CAGLIARI ARTISTICAMENTE AUTISTICA

CAGLIARI ARTISTICAMENTE AUTISTICA

“Sushi, Paninoteca (mica caddozzoni), Mc Donald’s, prodotti tipici isolani a dimensione anziano, che quando un novantenne li assaggia dice che sono delle schifezze che vanno bene soltanto per i turisti. Una cartolina per un’agenzia viaggi, una città dove riqualificare vuole dire tornare indietro e fingere che il boom economico non ci sia mai stato, che la cartolina è più bella se rimuovi la Scultura. Eppure la Cagliari che immaginavo, quando sono arrivato all’inizio di questo secolo nell’isola, era una città che ambiva a porre a sistema Musei, opere d’arte, artisti residenti ed istruzione artistica, non la città metropolitana tutta dormitorio e movida che sta diventando in questi anni.”

Cagliari è una città metropolitana in straziante agonia, una città svuotata degli stessi Cagliaritani dal dopoguerra ad oggi nel nome del boom economico, un fondale teatrale dove si recita la triste pantomima del Cagliaritano a dimensione turista.
Sushi, Paninoteca (mica caddozzoni), Mc Donald’s, prodotti tipici isolani a dimensione anziano, che quando un novantenne li assaggia dice che sono delle schifezze che vanno bene soltanto per i turisti.
Una cartolina per un’agenzia viaggi, una città dove riqualificare vuole dire tornare indietro e fingere che il boom economico non ci sia mai stato, che la cartolina è più bella se rimuovi la Scultura.
Eppure la Cagliari che immaginavo, quando sono arrivato all’inizio di questo secolo nell’isola, era una città che ambiva a porre a sistema Musei, opere d’arte, artisti residenti ed istruzione artistica, non la città metropolitana tutta dormitorio e movida che sta diventando in questi anni.
Ancora si ragiona sulla sabbia bianca del Poetto e sull’estetica della Cagliari d’inizio secolo scorso da rincorrere per il turista dopo averla stravolta, senza ragionare su come balzi ideali indietro nel tempo producano soltanto un non luogo turistico ideale, servo dell’economia del tempo.
Serve ragionare in altri termini e in ambito culturale artistico residente per muovere realmente il cash flow di questo secolo, alimentato dall’industria del turismo.
Bello è il prodotto artistico comunale pubblico e comune, da capitalizzare sempre ad uso e consumo del pubblico.

“Servire passivamente il mercato dell’arte vuole dire sconfessare i propri artisti rendendoli inconfrontabili con valori assunti passivamente dall’altrove. Pensate che la sola quotazione di un quadro di Gauguin oggi basterebbe a pagare il reddito annuo di 10000 lavoratori isolani e sostentamento a 40000 persone per un anno, chiaro ora cosa siano per i Catalani Gaudi, Mirò e Picasso?”

Non si possono fare più operazioni come acquistare “I dormienti” di Mimmo Paladino, contribuendo a capitalizzare valori d’investimento privato, operazioni del genere mercificano e sequestrano il bello, è come nascondere dei beni artistici in un caveaux sottraendoli al pubblico per poi rimetterli sul mercato.
Pensate a quanta arte pubblica residente si poteva porre a sistema con le 50000 euro spese per “I dormienti” di Mimmo Paladino ai Giardini Pubblici.
Servire passivamente il mercato dell’arte vuole dire sconfessare i propri artisti rendendoli inconfrontabili con valori assunti passivamente dall’altrove.
Pensate che la sola quotazione di un quadro di Gauguin oggi basterebbe a pagare il reddito annuo di 10000 lavoratori isolani e sostentamento a 40000 persone per un anno, chiaro ora cosa siano per i Catalani Gaudi, Mirò e Picasso?

Alla luce di ciò chi dovrebbe tutelare gli artisti che vivono e animano un territorio, il pubblico o il privato?

Cagliari dovrebbe cominciare da un primo passo, fondamentale, andando oltre le idee sull’arte e dell’artista del secolo scorso, oltre l’ideologia liberista di mercato e statalista comunista, ponendo tutti in condizione di potere scegliere o meno di completare il proprio percorso d’Alta Formazione Artistica nel suo ambito territoriale metropolitano, se questo non avverrà Cagliari sarà sempre culturalmente serva culturale di altri artisti, altre Accademie ed altri territori, le sue relazioni non saranno mai dialettiche ed interlocutorie rispetto la cultura dell’altro, nella pratica sarà sempre autistica rispetto la comprensione di linguaggi dell’arte determinati dall’altrove che subirà senza comprendere relegando i suoi artisti a marginali emarginati isolani.

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