Artisti sardi o made in China?

Il più autorevole collezionista (finanziatore e investitore) d’arte contemporanea isolana, dopo la polemica virale, determinata dal suo focus sulla questione dello stato di salute dell’arte contemporanea Sarda, illustra ( sempre in esclusiva per Cagliari Art Magazine) il perché della sua forte presa di posizione.

Il collezionista decollato

L’ARTE STIMOLA LA LINGUA PRIMA CHE IL CERVELLO?

Dopo le polemiche e gli insulti dei giorni scorsi, il quadro che ne è venuto fuori non è certo dei più ottimisti, prova che il panorama artistico nell’isola non è in buona salute.

Ci siamo sfogati tutti, io come tutti coloro che hanno preso parte alla bolgia, ma le idee per un eventuale soluzione non sono venute fuori, e la mia denuncia e la mia provocazione hanno stimolato più lingue che cervelli. 

Ciò che mi ha colpito particolarmente è che ben pochi hanno usato questa occasione per denunciarne le carenze, oppure per sottolinearne gli aspetti positivi.

Ho letto con interesse l’intervento di Ivo Serafino Fenu, cosi come quello di Marco Peri, entrambi professionisti stimati e apprezzati dai più.

Sono stati gli unici a cercare di trasformare la bolgia in dibattito, altri, pur avendone le capacità (e forse anche il dovere), hanno preferito far parte del folto gruppo di “Haters” e in alcuni casi ne hanno persino sostenuto le tesi, dimenticando la posizione e le responsabilità che ricoprono nel mondo Accademico in Sardegna.

Nulla di sbagliato, certo, ognuno è giusto che dica la sua, ma mi sarei aspettato un po’ più di interesse da parte di chi ha un ruolo guida nel panorama critico-artistico e gode la stima di artisti, amatori e professionisti del settore.

Mi sarei anche aspettato un giudizio più critico da parte degli artisti che solitamente lamentano forti vuoti e carenze di natura economica, di supporto e di iniziative.

Fenu illustra chiaramente come il mondo dell’arte stia cambiando. La figura del collezionista non è più quella figura statica e in secondo piano che segue la critica in ogni caso e ad ogni costo.

Oggi, anche i collezionisti hanno il loro gusto e cercano di dare un’impronta alle loro collezioni creando un continuo da punto di vista storico di un determinato paese\regione, di una corrente o movimento, oppure concentrandosi nell’evoluzione del proprio gusto.

Oggi è il collezionista che impone il carattere alla sua collezione, non è più il gallerista o il critico.

Questo comporta degli adeguamenti nel sistema:

artisti che devono cercare di soddisfare le esigenze del collezionista, esattamente come prima cercavano di soddisfare le esigenze del committente, se vogliono vendere.

Critici che dovrebbero tracciare una coraggiosa e più che mai essenziale linea netta tra ciò che è interessante e ciò che non lo è, ponendo fine alla politica del “tutto è bello basta che ci paghino”.

Curatori che devono trovare soluzioni a budget impossibili e cercare di coinvolgere il mondo corporate e dei privati.

Sarà questo infatti il prossimo passo:

i finanziamenti pubblici, che piaccia o meno, scompariranno del tutto.

I più grandi musei internazionali si sono dotati di strutture giuridiche atte a raccogliere fondi da sponsor privati e corporate.

Ad esempio, la famiglia di un mio amico svizzero ha una sala dedicata al MoMA di New York ed è compito della sua famiglia sponsorizzare ogni mostra che si tiene in quella determinata sala, che può anche fare parte di una mostra ben più vasta, ma le spese delle opere esposte nella loro sala sono a loro carico; dall’affitto dei pezzi, all’assicurazione fino anche alla sicurezza.

Parliamo di altre realtà, certo, ma prima o poi anche la Sardegna dovrà aver a che fare con questa nuova situazione.

Dice bene Marco Peri quando tira in ballo la Pubblica Amministrazione con le Università, l’Accademia delle belle arti, Musei, e le Fondazioni e suggerisce di approfittare del dibattito per fare il punto della situazione e si chiede chi stia tenendo il polso di “eventuali” fermenti artistici.

È una domanda non solo lecita, ma anche interessante e secondo me cercando di rispondere si potrebbe arrivare a ottenere un quadro più chiaro che probabilmente non porterebbe a nulla, d’accordo, ma potrebbe anche essere un punto di partenza per una denuncia più condivisa.

In Sardegna ci sono ottimi collezionisti privati che gestiscono collezioni ormai milionarie ma, sebbene anche loro abbiano iniziato collezionando artisti sardi contemporanei e non, ormai puntano sugli artisti americani, inglesi, indiani e cinesi, ma non solo perché sono più attenti al mercato nel mero senso economico, quanto perché, a distanza di anni, non hanno tratto nessuna soddisfazione dal collezionare e supportare l’arte in Sardegna, e non parlo di soddisfazioni economiche.

Anche questa è una domanda che ci dovremmo porre:

come mai i collezionisti sardi importanti sono scomparsi dalla scena isolana?

Evidentemente c’è un problema e non si risolve con l’aggressione o gli insulti, si risolve cercando di trovare una soluzione.

Io sono propenso a pensare che la qualità dell’arte in Sardegna oggi non sia più interessante quanto lo era non tanto tempo fa.

Senza fare nomi, chi frequenta il giro, sa bene quanti pezzi di Warhol ci siano in Sardegna, Schifano, Burri e cosi fino a qualche Picasso e Ligabue e, ovviamente, i proprietari si guardano bene dall’esporli o pubblicizzarli, per ragioni che non è giusto che vengano qui elencate.

So anche di alcuni Picasso comprati in condivisione, forma di investimento sempre più comune nell’ambito del mercato dell’arte internazionale, segno che alcuni collezionisti sardi sono già attori attivi in un mercato globale dalle dinamiche complesse.

Ma fare la lista non porta a nulla, volevo solo mettere in evidenza la qualità delle collezioni private in Sardegna e chiedervi:

perché, secondo voi, questi collezionisti hanno smesso di comprare autori sardi per concentrare le loro risorse fuori dall’isola?

Chi ha in casa un Picasso, ma anche chi ha in casa un semplice Andy Warhol, potrebbe benissimo dedicare cinquanta mila euro all’anno agli autori sardi, non intaccherebbe certamente il loro patrimonio, eppure si rifiutano di farlo.

Personalmente non mi sento di accusarli, in prima istanza perché ognuno investe i suoi soldi dove e come preferisce, e poi perché sono convinto che, come me, abbiano provato a supportare l’arte in Sardegna, ma sono scappati a gambe levate data la difficolta delle relazioni, le dinamiche, le gelosie insensate e gli egoismi che ammalano il sistema locale.

In un momento dove serve denunciare una carenza di supporto e un disagio costante nel panorama artistico isolano, siamo tutti contro tutti e nessuno ha intenzione di collaborare.

Non dico che serva un sindacato, dico semplicemente che serve collaborazione tra attori del settore, tutti nessuno escluso, per cercare di ovviare a questa situazione che io reputo disastrosa. 

Ruggero Mameli, Collezione Mameli

Please follow and like us:
Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather