“Come agire?”: appunti di rotta artistica in direzione Social.

COME AGIRE?

Il secolo scorso e le sue politiche che stancamente si trascinano in questo, ha stravolto il significato della parola agire.

L’azione e il fare meccanico non ha nulla a che fare con l’agire, confondere il fare con l’agire è figlio di una logica regolata e disciplinata che ci indica che cosa fare in ogni momento della giornata.

La persona attiva nel nostro mondo non è considerata il creativo, colui che osserva il mondo per accompagnarlo con suo suono; erroneamente si considera attiva la persona che bieca e cieca obbedisce al fare regolato e scandito disciplinato, l’indisciplinato è lo scartato, così come il passivo.

Il sistema della capitalizzazione speculativa dell’arte e della figura d’artista non popolare, ma professionale, non è un sistema attivo, ma iperattivo che dell’agire non ha nulla, non c’è ricerca, non c’è conoscenza e consapevolezza del sé per elaborare un proprio linguaggio.

L’artista attivo, quello che realmente agisce, rinuncia al controllo totale della determinazione dei suoi processi creativi fatti prodotto, sonda strade ignote, convive con gli interrogativi del suo lavoro e della sua ricerca e non cerca protezione nella quotazione.

 

L’artista che agisce si muove verso il vario e il molteplice, cerca l’armonia e la collettività, di cui lui è contemporaneamente un vettore e una risultante.

Ragionare sulla libera ricerca artistica e la determinazione del proprio linguaggio, vuole dire nella pratica, fare ciò che piace fare, questo è agire.

Quello dello Scultore, non è un lavoro pesante, è il suo gioco; quello del pittore non è un lavoro intellettuale o di cuore, è il suo gioco.

Un artista che lavora, quando lavora e ha un percorso di sviluppo lineare e non predeterminato, attraversa semplicemente giocando infanzia, adolescenza e età adulta, tramutando il gioco in lavoro.

Quello del bambino, come quello dell’artista, è un sistema conoscitivo, dove i giochi sono fatti per sperimentare e sondare situazioni, questo per andare oltre.

Non solo gioco, ma anche impegno, ricerca, studio e amore per la disciplina (“la libertà è una forma di disciplina” cantava Lindo Ferretti), ma intendiamoci, disciplina come azione e non rigidezza della forma.

Tutto questo, interconnesso, è già la rivoluzione che migliora il sistema, nel divertimento che rende la fatica gioia, che annienta le gran cazzate, dettate ad arte dall’industria culturale dell’artista sacrificato, consumato, sofferente e incompreso, quello non sono io e non lo siete voi.

La dipendenza dell’artista dai media digitali è cresciuta costantemente in maniera esponenziale dall’invenzione delle macchine alla fine della seconda guerra mondiale.
Il computer non era un prerequisito per la sopravvivenza e l’immagine dell’artista nel dopoguerra e oltre.
Il ruolo dei computer e dei media integrati nell’intermediazione di un processo creativo ed artistico è andato ben oltre la gestione dei processi artistici e culturali governativi e professionali da parte degli “addetti ai lavori”.

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“La dipendenza dell’artista dai media digitali è cresciuta costantemente in maniera esponenziale dall’invenzione delle macchine alla fine della seconda guerra mondiale. Il computer non era un prerequisito per la sopravvivenza e l’immagine dell’artista nel dopoguerra e oltre. Il ruolo dei computer e dei media integrati nell’intermediazione di un processo creativo ed artistico è andato ben oltre la gestione dei processi artistici e culturali governativi e professionali da parte degli addetti ai lavori”.

I media integrati sono arrivati ad essere i veri intermediari del lavoro di un artista nella sua vita quotidiana, determina il suo pensiero, la sua formazione e anche la sua socializzazione empatica.
La storia della divulgazione del linguaggio e delle ricerche artistiche, ci mostra che l’introduzione dei computer nei linguaggi dell’arte e nella attività umane complesse, può costituire un punto di non ritorno.
La vita sociale e intellettuale dell’artista può ridursi a essere il riflesso delle intermediazioni imposte da software e applicazioni.
Ci si muove on line, si seguono istruzioni algoritmiche scritte da altri che pochi artisti sono in grado realmente di capire, questo anche qualora i codici nascosti che regolano i loro flussi sarebbero svelati.
Quando si cerca di saperne di più su una problematica di ricerca o di lavori tematica, su Google cosa facciamo se non seguire una sequenza d’istruzioni?
Quando su Facebook accettiamo o respingiamo un amico o ci iscriviamo a un gruppo che ci interessa e descrive le nostre relazioni, seguiamo una serie d’istruzioni.
Il pericolo è quello di vivere intellettualmente e cognitivamente la stessa condizione delle fabbriche tayloristiche, muoversi meccanicamente nei processi d’esplorazione intellettuale e di socializzazione.
Le applicazioni rischiano di trasformare il lato umano, personale ed intimo del lavoro d’artista, in un noioso rituale codificato nella logica delle pagine web.
Insomma la frontiera possibile è quella di un artista che verrà, che non agirà secondo la sua conoscenza e intuizione, ma farà finta di farlo.

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