Christian Boltanski, le voci e i battiti del noi contro l’ego imperante

Christian Boltanski è morto ieri, mercoledì 14 luglio, festa nazionale francese, simbolo di emancipazione del popolo dai poteri soverchianti, e non avrebbe potuto scegliere un giorno migliore. Boltanski, che aveva 76 anni, aveva scelto di interrogare gli altri attraverso fatti storici realmente accaduti – la Shoah, la strage aerea di Ustica –  e non solo se stesso, con una prassi poco allineata alle tendenze dei nostri tempi, che vedono l’artista – e molti critici – affetti da quel narcisismo che è il vero virus del secolo. Boltanski metteva in rilievo la coralità della storia e le sue voci plurime e nascoste, provando a evidenziare, parallelamente, il dramma collettivo con le voci individuali, come tessere di un mosaico che compongono un disegno unico, invitando spettatrici e spettatori a soffermarsi su una voce singola per pochi istanti, ma ad ascoltare la voce del coro, che, come nella tragedia greca, restituisce una verità amplificata, qualcosa che non vogliamo o sappiamo vedere o sentire.

In Italia, nel 2007, Christian Boltanski realizza l’installazione A proposito di Ustica, intorno alla quale sorge a Bologna il Museo della Memoria di Ustica. Le 81 persone – 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, 2 bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d’equipaggio – che muoiono sul volo Itavia 870 Bologna-Palermo del 27 giugno 1980 sono ricordate attraverso la ripetizione del numero 81 in oggetti e suoni: 81 voci registrate che immaginano i pensieri delle vittime, rivolti all’indomani, quando arriveranno in Sicilia, voci di bambini che pensano a fare un bagno, donne che immaginano quale vestito indosseranno, voci di hostess e piloti, voci di tutti i passeggeri dell’aereo. Le voci si ascoltano per un attimo, sussurrate davanti a 81 specchi neri, nei quali si riflette la nostra sagoma, neri come coscienza sporca. Intorno alla carcassa dell’aereo, portato da Pratica di Mare a Bologna con un mezzo speciale, si accendono e affievoliscono, ma non si spengono mai, 81 lampadine, simbolo di una memoria collettiva che l’arte contribuisce a tenere accesa. Nel 2010 Boltanski realizza un’altra installazione, Personnes, all’interno di Monumenta, al  Grand Palais di Parigi, opera composita, costruita intorno a una pila di vestiti alta diversi metri. Vestiti che, invece, aveva chiuso pietosamente dentro delle casse nere, quelli delle vittime della strage di Ustica. In Les Archives du coeur Christian Boltanski ha raccolto il suono di centinaia di migliaia di battiti cardiaci da destinare all’isola giapponese di Teshima, per resistere alla propria dispersione, nonostante la storia non faccia di noi dei campioni o delle eccellenze.
Dispersione che Boltanski ha cercato di emendare nell’installazione Animitas, in cui andava alla ricerca dei resti umani dei dissidenti politici nel deserto cileno di Atacama, dove Pinochet aveva gettato centinaia di desaparecidos, un gesto ripetuto migliaia di volte dai parenti delle vittime e ricordato anche dal bellissimo e struggente documentario Nostalgia della luce (Nostalgia de la luz, 2010) di Patricio Guzmàn.

Il Centre Pompidou ha dedicato a Christian Boltanski una corposa retrospettiva, proprio a ridosso della pandemia.

Nel 2011 è stato ospite del padiglione francese alla 54/a Biennale di Venezia con Chance, un’intricata struttura di tubi metallici con un nastro trasportatore su cui scorrevano 600 volti di neonati, rappresentazione metaforica dell’avvicendarsi della nascita, della vita e della morte, attribuibili al caso. Ogni tanto il nastro trasportatore si fermava per pochi secondi, per ricominciare a girare.

Ieri è stato il suo turno.

 

Concettina Ghisu

 

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