Che Dio ce la mandi buona

La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti. Ireneo Funes

Scriveva Borges che, per Funes, dormire è distrarsi dal mondo.

Scribacchiare memorie con la consapevolezza di chi lo fa solo per entrare nella storia in un’enciclica pietosa, trasmettendo orazioni, dibattiti, ragionamenti, discussioni, conferenze su una radio trasmittente in un mondo sprovvisto di una radio ricevente.

Siamo strani, siamo fatti di carne e ossa e sogni.

Siamo sconvolti e coinvolti in una lotta estenuante per ricostruirci le nostre memorie schiacciate violentemente da un campanile crollato su una casa.

D’altronde potrei anch’io morire in un modo oltremodo stupido, fumando una sigaretta, dipingendo il mio ultimo quadro.

Una memoria mutilata di un quadro incompleto.

L’arte contemporanea, per uscire dall’anonimato, ha bisogno di nuovi impulsi per mantenere memorie, non solo virtuali ma anche vive e concrete.

Queste fragili memorie saranno i musei del futuro.

Una torre di Babele ricomposta con dedizione e amore, con la fatica e il sudore di formiche guerriere.

L’arte le renderà quasi eterne, perlomeno più durature dell’Ultima cena di Leonardo.

Marco lavagetto, 2016

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