Comunista non vuol dire niente.

Neanche far parte di quell’ultraminoranza che si definisce comunista vuol dire essere la stessa cosa.

Su Cesare Battisti, per esempio, ho letto le più svariate interpretazioni del termine, secondo il quale i veri comunisti non sparavano, ma difendevano la Costituzione nata dalla Resistenza.

Peccato che la lotta armata in Italia sia nata proprio con la motivazione del tradimento di quella stessa Resistenza.

Negare che in Italia sia esistito per buona parte degli anni settanta e relativa coda negli ottanta, un ampio e variegato fronte di insurrezione armata, è malafede.

Lo dico al di là di ogni giudizio morale, perché la verità storica esula dalle categorie della morale.

La violenza è considerata universalmente immorale, ma la moderna democrazia rappresentativa che teoricamente oggi tutti difendiamo da cosa è nata, se non dalle teste mozzate di aristocratici e re?

Era comunista il PCI?

Lo erano le Brigate Rosse?

Lo era Autonomia Operaia?

E sto semplificando al massimo gli schieramenti in campo, perché se volessi elencarli tutti si farebbe notte.

Comunista non vuol dire niente.

Lo so, è un’affermazione netta e provocatoria che ha però un fondamento di verità, se questo termine racchiude delle visioni estremamente diverse della società, in certi casi inconciliabili.

C’è un comunismo lavorista che insiste sulla dignità del lavoro finanche oggi che il lavoro è stato svilito a neoschiavitù, ma le critiche all’etica del lavoro risalgono a molto prima.

Vi ricordate Charlie Chaplin in Tempi moderni quando si incastra negli orologi?

In quella scena riesce a spiegare meglio di mille saggi cosa vuole dire la condizione di alienazione dell’operaio di una catena di montaggio, dove da operaio professionale, erede dell’artigiano, si ritrova a essere forza lavoro dequalificata che esegue in maniera compulsiva e ripetitiva sempre la stessa piccolissima mansione del ciclo produttivo.

Era il 1936, ma la catena di montaggio era nata già nella sua forma moderna nel 1913 negli stabilimenti automobilistici di Henry Ford.

Non mi stupisce perciò che gli eredi di quel comunismo lavorista si scaglino oggi contro il Reddito di Cittadinanza, perché per loro per percepire un salario devi crepare lavorando.

Mi stupiscono un po’ di più invece le critiche che arrivano dalla cosiddetta area dei centri sociali, altra categoria ormai troppo vasta per essere univoca.

Molti non lo sanno, ma i centri sociali come li conosciamo oggi in Italia, sono sostanzialmente i figli di Autonomia Operaia, vengono quindi da quel rifiuto del lavoro che era la base del pensiero autonomo.

Questa idea che la rozzezza dei nostri tempi riassume col divano della Boschi era basata invece su studi teorici di grande spessore, secondo i quali il valore delle merci diventava sempre più basso, grazie all’automazione e all’integrazione dei processi produttivi, il ruolo dei lavoratori sempre più dequalificato e sottopagato, la condizione giuridica e contrattuale del lavoro continuamente rinegoziata al ribasso.

Che queste analisi avessero ragione lo dimostra un qualsiasi confronto fra un contratto operaio degli anni settanta e uno della giungla creativa e terribile che regolano il lavoro contemporaneo, tendenzialmente in ogni paese, con l’Italia che è stata ancora una volta laboratorio e apripista.

Quarant’anni fa sarebbe stato impensabile che se sei ammalato e non lavori, non ti pago.

Oggi, per chi è fuori dalle tutele di un contratto di vecchio stampo è la norma.

Qui in Inghilterra, lo stato ti dà poco più di novanta sterline la settimana… e basta. E immaginate cosa accadrà via via che i processi di automazione renderanno superfluo il lavoro umano e milioni e milioni di persone saranno letteralmente superflue?

Difendere il lavoro è perciò una cosa da masochisti, oggigiorno. E quindi denunciare tutte le contraddizioni di questo Reddito di Cittadinanza, che è un provvedimento a misura di impresa, è legittimo e sacrosanto, ma sempre con l’accortezza di non buttare il bambino insieme all’acqua sporca.

In questo caso, il bambino sono i soldi che arriveranno nelle tasche di chi ha un reddito bassissimo, una misura che esiste sostanzialmente ovunque in occidente e che invece in Italia sembra una bestemmia per i lavoristi a qualsiasi condizione, e che ovunque in occidente è sempre più sottoposta all’accettazione di qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione.

Per quanto una misura aspramente criticata, un ripiegamento a destra rispetto alla vecchia “social”, come l’universal credit qui nel Regno Unito, sembra addirittura il sol dell’avvenire rispetto al nostro RdC.

Quanto guadagni al mese, 1100? Quanto paghi d’affitto, 700?

Bene, hai diritto a un contributo per la casa.

Sto semplificando, ma è per farvi capire.

Questo il nocciolo della questione: non dimenticarsi che i sofismi che stiamo opponendo in queste ore risulteranno terribilmente reazionari alle orecchie di chi da aprile, con tutte le imposizioni, le tagliole, i percorsi stretti, il lavoro a 100, 250 o 1000 chilometri, si vedrà arrivare per la prima volta nella sua vita dei soldi dallo stato.

Penso che all’indomani della vittoria elettorale dei cinque stelle, senza neanche attendere la formazione di un governo, si sarebbe dovuto iniziare un percorso di mobilitazione reale, nelle strade, per creare aspettative altissime rispetto al Reddito di Cittadinanza, perché è quello l’elemento centrale che ha condotto al successo dei grillini, perché è quella una misura in grado di intercettare la richiesta di rappresentanza dei ceti più poveri.

Non lo abbiamo fatto, probabilmente non ce n’era la forza, ma noi che nasciamo dalla teorizzazione di valore del rifiuto del lavoro, quando esprimiamo una critica a questo provvedimento, possiamo almeno iniziare dicendo che vogliamo più soldi, più beneficiari e meno limitazioni? P

Perché credetemi, continuando a scrivere le cose che leggo su più di una bacheca otterremo solo di essere percepiti come nemici di classe da chi davvero vive una condizione di disagio.

Rosario Dello Iacovo

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