Ardengo Soffici e Mario Franco

#memorie

Io, Boccioni, Soffici e Mario Franco

 
Era il 1911, Ardengo Soffici era un intellettuale affermato, appena rientrato da Parigi, visitò una mostra dei Futuristi a Milano e scrisse su “La Voce” che ne era rimasto sdegnosamente deluso, lo venne a sapere Umberto Boccioni, che ritenne opportuno radunare tutti i suoi amici Futuristi e prendere il treno per Firenze, dove sapeva abitava Soffici; riuscirono a trovare Soffici, era seduto amabilmente a un tavolino di un caffè, il caffè “Giubbe rosse”, era con il letterato Prezzolini e lo scultore Medardo Rosso.
Umberto Boccioni era uno Scultore di movimento, non esitò a schiaffeggiare il “critico”, si scatenò una rissa furibonda e intervenne la polizia, la sera dopo a Santa Maria Novella fù invece Soffici che volle rendere il favore ai futuristi che tornavano a Milano, qualche anno dopo i due si riconciliarono tramite Aldo Palazzeschi.
Nel 2000, io con un gruppo di amici e artisti, il “Mario Pesce a Fore”, prendemmo in ostaggio nella facoltà di lettere a Napoli, il docente e critico Mario Franco, me lo ricordavo da Maestro di “Teorie e tecniche dei Mass Media” dirmi:
bella cosa questa del Mario pesce a fore, l’unica cosa che non funziona è il nome, è troppo local, dovresti cambiarlo, servirebbe un nome magari in Inglese…”, da studente lo ascoltai in silenzio, tentati di spiegargli che si voleva essere popolari e rompere gli schemi convenzionali di un’Accademia che sembrava essere un nodo passivo del sistema dell’arte e del mercato globale, piuttosto che un ente di ricerca con lui che continuava ad affermare che il nome non si prestava a una esperienza da sistema dell’arte, ero uno studente e gli diedi ragione; qualche anno dopo il caso volle che per “Adunata sediziosa” nell’ambito del “Contromaggio dei movimenti” con la complicità del Laboratorio Okkupato S.K.A. lo prendessimo in ostaggio in un convegno organizzato nel nome di questa performance di cui lui era all’oscuro, assaltammo lo spazio e lo chiudemmo al pubblico, lui voleva in qualche modo ironizzare su quello che stavamo rappresentando e prese la pistola giocattolo di Luigi Ambrosio e me la puntò contro, in quel momento fece proprio ciò che Soffici fece con i futuristi, ragion per cui come Umberto Boccioni, per la buona riuscita della performance non ebbi scelta, fui costretto a dargli uno schiaffo, lanciargli gli occhiali in aria e ripristinare l’intervento prima della nostra fuga.
Concluse l’intervento in sala come se nulla fosse accaduto dicendo:
“questi interventi e queste modalità performatiche le trovo estremamente datate, cose da anni sessanta e settanta, oggi soltanto degli ingenui e degli sprovveduti si possono porre nei confronti del sistema dell’arte in questa maniera.”
Non so se mi sono mai riappacificato con Mario Franco d’allora, ma nel 2014, per una collaborazione con Lobodilattice, mi venne in mente il precedente, ragion per cui gli rivolsi qualche domanda, in fondo la dialettica nel sistema dell’arte, passa anche per lo sberleffo, lo schiaffo e il pugno, e le Accademie servono anche a rendere anche scontri culturali e ideologici  percorso e processo creativo.
Vi ripropongo su Cagliari Art Magazine, il nostro dialogo, datato 2014 ma ancora attuale:
 
 
 
Regista, studioso del Cinema Napoletano. Fondatore della prima sala di essai napoletana, la “Cineteca NO”, e successivamente della “Cineteca Altro. Si occupa da anni di cinema d’avanguardia, d’arte e teatro.
 
Ha documentato incontri di rilievo con artisti internazionali del calibro di Warhol. Docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli di “Teorie e tecniche dei Mass Media”.
 
Scrive recensioni e editoriali per diversi quotidiani e riviste d’arte.
 
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Napoli è da sempre una città in grado di caratterizzare e possedere la mutazione dei linguaggi sociali e comportamentali e farli propri, questo secolo dell’estetica del “selfie”, delle app e dei social network, sembra stia, con la complicità del mercato dell’arte appiattendo e canonizzando i linguaggi dell’arte, in cosa l’identità linguistica, intesa come anima artistica, resiste a questo processo?
 
Fu il futurismo a teorizzare il «completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche». Il discorso da allora in poi può esser giudicato semplicistico o complesso.
 
Ogni forma di comunicazione ha sulla psiche degli uomini un’enorme influenza.
 
Il mondo è trasformato continuamente.
 
Questi cambiamenti sono altrettanti modificatori della nostra sensibilità.
 
FB rientra in queste nuove modalità di comunicazione.
 
Il fatto che dia spazio ad una sfrenata autorefenzialità e ad una volgarità di temi e di parole è il sintomo di una moderna sfiducia nella democrazia rappresentativa (giudicata non più in grado di funzionare), ma anche di un’assenza di ipotesi alternative.
 
Nella maggior parte dei casi si moltiplicano i sentimenti xenofobi e razzisti o si accede ad un “buonismo” da romanzetto rosa.
FB è anche un indicatore del crescente analfabetismo “di ritorno” che è tratto tipico di un’Italia in recessione non solo economica ma anche culturale.
 
Napoli, città disastrata e senza servizi moderni, trova in un’autocompiacimento nostalgico e disperato la sua filosofia lenitiva.
Non riesce a produrre artisti in grado di imporsi a livello internazionale, ma solo figure epigonali, spesso interessanti, mai innovative.
 
Sulla mutazione in corso dei linguaggi dell’arte, godi di un punto di vista privilegiato, quella della storica cattedra di Teoria e tecnica dei mass media all’Accademia, come sta mutando nella percezione dei giovani artisti, il tempo e il ritmo di trasmissione dei propri processi artistici multimediali nell’epoca dello smartphone?
 
O in una qualche maniera su un modello bipolare indotto, la consapevolezza della relazione tra “arte e vita” continua a viaggiare processualmente, su un processo che mira a costruire figure d’artisti destinate a interagire con gli “addetti ai lavori” continuandoli ad anteporre per specializzazione, a processi dettati da una applicazione?
 
L’utilizzo compulsivo dei social network inteso come trasmissione di messaggi o come “condivisione” di messaggi altrui contribuisce a formare le nostre opinioni.
 
Smartphone e tablet hanno reso familiare tecnologie digitali anche a chi era refrattario all’uso del computer. L’autoreferenzialità del selfie ha ampliato il vecchio slogan di Warhol sui “15 minuti di celebrità” ancora legato ai media generalisti come la stampa e la TV.
 
Quanto è pronto il mondo dell’arte proveniente dal secolo passato, ad accogliere l’incredibile mutazione di linguaggio in corso e a interrogarsi su come gran parte dell’economia dell’arte, legata al secolo passato, stia o possa scomparire?
 
Mi riferisco ovviamente al fatto che la comunicazione artista-pubblico possa non passare più per gli spazi preposti e questo finisce con mettere in discussione anche il ruolo storico del critico moderno, che in qualche modo ad oggi, ha raccolto una sorta di diritto di rappresentanza e di delega, sulla trasmissione di senso del lavoro di un artista.
 
I social network hanno sviluppato una relazione “connettiva” con il mondo.
 
E il connettivo determina una psicologia di gruppo, sia priva di identità, sia in grado di sviluppare nuove competenze.
Le relazioni condizionanti tra tecnologia e creatività sono più complesse di quanto sembri.
 
Più il nostro pensiero è critico, più è distante dalla massa.
 
La distanza che separa l’arte contemporanea dai suoi fruitori è sempre più profonda.
 
Al suo posto si insinua, con sempre maggior successo, la fotografia e il video: linguaggi semplificati e maggiormente aderenti alle esigenze di un pubblico medio, abituato alla decodificazione di messaggi visivi “riconoscibili” grazie alla pubblicità, alla televisione, alla rete.
 
Questa nuova “arte pop” trova sempre più consenso ed al suo interno cominciano a nascere nuovi artisti e nuovi comunicatori.
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