Biennale tomba dell’arte

MA CHI HA DAVVERO PARTECIPATO ALLA BIENNALE DI VENEZIA E COME?

Tra gli acquisti natalizi, e per tali intendo libri dato che in genere regalo solo quelli, tra i vari titoli riservati al me stesso mi sono preso per la modica cifra di 20 euro questa pubblicazione sulla Biennale di Venezia e sulle sue esposizioni dalla prima (1895 ) ad oggi.

Il volumozzo edito dalla stessa Istituzione per la verità non è un granché ma insieme ad un non eccelso apparato di immagini è comunque utile per avere l’elenco dettagliato dei partecipanti e degli organizzatori delle varie edizioni, anche quelle più lontane .

Considerato che il sottoscritto ha, modestamente, quasi tutti i cataloghi della Biennale dal 1975 a quella recente e una collezione di riviste d’arte contemporanea italiane, e non, dalla seconda metá degli anni 80 in poi, per non contare tutto il resto che mi riempie casa e garage, si potrebbe pensare che gran parte delle informazioni qui contenute le avrei potute comunque rintracciare egualmente, magari sfruttando anche la Rete.

Ma alla comodità dell’archivio definitivo racchiuso nel classico volume cartaceo io non so resistere.

Oltretutto può sempre tornare utile come arma, un giorno , considerato il peso, qualora lo volessi sbattere sulla testa del politico e del critico – curatore di turno che se lo merita.
Dicevo dell’apparato iconografico: la cosa piú completa è la rassegna dei manifesti delle varie edizioni, che però può interessare, poco, chi si occupa di grafica.

La sezione che pubblica le foto di alcuni allestimenti delle mostre é invece esigua e piuttosto arbitraria e si vede che chi ha fatto la cernita non ci capiva nulla ma può essere utile se non altro per farsi una vaga idea di come sia andato evolvendosi il modo di presentare le opere e il modo di utilizzare fisicamente le sale.

Fino ad anni 60 inoltrati predomina un allestimento da quadreria con quadri , se non affastellati uno sopra l’altro nella stessa parete, in disposizioni fitte e costipate.

Poi progressivamente le opere, anche dipinte, crescono mediamente in dimensione e acquistano spazio all’interno di sale predisposte secondo una veduta d’insieme.

Con gli esempi di varie installazioni si nota come la raccolta secondo i principi dello Studiolo umanistico viene progressivamente soppiantata dall’effetto scenografico e più che ad esempi di arte totale il senno del poi fa meditare sull’irruzione, nell’arte, di vetrinisti e pubblicitari .
Andando a spulciare tra gli elenchi si conferma quel che giá si sapeva: fino agli anni 70 per un artista italiano era abbastanza facile essere invitati alla Biennale dato che la sezione riservata prevedeva due o tre o piú rappresentanti per regione .
Come si sa da un certo punto in poi sono fiorite a latere della Biennale varie manifestazioni collaterali che si avvalevano e si avvalgono del timbro della Biennale ma che non ne erano e non ne sono parte integrante .

Tutti gli artisti che parteciparono o partecipano a questi carrozzoni sindacal – politico- clientelari non figurano ovviamente nel volume.
Come ho sottinteso la partecipazione italiana alla manifestazione si è andata con gli anni riducendo, con edizioni ancora esaustive come quelle ad esempio di Carandente e Bonito Oliva per arrivare poi addirittura alla soppressione, per un periodo, del Padiglione Italia grazie a Szeemann.
L’ultima grande eccessiva infornata di masse di artisti italiani all’interno della Biennale si é avuta con il Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi nella Biennale del 2011, che basandosi su una selezione operata non da addetti ai lavori ma da un centinaio circa di rappresentanti della cultura italiana, si tradusse purtroppo in coacervo confusionario di opere e dico purtroppo perché l’idea di salvare l’arte dai critici e curatori non era poi tanto male.
Ma se gli addetti ai lavori non funzionano purtroppo non funzionano, nello stesso ruolo, gli eccellenti in altri campi e il disastro fu totale, non proficuo anche per chi ci partecipò.

Sgarbi diede il via in contemporanea , con l’aiuto di vari referenti locali, ad un secondo Padiglione Italia, meno ufficiale, in tante versioni territoriali sparse per il paese , una per regione editando poi un volume di refusé che illustrava i vari partecipanti .

Vi salirono sopra cani e porci ma anche diversi ottimi artisti non inseriti nel sistema ufficiale, insomma una sorta di elenco telefonico con qualche indirizzo utile.

Credo che per la sezione Friuli Venezia Giulia ci fossimo quasi tutti, belli e brutti, e pochissimi arricciarono il naso.

La sede era un edificio appena restaurato del Porto di Trieste con una bella folla all’inaugurazione: perchè mai non partecipare?
Il critico e il curatore medio sono davvero tanto meglio di Sgarbi?

Certo non era davvero la Biennale ma una mostra organizzata dai referenti raccolti da Sgarbi . Ma da allora centinaia di artisti in Italia mettono sul loro curriculum che loro hanno partecipato alla Biennale di Venezia mentre in realtà erano o in qualche manifestazione collaterale, spesso a pagamento, o in una delle versioni regionali del padiglione Italia di Sgarbi ma non nella Biennale vera e propria.

Se ce n’era bisogno questo volume che ho acquistato oggi potrebbe mettere fine a questa farsa: qui ci sono gli elenchi veri.

Quindi per favore basta.

Personalmente ho rifiutato di partecipare a eventi a pagamento collaterali alla Biennale e non mi sono mai sognato di scrivere che ho partecipato alla Biennale di Venezia solo perchè ero nella sezione della Regione Friuli Venezia Giulia del Padiglione Italia a Trieste.
Non dico che sia sempre possibile ma in queste cose bisognerebbe mantenere un pò di dignitá e non andare avanti raccontando balle.

Quindi smettiamola di fregiarci di titoli che non abbiamo.

Oltretutto, è mia modesta opinione, oltre al fatto che è discutibile se la Biennale sia ancora una manifestazione prestigiosa e rappresentativa, è raro che la partecipazione effettiva alla Biennale sia servita ai vari artisti italiani che l’hanno ottenuta, per alcuni dei quali infatti non era meritata e per quasi tutti è stata la tomba per la loro carriera.

Walter Bortolossi

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