ANTIMERIODIONALISMO

ANTIMERIODIONALISMO: RAZZISMO, CLASSISMO O BUONSENSO ECONOMICO?

In questo post tenterò di abbozzare il perché l’antimeridionalismo così diffuso nei massmedia e nella compagine politico-economica dei competenti sia più insidioso del razzismo e del classismo, e di come dal punto di vista economico non appoggi su alcun dato oggettivo.

1- Partiamo dalle basi: l’antimeridionalismo è una forma di razzismo o di classismo?

Di entrambe in realtà, sebbene utilizzi per giustificarle argomenti diversi da quelli solitamenti usati per queste due forme di pregiudizio.
Rispetto al razzismo canonico, l’antimeridionalismo non considera gli abitanti del Sud Italia una razza o un’etnia biologicamente diversa da quelle del Centro-Nord… solo la primissima Lega bossiana provò ad utilizzare l’argomento biologista, ripescandolo da oscuri biologi ed etnologi del regime fascista, posizione che però non andò mai oltre Radio Padania e gli articoli della rivista Quaderni Padani.
Non è propriamente nemmeno classismo in senso canonico, dato che i meridionali sono ritenuti “inferiori” ed “arretrati” qualsiasi sia la loro classe o ceto d’appartenenza:
l’imprenditore siculo è visto come familista, ignorante, trauffaldino dai nordici tanto quanto lo sono i suoi conterranei proletari e sottoproletari.

2- Allora l’antimeridionalismo cos’è?

Un mix di razzismo senza razza e di classismo senza specifici riferimenti ad una classe.

E’ un pregiudizio che non è basato sulla biologia, il censo o il grado d’istruzione in sé, ma su una discriminazione che ritiene inferiori i meridionali per come intendono la vita desiderabile, la struttura familiare, i rapporti sociali ed economici.
Nella pratica questo si articola in una serie di stereotipi che tutti conosciamo ma che molti di noi non ritengono in sé né “razzisti” né “classisti”:
i meridionali dediti alla bella vita fatta di cibo, sesso e nullafacenza, i meridionali come trafficoni dediti alla vendita sottobanco, allo smercio nel mercato nero, al sostituire i rapporti economici basati sul contratto e al rapporto costi/benefici a quelli basati sull’appartenenza alla famiglia e al traffico di favori fra clan, i meridionali come individui ancorati a forme arcaiche e bigotte di religiosità, di rapporto fra i sessi, di educazione dei giovani.
Questi pregiudizi non colpiscono i meridionali in quanto appartenenti ad una razza o ad una classe/ceto, ma in quanto abitanti di una specifica zona geografica, unita da uno specifico clima che genera necessariamente una mentalità omogenea ed immodificabile.
Questi stessi pregiudizi li ritroviamo anche in altre nazioni: fra i francesi del nord e dell’est che attribuiscono tali tratti ai loro compatrioti del sud e dell’ovest, fra gli statunitensi del nord che li attribuiscono a quelli del sud, fra i britannici che li attribuiscono ai gallesi, ecc non sono quindi pregiudizi tipicamente italiani e basati su una verità oggettiva di alcun tipo, ma una serie di stereotipi che una parte di una nazione proietta sull’altra per giustificare differenti politiche di sviluppo e redistribuzione delle ricchezze nazionali.

3- Veniamo dunque al pregiudizio più insidioso, quello di tipo meramente economico che può essere facilmente scambiato per una verità scientifica ed è diffuso in egual misura fra tutti gli schieramenti politici, le classi sociali e culturali.

Secondo tale pregiudizio il sud è povero in quanto funestato da una mentalità sociale ed imprenditoriale arcaica, incapace di far sue le basi stesse del capitalismo moderno, cioè meritocrazia, contrattualismo, dinamicità, assunzione del rischio, ecc tale pregiudizio non tiene conto che il capitalismo di cui parla è un mero idealtipo che nella pratica non esiste in alcun paese del mondo, e che la “modernità capitalistica” di cui il meridionale sarebbe costitutivamente incapace è controbilanciata o assente anche in classi sociali e zone geografiche considerate modelli esemplari della mentalità capitalistica.
Facciamo degli esempi: le grandi cordate finanziare e immobiliari statunitensi sono basate su alleanze familiari fra dinastie di banchieri e costruttori uniti da appartenenza confessionali/religiose e non sul contrattualismo e il mero calcolo costi/benefici (vedasi il recentissimo matrimonio fra Ivanka Trump e Jared Kushner, rappresentanti rispettivamente del capitalismo finanziario evangelico e di quello ebraico liberale).
Allo stesso modo il capitalismo statunitense è così compatto perché le alleanze finanziarie e i progetti per le nuove aziende nascono all’interno delle confraternite universitarie e dei dormitori dei campus universitari che vengono composti secondo l’etnia degli studenti (chi ha visto “The Social Network” ricorderà che Zuckerberg fonda Facebook con altri studenti ebrei semplicemente perché dormono tutti nella stessa ala del campus)… per non parlare del sistema della speculazione borsistica a New York, le cui dinamiche vengono decise non a Wall Street ma nei bar, nei night club e nei circoli golfistici di Manhattan fra gruppi di broker legati da rapporti d’amicizia personali.
Il capitalismo ultra-avanzato del primo mondo e quello meridionale quindi hanno dinamiche assai simili, ciò che cambia è la ricchezza che riescono a reperire e far circolare, e dove scelgono di investirla: se un accordo fra famiglie di banchieri e imprenditori statunitensi può muovere diversi miliardi di dollari, quello fra ricchi meridionali muove al massimo qualche milione di euro, e se i primi tendono ad investirlo in start up biomediche o hi-tech, i secondi tenderanno ad investirlo nella costruzione di poli turistici… scelte che generano quantità d’introiti totalmente diverse com’è facile immaginare.
Da queste brevi bozze, risulta evidente come quello dell’arretratezza della mentalità e dell’economia meridionale è il classico caso della profezia-autoavverante:
poiché il meridione viene ritenuto arretrato ed ancorato a forme arcaiche d’economia, gli investimenti che gli vengono riservati sono pochi, e vengono indirizzati verso settori scarsamente redditizi (edilizia, agricoltura, artigianato etnico, turismo di massa ecc) dai pianificatori dello stato italiano e dalle cordate di banche e finanza, cioè dai membri della classe “competente”.
Federico Leo Renzi
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