COME TI MANIPOLO L’ARTISTA

COME TI MANIPOLO L’ARTISTA

Non si può chiedere ad un giovane artista contemporaneo di essere contemporaneamente autonomo nella sua ricerca e conforme nel suo linguaggio al gusto del collezionista.
Autonomia è la vocazione del pensare alla propria ricerca ed il proprio linguaggio artistico da sé, è sapere fare un uso pubblico della propria ragione e delle proprie ragioni, il coraggio di affidarsi e servirsi del proprio intelletto.
Autonomia nella ricerca artistica contemporanea, è la vocazione del determinare il proprio linguaggio da sé, è il rifiuto di affidarsi all’istinto come di farsi indirizzare da gusti e direttive esterne.
Un artista non può essere autonomo se il suo linguaggio e la sua ricerca si modulano in funzione di un “obbligo” esterno, come sembra essere quando si relazionano a lui certi “addetti ai lavori” o “collezionisti”.
Spesso gli addetti ai lavori, strumentalizzano l’autonomia dell’artista nel nome della sua responsabilità professionale davanti terzi, manipolando nella pratica linguaggi e ricerche artistiche contemporanee.
Quella dell’artista contemporaneo appare in questo secolo, la condizione di un professionista forza lavoro di un sistema che lo utilizza, impossibilitato ad autodeterminarsi e visualizzarsi come forza-lavoro.
Sembra che da specialisti debbano farsi trainare da conflitti mediatici e storie di immigrazioni e multietnicità, piuttosto che confrontarsi direttamente con il proprio ruolo sociale e rivendicare la propria autonoma economia cognitiva.
Sembra che gli artisti vogliano sopportare passivamente e sulla propria pelle, schemi economici del secolo passato che sfruttano il loro lavoro “proletario”, proprio come l’economia impone agli immigrati.

L’artista piuttosto che prendere atto che nell’attuale sistema dell’arte, la sua condizione è quella dell’immigrato in un sistema economico che lo sfrutta, s’illude di non esserlo, e per non prendere atto delle contraddizioni che alimentano la sua determinazione presente, racconta il dramma dell’immigrato.
L’artista contemporaneo è un soggetto senza forza politica alcuna, pur essendo un soggetto mediatico politicizzato, che si mette in scena con contenuti politici e sociali.
Eppure una urgenza dell’arte e degli artisti in questo secolo, sarebbe proprio quella di lavorare sul proprio lavoro, sulle condizioni che lo rappresentano, in questo l’arte contemporanea dovrebbe sapere essere politica e poetica.
Il pubblico perché deve trovare confermata nell’artista l’idea che l’arte sia solo quella proposta da riviste glamour?
Chi l’ha detto che non esista un pubblico che pensa all’arte come un processo culturale di critica, emancipazione, identità ed autodeterminazione?
In un momento storico ed economico come questo è complicato comprendere anche il valore etico ed estetico del “classico”.

L’industria culturale alimenta ignoranza culturale da sfruttare, il sistema dell’arte sembra essere la legittimazione economica della sua falsificazione, gli addetti ai lavori si limitano a fare gli esperti banditori perché è la sola vendita ad autentificare il valore.

Collezionisti e Musei hanno il solito compito d’amministrare e ricapitalizzare la finzione, ed alimentare in questa maniera il debito pubblico ed il decesso del pubblico.
La copia diventa l’originale con il passare del tempo davanti alla storia, perché gli artisti di questo secolo non mettono a sistema il loro problema lavorando per profanare la semiotica culturale che li vuole sfruttati e controllati?
Perché non affermare con forza che il linguaggio dell’arte è un bene sacro che appartiene solo agli artisti?

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