COMMEMORAZIONI E COMMEMORANTI

COMMEMORAZIONI E COMMEMORANTI

La maggior parte di quelli che commemorano sono gente senza dignità, senza memoria, senza memoria personale intendo, senza la capacità di memorizzare cosa erano loro, commemoratori accorati di un evento, nel momento in cui lo stesso evento si verificava.
Il G8 di Genova per esempio.

Oggi vedo tutti i rosè commemorare i fatti del G8 di Genova.

Per quanto mi riguarda, quelli che conosco me li ricordo tutti, in quel periodo ti chiamavano rifondarolo, ridevano di te, ridevano del movimento “No Global”, non ne capivano la grande portata storica, o meglio, alcuni, i peggiori, i più fetidi la capivano pure ma preferivano accodarsi a Veltroni e D’Alema, preferivano la spocchia liberista di chi aveva capito “come va il mondo”, di chi balzava alle redini del successo e si sentiva un gigante rispetto a ridicoli sognatori sradicati dalla realtà che già prevedevano gli effetti devastanti della globalizzazione combattendola con strategia di lotta internazionale.

Il movimento “No Global” è stata l’unica opportunità storica per arginare l’avanzata incontenibile della ferocia liberista del terzo millennio.
La più grande occasione persa di fine millennio.

Il movimento “No Global” è stato sconfitto principalmente perché non ha avuto l’appoggio delle sinistre storiche occidentali, o meglio, perché ha avuto l’avversione, il disprezzo, lo sberleffo di ciò che rimaneva dei grandi partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici (ad esclusione della parte di Labour che faceva capo a Tony Benn).

Certo, è stato un fenomeno di respiro internazionale.

Ma i grandi processi sono scomponibili in realtà soggettive, in vite vissute e carne.
Io li ho visti, i comunisti, mediocri, miserabili, in cerca di affermazione personale, ometti castrati negli ideali, nell’etica e nel corpo, schierarsi con il capitale, con la ferocia del Mercato globale, con la distruzione dei diritti del lavoro, delle diversità dei popoli, della dignità di quel grande elaborato storico, teorico e politico che il sociologo Robert Castel definiva “proprietà sociale”, figura politico-giuridica che si afferma con un lungo processo politico e sociale che va dalla fine dell’800 sino ai grandi eventi del dopoguerra come la Dichiarazione di Filadelfia del 1944, dove si affermava il grande principio che “il lavoro non è una merce”, sino all’atto costitutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nel 1946 sanciva «il più alto livello di salute ottenibile come un diritto», sino alle varie tutele del lavoro realizzate in ogni paese occidentale, come lo Statuto dei lavoratori italiano del 1970, sino alla previdenza sociale, ai diritti delle donne, dei bambini, sino alla creazione di un patrimonio industriale statale affianacato e, per certi versi, antagonista del patrimonio industriale privato.

In una parola infalzionata: il welfare.
Ma la definizione di Castel è più efficace: la “proprietà sociale” che va ad affiancarsi alla “proprietà privata” e che “avrebbe reso disponibile anche ai non-proprietari un tipo di risorse che non fosse il possesso diretto di un patrimonio privato, ma un diritto di accesso a beni e servizi collettivi che hanno una funzione sociale”.

Una delle caratteristiche cruciali di questa nuova proprietà sociale è, secondo Castel, il fatto che essa “non si crea né circola nel contesto di scambi di mercato” essendo unicamente soggetta all’arbitrio democratico. La proprietà sociale e il conseguente stato sociale non sono sottoposti al mercato ma alle scelte politiche democratiche.

Collocata nell’ambito politico e immunizzata e protetta dall’ambito di Mercato la proprietà sociale ha reso possibile alle masse senza proprietà di scegliere la propria riproduzione, di decidere collettivamente che tipo di umanità la società avrebbe voluto creare.
Risulta chiaro che un’idea di proprietà sociale in questi termini, nel tempo risultò non un semplice correttivo statale e di ordine pubblico del Mercato ma un vero e proprio antagonista della libertà di azione del capitalista.
Dagli anni ’60 in poi il Capitale ha intrapreso una dura lotta di classe dall’alto verso il basso contro questo sistema della “proprietà sociale” e siccome le strutture politiche e giuridiche che tenevano in piedi il sistema della “proprietà sociale”, pur avendo raggiunto fisionomia e respiro universale, si fondava su strutture politico-giuridiche nazionali, il Capitale da un lato ha cercato di scardinare tali strutture attraverso processi di globalizzazione che scavalcavano e annullavano le sovranità nazionali che avevano posto in essere tale impalcatura di diritti; da un altro lato, come spiega bene Gallino, attraverso un attacco massiccio che dal campo economico reale si sposta nel campo finanziario, e da un’altro lato, sempre ben illustrato da Gallino, attraverso la creazione di un’egemonia culturale costruita a livello globale attraverso la creazione dei poderosi “think tank” liberisti, università di tutto il mondo comprate e modellate al pensiero unico del Mercato libero e globale, premi nobel, leader politici, movimenti di costume e di pensiero.

Insomma, il Capitale diventa più gramsciano di ogni comunista e più Marxista di ogni marxista: l’egemonia culturale e la lotta di classe dall’alto verso il basso… (mentre le sinistre non la nominavano più la lotta di classe, se non per ridere.

Il movimento “No Global” è stato l’unico fenomeno politico di livello internazionale che in maniera concreta, efficace, leniniana, ha combattuto il fenomeno della “globalizzazione”.

Ha perso, e ha perso perché non ha avuto il supporto delle sinistre storiche mondiali.

Le sinistre dei Tony Blair, dei Prodi, dei Veltroni, dei D’Alema, degli Emanuele Sanna, le sinistre che si sono vendute al capitalismo più feroce.
Io li ho visti, quelli che oggi commemorano commossi i fatti del G8 di Genova, a quei tempi erano i cicisbei dei carnefici, ridevano di quei ragazzi, erano i pretoriani dei boia.
E non lo facevano certo per ideali, tutti loro hanno avuto il loro premio, le loro 30 monete… c’è chi, mediocre nell’animo e nell’intelletto, è diventato parlamentare della repubblica, c’è chi è diventato direttore di enti prestigiosi, c’è chi ha pranzato nel grande tavolo dei papponi e chi ha solo brucato le briciole strisciando sotto il grande tavolo dei papponi.

Sono gli stessi che oggi commemorano i fatti di Genova come se quei ragazzi eroici li avesse manganellati Salvini e non Di Gennaro mentre loro ridevano e si prendevano gioco di loro, dall’alto della loro saccenza, del loro pragmatismo, dall’alto dell’onda di “modernità” che stavano cavalcando. Sono gli stessi che oggi amano Carola, che non perdono un Pride, che dicono “cittadine e cittadini” e mettono sempre davanti il femminile, sono quelli che commemorano, commemorano, e commemorano come se a quei tempi non fossero loro i carnefici, i Giuda venduti per un posticino politico, amministrativo, accademico, posticino miserabile che nella loro immensa miseria hanno barattato con la vita, niente meno che con la vita.
Sepolcri imbiancati.

Antonio Musa Bottero

 

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