenza economica di Koons, che comunque dimostra di necessitare di incentivi nobilitanti.
Dettagli a parte, tutto questo scrivere e chiaccherare potrebbe voler dire invece che l’influenza di Duchamp sia terminata perché é terminato il contesto della sua origine e che quello che si sta facendo sia ormai solo accademia, erudite postille o grottesche filiazioni.
Le stroncature qua e lá iniziano a fiorire a segnare forse il giro di boa.

Ma forse é ancora presto: ci ha già provato Onfray introducendo alcuni punti e descrivendo come negativo ciò che fin’ora era considerato positivo.

E un bel colpo niente male sono state le memorie, uscite qualche anni fa, di quella che per poco è stata la moglie di Marcel.

Walter Bortolossi

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