Angelo Ferracuti: Il Rockbus Museum è una battaglia da combattere.

Angelo Ferracuti: Il Rockbus Museum è  una battaglia da combattere.

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“Mi colpì subito l’insieme di paesaggio particolarissimo, struggente, e impoverimento delle attività economiche, lo spegnersi di un territorio. Tornai un paio di volte per verificare se ci fossero o meno le condizioni per scrivere il mio libro, poi decisi che sarei tornato ancora molte altre volte.”

Angelo cominciamo a ragionare su “Addio”, il tuo ultimo romanzo.

Come si narra la storia della fine del lavoro e perché per questa storia hai scelto un contesto Sulcitano?

Da tempo avevo in mente di scrivere un libro sulla crisi, un po’ ai modi dei reporter americani, cioè uno spaccato della condizione umana in un particolare momento della storia.

All’inizio pensai a un Viaggio in Italia, ma sarebbe stato troppo dispendioso sia da un punto di vista di energie ma anche economico, e proprio mentre stavo per desistere, era il 2013 – mi invitarono a Carbonia a presentare “Il costo della vita”, un libro dell’Einaudi.

Mi colpì subito l’insieme di paesaggio particolarissimo, struggente, e impoverimento delle attività economiche, lo spegnersi di un territorio. Tornai un paio di volte per verificare se ci fossero o meno le condizioni per scrivere il mio libro, poi decisi che sarei tornato ancora molte altre volte.

Così dal 2013 al 2015 sono stato nel Sulcis molte volte, e ho fatto questa esplorazione, questa esperienza sul campo.

Così è nato “Addio”.

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“La storia della Rockwool mi era apparsa subito molto bella, comunitaria, e la corriera il simbolo di una lotta che metteva insieme condizione operaia, arte e socialità, la stessa corriera diventava un simbolo fortissimo.”

Narri il Sulcis per narrare di Europa.

Tra le tante vertenze che hai toccato con mano c’è anche quella degli Ex Lavoratori Rockwool, l’unica che si è risolta in maniera positiva e l’unica che ha visto lottare fianco a fianco con contenuti ed obiettivi comuni gli ex Lavoratori e gli artisti residenti nell’isola, rotta di movimento spontanea che non è passata per sigle ed etichette sindacali, è una frontiera del futuro possibile quella di porre l’arte e la cultura locale al servizio delle problematiche del territorio?

L’hai fatto anche tu con il tuo romanzo…

La storia della Rockwool mi era apparsa subito molto bella, comunitaria, e la corriera il simbolo di una lotta che metteva insieme condizione operaia, arte e socialità, la stessa corriera diventava un simbolo fortissimo.

Così Tore me l’ha raccontata.

Non è la prima volta che succede.

Con alcuni scrittori, in primis Massimo Carlotto, ma anche Stefano Tassinari, quasi da soli scoperchiammo la tragedia dei morti d’amianto ai cantieri di Monfalcone.

L’arte, la letteratura, la musica, spesso deve sostituirsi alla politica, anzi, diventare soggetto politico.

Mi piace, è vero, anch’io faccio un lavoro di osservatore militante, e poi il reportage è una forma di racconto collettivo, anche questo mi piace. Lo firma uno, ma sono centinaia le persone che hanno partecipato al mio libro.

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“L’arte, la letteratura, la musica, spesso deve sostituirsi alla politica, anzi, diventare soggetto politico. Mi piace, è vero, anch’io faccio un lavoro di osservatore militante, e poi il reportage è una forma di racconto collettivo, anche questo mi piace. Lo firma uno, ma sono centinaia le persone che hanno partecipato al mio libro.”

La vertenza degli Ex Operai Rockwool è stata l’unica a risolversi in maniera positiva tra le tante, ma incredibilmente il simbolo di quella lotta e di tutte le altre è stato rottamato.

Nessuna amministrazione comunale ha pensato di acquisirlo e valorizzarlo in termini di didattica della memoria e della cultura locale residente a rischio estinzione, un altro addio?

Quella corriera doveva essere difesa, doveva restare il simbolo di quella lotta, diventare un monumento.

Il Rockbus museum costava 1000 euro.

Pare che ora sia parcheggiata in un’autodemolizioni.

Bisognerebbe fare una colletta e comprarla, poi portarla nel piazzale della Grande Miniera di Serbariu, come avevano chiesto gli operai.

Se fate qualche iniziativa io ci sto.

Anche perché la storia di quella corriera e la vostra mi colpì moltissimo, e significa che sempre si può fare qualcosa.

Come diceva il Che “l’unica battaglia che ho perso è quella che non ho mai combattuto”.

 

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“Bisognerebbe fare una colletta e comprarla, poi portarla nel piazzale della Grande Miniera di Serbariu, come avevano chiesto gli operai. Se fate qualche iniziativa io ci sto. Anche perché la storia di quella corriera e la vostra mi colpì moltissimo, e significa che sempre si può fare qualcosa. Come diceva il Che “l’unica battaglia che ho perso è quella che non ho mai combattuto”.”
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