Benedetta Marcia mi pone qualche domanda

Mi incuriosiscono sempre parecchio le sue affermazioni.

Posso chiederle in ultima analisi chi per lei si può definire artista in questo decennio?

Domanda complicata ma non troppo, alla quale ovviamente l’unica risposta possibile è quella della mia visione prospettica, e quindi forza maggiore soggettiva, di questo tempo e questo millennio.

Penso che in questo tempo così frammentato e omologato, così localizzato e globalizzato come in tutti i momenti storici di svolta della condizione umana, l’artista vada letto simbolicamente come sintesi mediatica di qualcosa di comune e comunitario, qualcosa di mai imposto come prodotto ma che si autodetermina come processo.

Esiste un decalogo imprescindibile a cui far fede?

Un decalogo? Proviamo a impostarlo, ovviamente colgo la domanda per una mia bozza di decalogo, ma ciascuno dei punti dovrebbe essere poi seguito da bibbie e vangeli:

1) L’arte è un linguaggio comune, l’artista che non parla un linguaggio comune più che artistico e autistico.

2) L’arte è un processo linguistico fondato sulla condivisione, un valore artistico e culturale non può essere imposto dall’alto come assoluto, ma si autodetermina nello spazio e nel tempo.

3) L’arte non necessita d’intermediazioni.

Quello dell’arte è il più antico linguaggio della condizione umana, noi sapiens comunichiamo con il linguaggio dell’arte da 40000 anni a questa parte, se il linguaggio dell’arte nella comunicazione tra umani ha bisogno d’intermediazioni forse non è proprio linguaggio dell’arte.

4) Il linguaggio dell’arte è uno strumento di ricerca di senso dell’umano, dinanzi a un percorso collettivo e connettivo della condizione umana, certe sue traiettorie di “genere” potrebbero anche non avere senso alcuno dal punto di vista della trasmissione di contenuti del sapere.

5) Il linguaggio dell’arte mobilita, non è un caso che si sviluppi parallelamente all’agricoltura nella storia evolutiva della condizione umana, quasi come se il passaggio da una condizione nomade a una statica necessitasse comunque di non fermarsi e di continuare a porsi domande.

6) La Storia della condizione umana sollevata dall’impiccio divisivo della lingua scritta e dei nazionalismi, attraverso il linguaggio dell’arte è sempre stata interconnessa e globalizzata, non esiste espressione artistica (anche di ricerca) che non sia comprensibile da identità e culture diverse, per cui gli artisti che per sdoganare il loro lavoro necessitano d’intermediari forse non hanno compreso bene il senso del loro lavoro, se il linguaggio dell’arte disconnette non è linguaggio dell’arte ma altro.

7) Tutti nascono artisti (almeno nel secolo scorso, oggi i tablet modificano un poco la percezione e la consapevolezza del cucciolo umano quando invece di una matita o dei pennarelli si consegna uno smartphone a un bambino lo si disumanizza), e tutti i bambini hanno un segno e un linguaggio molto simile quando indagano e rappresentano l’essenza della propria realtà, questo forse perché la missione originaria dello strumento cognitivo dei linguaggi dell’arte era (ed è) indagare il senso della propria realtà.

8) L’arte non è un prodotto e un processo, l’arte che ci parla da tempi lontani è contemporanea perché continua a porci delle domande, un artefatto che da delle risposte invece che fornire domande è la negazione dell’umano, comprendere i linguaggi dell’arte non è come leggere un cartello segnaletico che ci spinge in una direzione piuttosto che un altra, a fermarci o andare avanti, è piuttosto mobilitarsi per comprendere una visione d’insieme che accomuna tutti i linguaggi dell’arte e tutti gli artisti, cercando di comprendere le loro soluzioni (istintive o meno) al problema della vita e della sua concettualizzazione.

9) L’artista non è un artigiano, quello dell’artista (insieme a quello dell’agricoltore, della mamma e del cacciatore) è il mestiere più antico del mondo per fare fronte ed esorcizzare le paure quotidiane, il media del linguaggio dell’arte è uno strumento di ricerca scientifico (un tempo sciamanico o alchemico), l’artigiano è altro, è uno specialista di problemi tecnici e/o pratici, l’artista usa la tecnica e la pratica ma indaga un territorio più ampio, la sua narrazione è più ampia, più che risolvere problemi gli alimenta e ne alimenta la memoria, è uno strumento d’evoluzione culturale e di consapevolezza, la sua azione va oltre la sua pratica e rasenta lo spirituale.

10) Quello dell’artista non è un lavoro, non serve talento e neanche merito, serve solo vocazione e dedizione, non penso esistano in natura artisti professionisti, esistono in natura solo artisti appassionati.

O a suo parere il fatto che anche l’ arte sia ormai sdoganata virtualmente e condivisa via social la rende automaticamente “meno arte “?

No, il rischio è che la frammentazione la renda meno universale, ma comunque arte se ha una funzione social culturalmente aggregante, un vizio di forma della contemporaneità è quello di leggere l’arte come omologante, l’arte non è mai omologante ma è sempre aggregante, qui si annida il demone di che cosa sia veramente social e cosa non lo sia.

La ricerca personale, artistica, la formazione, la motivazione che spinge all’ opera credo siano essenziali.

Ma mi chiedo: è possibile far arte in questo preciso momento storico, o ormai l’arte è di tutti ma nemmeno chi la fa la capisce?

 

Oggi è possibile come è sempre stato possibile, l’arte è l’unico strumento possibile a nostra disposizione per preservare la propria condizione umana, con tutti i suoi percorsi culturali, di sensibilità e di cognizione di causa della propria memoria, è questo il patrimonio universale dell’arte, l’abbiamo tutti nel nostro codice genetico e pochi sanno vederlo nell’altro.

Grazie se risponderà
In amicizia, una studentessa d’ Accademia mancata.

Erano domande non proprio “leggere”, spero comunque d’essere stato esaustivo, immagino tu non abbia fatto un’Accademia anche perché a Cagliari non c’è mai stata.

 

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