BANKSY SFIDA IL SENSO COMUNE?

BANKSY SFIDA IL SENSO COMUNE?

Il mercato dell’arte contemporanea che attesta l’enorme successo di Banksy si muove forzando il gusto attraverso la forza vettoriale e connettiva del gadget, della riproduzione industriale e digitale, del souvenir, della stampa, della cartolina, del selfie e della serigrafia.

Il mercato dell’arte che Banksy bene incarna affonda le sue logiche nello stereotipato, nel racconto di qualcuno che l’ha visto da qualche parte o ha visitato la mostra dell’artista riportandone la testimonianza, in fondo è attraverso la sua riproduzione (sempre che con un artista come Banksy si possa parlare di “originale”) essere riconosciuto e condiviso da chi “conosce” l’artista o il gadget a lui associato.
Guardiamoci adesso un attimo in faccia:

Oggi c’è qualcuno vagamente interessato all’arte che non conosca il lavoro di Banksy?

Alzi le mano chi non conosce il lavoro di Banksy!
Ok, come sospettavo, lo conoscete tutti, mostra o non mostra a Cagliari.
Banksy oggi è un souvenir, un ricordino, un monumento riconosciuto e accantonato nella memoria, questo è il distinguo fondamentale tra Banksy e altri street artisti, e attenzione a Cagliari di street artisti che quotidianamente si confrontano e si espongono ce ne sono tantissimi in Via San Saturnino, e la loro serigrafia non puoi acquistarla su eBay e esporla nel salotto di casa (penso a Manu Invisble e Crisa per fermarmi ai due prodotti più folk e pop della scena Casteddaia recente).
Banksy in forma anonima è in condizione di lavorare ovunque, anche dove non è e dove non va, basta il suo souvenir a farne un artista residente, in fondo è normale, tra le miriadi d’informazioni cui è sottoposto il turista globale dell’arte contemporanea riguardo alla street art, resistono solo quelle più ripetute e stereotipate, la concettualizzazione dei processi del fare arte contemporanea necessita di sforzo notevole per superare la soglia percettiva del luogo comune.
Ribadisco, il vero luogo comune della street arti Cagliaritana è via San Saturnino, parlare a Cagliari di street art con la mostra di serigrafie di Banksy lo trovo un tantino ridicolo.
Attenzione il brand Banksy è un buon lasciapassare per farsi accettare da chi possiede un superficiale livello di conoscenza dell’arte, e a Cagliari dove un’Accademia non c’è mai stata è un principio d’alfabetizzazione, ma è pericoloso e ambiguo alfabetizzare con Banksy dove un’Accademia non c’è mai stata.
Perché?
Perché Banksy con le sue serigrafie sul mercato è un fenomeno generato e sostenuto da un collezionismo ignorante, che acquista il suo lavoro con la stessa logica con la quale si acquistano le calamite sul frigorifero.
Banksy garantisce e traina mi piace, nella sua classicità grafica poco urbana e molto Accademica trascina anche il commento “è bello”.
Banksy è oggi, nella sua condivisione virale, e nella sua estetica da riproduzione digitale, bello e condivisibile per i social, è nel contempo social e sociale, è omologazione culturale che non si percepisce come tale priva del gesto individuale, è la negazione delle questioni personali sull’arte e l’intimità del gesto dell’artista e del gusto dello spettatore, è la dimostrazione che il concetto di gusto contemporaneo sembra oggi schiantato e asservito alla società di massa,
Banksy è la negazione delle avanguardie, è la negazione della ricerca di un gesto individuale che cerca riscontro in un sentire collettivo, è la negazione dello sguardo e della visione dell’artista che incontra ragione e sentimento, è la negazione della propria convinzione che sfida e incontra il senso comune.
Ditemi la verità, oggi quanti artisti che conoscete sfidano il senso comune?

Banksy sfida il senso comune?

Chi di voi lo pensa dovrebbe frequentare almeno da uditore un’Accademia di Belle Arti, come dite? Si, mi sfuggiva che a Cagliari non c’è mai stata!
Torniamo al collezionismo di Banksy, in passato il collezionista sfidava il gusto consolidato insieme all’artista di cui condivideva la visione, sfidava il suo tempo, lo svecchiava con le idee dell’artista che collezionava, era un’intesa che sfidava altre visioni e altri collezionisti, il collezionista vero, almeno fino alla fine degli anni settanta, non avrebbe mai acquistato o esposto serigrafie di Banksy, si scommetteva su un artista che diveniva un compagno di percorso per comprendere il proprio tempo.
Banksy è un figlio diretto di quel modello di collezionismo alla Saatchi che è mobile, che non accumula, che vende al momento giusto, insomma quel collezionismo che bene incontra la “vocazione di mercato” di una realtà come quella Cagliaritana, col valore aggiunto che a Cagliari il collezionista è meno smaliziato e più predisposto al pacco rispetto l’altrove, perché non essendoci mai stata un’Accademia, non c’è mai stata in tal senso una reale formazione del pensiero critico al canone imposto.
Il gusto, è bene ricordarlo, è manifestazione del potere, è manipolazione del consenso, non si presenta mai in forma repressiva ma sempre condivisa, il gusto è uno strumento connettivo fortissimo, è il gusto delle condivisioni social lo strumento che oggi esclude gli artisti.
Chiarisco una cosa, non ho nulla contro il lavoro di Banksy, ma è pericoloso in una realtà come quella Cagliaritana da leggere acriticamente, un tempo il valore di un artista era tale in quanto simbolo di una comunità (Pinuccio Sciola non era questo?), oggi è simbolico l’artista che è più ibrido di altri, che meglio incontra il mercato globale con il suo gusto omologante per i selfie (come per Banksy).
Insomma Banksy in mostra a Cagliari non è proprio che valga come avere la Royal Academy (che nacque nel 1768 a proposito, a Cagliari nel 2019 neanche una sede distaccata da Sassari di un’Accademia).
Quello che può alfabetizzare una comunità come quella Cagliaritana, non è la mostra di Banksy, ma l’azione congiunta di poli museali e Accademia, il mercato di oggi non è fatto da collezionisti colti e militanti, ma da volgari picchetti che ostentano un rolex (talvolta falso) e una serigrafia di Banksy, tra collezionista e artista oggi non c’è legame psicologico, individuale e culturale, ma solo potere economico da rincorrere e detenere, l’Accademia servirebbe a fare si che una comunità come quella Cagliaritana possa rivendicare una propria ideologia della visione per sostenere ed esportare un proprio mercato dell’arte e non subirlo in maniera pacchiana.
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