Artist bullshit job

Artist bullshit job

Diventa ogni giorno, sempre più palese, come il pensiero unico del collezionista, che ha fatto da base a delle culture residenti dell’arte immobili per volontà politica, sia ormai giunto al capolinea.
Il fondamentalismo del mercato dell’arte, che ha animato la produzione degli artisti dal dopoguerra ad oggi, si è ormai eroso.
Il mito del mercato dell’arte abbandonato a se stesso come risorsa per territori e comunità si è sfatato.
Il mercato dell’arte globalizzato non è una risorsa per gli artisti autoctoni residenti, internazionali di loro, perché il mondo globalizzato impone alle culture di migrare e di contaminarsi, non esiste angolo di mondo che non sia oggi internazionale con i suoi residenti d’adozione che si relazionano ai residenti di nascita.
Nessuno crede più ad un sistema finanziario globalizzato che possa essere la leva per un nuovo sviluppo e Rinascimento delle arti, bensì è percepito come un predatore che attacca lo sviluppo delle arti residenti e la loro economia locale.
Il sistema di mercato dell’arte contemporanea, sta vivendo quello che Antonio Gramsci negli anni trenta, chiamava interregno, la sua crisi terminale con gli “addetti ai lavori” che lo tengono in vita in maniera artificiale, boicottando e dequalificando altre visioni e strade di sistema possibili.
Iperglobalizzare i linguaggi dell’arte nel nome dell’omologazione determinata dai trend di mercato, si è tradotto in una visione estremista non più sostenibile per territori e comunità con le loro culture tradotte in linguaggio artistico.

Non bisogna dimenticare in questo momento storico, come la spinta disobbediente ed anti sistema degli artisti delle avanguardie storiche abbiano contribuito a smuovere visioni retoriche dell’arte e della cultura secolari dettando la linea della visione del futuro a quel potere che voleva negarli bollandoli come “artisti che non si cambiavano le mutande” (Impressionisti), “belve” (i Fauves) o “degenerati”(gli espressionisti tedeschi con tutte le avanguardie storiche demonizzate dal nazismo tedesco).
I linguaggi dell’arte di questo secolo stanno vivendo una grande e rapida trasformazione dalla quale lo stesso sistema artistico e culturale (pubblico e privato) uscirà profondamente mutato.
La discussione non sarà più tra iconici Accademici e iconoclastici avanguardisti, necessariamente il problema sarà come rendere virtuosa e produttiva la cultura artistica residente (anche nell’interesse del privato).
Quello che dalla seconda metà del secolo scorso a ieri sembrava indiscutibile, oggi è ragionevole, gli “addetti ai lavori” hanno mutato pelle e gli equilibri sono in continua mutazione con gli artisti che intermediano liberamente il loro lavoro via social network.
Certi privati, certi addetti ai lavori e certe amministrazioni politiche, hanno continuato a ragionare come se niente stesse mutando.
Bisogna accogliere la sfida e dimostrare che si può andare oltre la crisi del pensiero unico d’artista determinato dal mercato privato, per fare questo serve un programma che in un periodo di crisi artistica e culturale sappia tutelare le arti e gli artisti residenti, questo è culturalmente ribelle.
Gli artisti di questo secolo hanno il compito di innestare il loro linguaggio nei luoghi delle relazioni sociali.
Non c’è altra soluzione dinanzi alla colonizzazione in corso, i linguaggi dell’arte mediante i social network rischiano altrimenti l’omologazione e l’unica possibile via di scampo è la propria narrazione, l’elaborazione del proprio linguaggio e della propria narrazione è l’unica maniera possibile per resistere alla fluidità collettiva, del linguaggio senza ragione che si riproduce privo di senso.
I linguaggi dell’arte e gli artisti, stanno vivendo una mutazione senza precedenti, mai erano stati così interconnessi a livello planetario, per questo è fondamentale la propria narrazione, la propria coscienza, la ricerca del proprio luogo comune.

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