C’erano 4 amiche al bar, Gramsci, Pirandello e una sposa in perizoma…

C’erano 4 amiche al bar, Gramsci, Pirandello e una sposa in perizoma…

“Istruitevi (ragazze), perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.

(Antonio Gramsci)

Una citazione rivisitata al femminile per l’occasione, giacché a Cagliari si vocifera che dietro un manifesto 6×3 affisso in città, ci sia il genio incompreso di quattro ragazze misteriose. 

Le agenzie di comunicazione commerciale più blasonate sul territorio ne disconoscono la paternità.

In due settimane di richieste, ancora nessuno sa dirmi chi c’è dietro.

Qualcuno più informato conferma con omertà che le signore non vogliano rivelare la loro identità, e mi sento ironicamente di suggerir loro di tenere il segreto il più possibile.

A queste quattro donne coraggiose va il mio pensiero che segue, sperando che tra loro, non ci sia qualcuna di mia conoscenza che non si è ancora costituita, considerato che la nostra è una città con densità medio piccola. 

Il manifesto in questione vorrebbe invitarci a preparare un matrimonio a 6 stelle, regalandoci l’immagine di una sposa di spalle con un fondoschiena in perizoma in bella vista.

Bella la foto, 

bellissimo il fisico della modella e il suo deretano, caspita, non c’è dubbio. 

Le auguro lo stesso successo della Hunziker, che prestò il suo, per una nota marca di mutande, e la treccia di capelli vuole sicuramente omaggiarla. 

Almeno quella scelta un senso creativo l’aveva.

Un bel derriere per vendere mutande. 

Accostamento logico, la base della pubblicità.

Cosa, questa scelta, nel perizomato manifesto cagliaritano dovrebbe suggerire però, è più misterioso della scelta di Solinas “su sposu nostru” di indossare un tight addirittura col bastone al suo matrimonio, (ed è subito Peter Boyle in “Frenkestein Junior” performing “Puttin’ on the ritz”).

Perché solo analizzando la struttura tecnica del progetto “artistico” in questione, si rimane sostanzialmente infastiditi anche solo dall’estetica grafica che accompagna la foto. 

Tutta incasinata.

Non c’è uno slogan, non una descrizione comprensibile che aiuti lo spettatore a capire cosa vogliono vendere:

Un evento?

Un abito?

Slip?

Un pensiero poetico, o forse politico?

Un film di Lars Von Trier?

Uno spettacolo teatrale?

No, non direi. 

O forse volete convincerci che dietro una sposa in abito bianco si nasconda una ragazza disinibita, per sdoganare così un’idea nuova del matrimonio per uomini in fase nuziale, facendocela percepire non più come una fregatura, un’unione prettamente convenzionale noiosa e demodè, ma renderla definitivamente moderna e stuzzicante, tanto da trasformare la sposina in una strip dancer pre-disco con scollatura lombare a garanzia erettile?

Niet.

Perhaps volevate spingerci verso una direzione filosofica con Schopenhauer e il velo di Maya, sospesi nell’eterna illusione e sottintendendo che la realtà è dietro un velo, e dietro quel velo, se lo togliamo, c’è un intero ma bellissimo laboratorio che fabbrica escrementi?

No, troppo introspettivo.

Allora volete venderci un culo?

Forse sì. Ma solo forse, perché non è sicuro neanche quello.

“Ragazze, la verità? Non ci siete arrivate!” direbbero due maschere comiche come Tanya&Mara.

Il manifesto vuole solo far parlare di sé, è chiaro, perché nessuno, escluso gli addetti ai lavori ricorda anche solo una delle aziende pubblicizzate.

Risultato:

manifesto inefficace ai fini commerciali, segno rosso con la penna e voto:  2 – – . 

A cosa serve allora? 

“Purché se ne parli” non vale più da quando abbiamo accettato le misoginie di Amadeus a Sanremo. 

Questo manifesto non è nemmeno una provocazione per una scelta di libertà, l’avrei giustificato a Kabul, ma non qui.

“Intanto tu ne stai parlando e scrivendo!” commenterà qualche simpatico burlone, ma il testimone silenzioso che è dentro di me parlerà a quel punto, e risponderà

“perché se nessuno fa notare le storture, le incongruenze, le poderose cagate, tutti pensano che si possa fare tutto indisturbati. 

Io mi presto, ho pelle dura, reggo senza cedere le critiche e pure gli insulti”.

Poi, arriviamo al corpo della donna “usato” per veicolare il messaggio, ecco appunto, qui casca l’asino:

quale messaggio? Non pervenuto.

Per capirci qualcosa, bisogna fermarsi a leggere, ma cosa poi, i loghi?

Non stiamo parlando di marchi tipo Gucci o Prada inseriti a microchip nel nostro lobo frontale alla nascita e riconoscibili istintivamente anche sotto effetto lisergico, eh no!

Scusate se mi permetto un piccolo suggerimento per il prossimo capolavoro: tenete sempre conto che nessuno ha piacere di esporsi e farsi beccare a fissare un culo in perizoma.

Forse solo quelli che se la trovano davanti alla fermata del bus del mercato di San Benedetto, potrebbero essere giustificati. 

Il vostro “Carabaggio” parafrasando Giacomino del trio “Aldo Giovanni e Giacomo” si può guardare giusto di sfuggita, meglio dalla macchina, ma senza farsi notare troppo.

Siamo in Italia e bisogna fare i conti con gente che Radio Maria ce l’ha come prima stazione sull’autoradio. 

Ma torniamo sul senso dell’uso del corpo femminile partendo dalle basi:

le donne che decidono di usare il loro corpo per veicolare un messaggio devono (non dovrebbero, no no, devono proprio) farlo con più attenzione degli uomini, ci si aspetta questo perché hanno più responsabilità, soprattutto nei confronti delle altre donne e molto più nei confronti delle nostre bambine, alle quali questi manifesti senza significato non fanno proprio bene bene. 

Il vostro nudo-non nudo è una scelta gratuita, grossolana ed esteticamente deludente. 

Non è scandaloso, è povero.

E chi ha uno straccio di cultura, lo sta subendo.

Le creative improvvisate, ma forse più di tutto, poco istruite, dovrebbero essere consapevoli che il mondo pullula di persone come Jep Gambardella, il giornalista protagonista de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. 

In una delle scene cult, lo troviamo intento ad intervistare una performer d’avanguardia post spettacolo.

Show che la vedeva sopra una passerella, bendata e completamente nuda, e dopo una discreta rincorsa, prendere una capocciata sul muro dell’acquedotto Claudio, per poi rialzarsi dal suolo ferita e urlare “Io non mi amo!” per chiudere fra gli applausi del pubblico accorso.

Incalzando sui motivi e sulle ragioni di tale scelta, il giornalista chiude il dialogo portandolo al limite del comico, quando l’artista tenta più volte di vendergli la sua performance come il risultato di “una vibrazione, spesso di natura extrasensoriale” e rispondendole secco:

“Il mio giornale ha uno zoccolo duro di pubblico colto, che non sopporta di essere preso in giro.

Io lavoro per lo zoccolo”. 

Il nudo nella comunicazione, è un gol a porta vuota, ma bisogna comunque essere capaci di mettere la palla dentro i pali, o in questo caso metaforicamente dentro “i paletti.

Quando si fanno “esperimenti” col nudo, bisogna tener conto sempre di questo, non sottovalutare l’intelligenza delle persone ed essere pronte a tutto, anche a metterci la faccia, e a differenza della performer del film, amarsi molto, amare molto le donne,  e avere “qualcosa da dire”, per non accondiscendere ad una cultura sessista e misogina di cui la nostra società è intrisa e si fa ancora fatica a combattere.

Fino raggiungere la regola numero uno della pubblicità:

la chiarezza, come direbbe il mio adorato maestro Renzo Barzizza, co-autore del famosissimo spot del silicone Saratoga per intenderci, che negli anni 90 mostrava in tv e sui manifesti una modella nuda dentro una doccia che era sigillata talmente bene da diventare un acquario con tanto di pesci rossi.

Lo slogan un jingle indimenticabile per quei tempi: “Saratoga, il silicone sigillante”, più semplice di così!

Tu quoque Tiziana!

Chi scrive qui però, non è, e non è stata mai esente da critiche per le sue scelte di nudo nei manifesti o negli spettacoli, mi consola il fatto di averlo fatto sempre come scelta ultima ragionata e consapevole.

Nessuno mi ha mai fatto sconti, e io da donna, non li farò alle donne solo perché sono donne.

Per me e la mia socia, scegliere nel 2011 di affiggere un manifesto come quello di “Holy Peep Show”, spettacolo che non intendeva ridicolizzare la fede, ma denunciava e si soffermava sullo scandalo dei crescenti casi di pedofilia nella chiesa cattolica, sullo sperpero di denaro del Vaticano, e sulla loro ipocrisia nella chiusura verso la comunità LGBTQI, è stata una provocazione, una scelta politica azzardata e comprensibile.

Il manifesto mostrava una rivisitazione della pietà di Michelangelo rappresentata da due donne a seno nudo (Madonna/Fata Turchina e Gesù/Pinocchio con tanto di lungo naso), lo slogan a corredo era “Pinocchio, non dire bugie!”.

Fece sensazione anche il fatto che fossero proprio due donne a invitare alla riflessione su un mondo interamente guidato da uomini. 

Nacque un dibattito culturale e politico di dimensioni ragguardevoli, con cariche ecclesiastiche coinvolte, tanto che Forza Nuova e Casa Pound insorsero, bannarono i manifesti i primi e mossero proclami i secondi, oltre che minacce.

Ma tutto, a più di dieci anni di distanza, aveva e ha avuto un senso.

Gli artisti che scelgono il nudo, hanno molte responsabilità verso chi guarda: hanno il dovere di smuovere le coscienze, proporre nuove domande, porre interrogativi, instillare dubbi, devono scatenare pensieri, suscitare emozioni, creare appunto, un dibattito culturale.

I pubblicitari possono anche accontentarsi solo di vendere, non è affar nostro.

Nel vostro caso, ragazze misteriose, più che scatenare o vendere emozioni, svendete solo erezioni.

Ammetto con dispiacere e mio malgrado che a qualche maschio basta quello, quando si tratta di donne.

“Così è, se vi pare”. 

Ma questa citazione finale non è mia, l’ho rubata a Luigi Pirandello, un influencer.

Mi sento però di avvisarvi, se lo citate per eventuali post, di taggarlo sempre su Instagram, perché Pirandello è siciliano, ha un caratteraccio, e il suo social media manager segnala sempre tutti. 

Occhio.

Tiziana Troja 

www.lucidosottile.com