Comunque sia, artista di “classe creativa”.

Comunque sia, artista di classe creativa.

All’oppressione e la colonizzazione invadente degli Stati, dalla secondo dopoguerra del secolo scorso si è sostituito il pensiero unico massmediatico d’artista, la comunicazione di stile monarchico dall’alto verso il basso, comunicazione autoritaria e persistente (“ne ha parlato il Tg”, “l’ho letto sul giornale”…).

Un artista è stato puntualmente messo in condizione di rivolgere il suo pensiero e le sue posizioni politiche (?) dall’alto verso il basso della “classe creativa” degli artisti locali.

In questo secolo si è entrati con coscienze già omologate e massificate, più di quanto potesse avere mai fatto in precedenza un artista di stato o di corte.

I contenuti artistici sono diventati progressivamente sempre più effimeri fino a divenire pilastro e sostegno creativo di mercato.

Questo è il secolo dei mass media, delle nazioni e delle Istituzioni che reclamano il mandato dell’investitura popolare, investitura popolare che appare sempre illegittima perché il popolo è sempre più frammenti d’individui in cerca di obiettivi individuali.

In questo secolo non servono servizi segreti che raccolgono informazioni sul pensiero e l’azione culturale e politica di artisti “pericolosi” che minacciano l’ordine del pensiero unico, oggi tutti gli artisti sono nel big data interconnesso per partecipazione volontaria alla propria sorveglianza mirata, ci si muove nel cloud materializzando informazioni volontarie su di sé.

Le nuove tecnologie e il sapere rendono l’artista di questo secolo naturalmente a conoscenza di altre realtà e ricerche, nessuna comunità territoriale e nessuna ricerca artistica può più dirsi integra, privata e vincolata dai propri confini geografici e culturali.
Il web e l’interconnessione sono gli spazi dove le problematiche dell’arte e della cultura possono arrivare ad i più deboli, il web è lo strumento che ha a disposizione l’artista in questo secolo per alfabetizzare sui linguaggi dell’arte l’ignorante, prescindendo dal suo portafoglio.
In questo secolo arte e cultura non avranno più bisogno della sussistenza statale, la loro forza sulla quale il controllo politico non può più essere esercitata è finalmente sganciata da condizionamenti e limitazioni operative di ricerca.
Il lavoro da fare è quello di veicolare culturalmente contenuti che rischiano di esprimersi in tutta la loro potenzialità aggressiva, per i propri obiettivi egotici primari e tornaconto economico.
Conoscere la cultura artistica del secolo passato e veicolarle diventa fondamentale.
Potere e politica in questo secolo sono sistemi separati che viaggiano su livelli e binari diversi, sono comodamente separati ed hanno esigenze diverse, la politica è diventata dipendente da una economia della quale è stata incapace “culturalmente” di regolare il flusso ed è in questo flusso che necessariamente ci si dovrà muovere, in un neoliberismo anarcoide, che concede libertà di movimento culturale ma che delega al privato le competenze di circolarità di un prodotto artistico che un tempo erano istituzionali.
Siamo davanti ad amministrazioni culturali libere di non avere responsabilità culturali ed a idee di arte comunale, regionale e statale, senza che comuni, stati e regioni possano amministrare la propria cultura comunale, provinciale e regionale, nella pratica amministrazioni impossibilitate ad amministrare.

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“Probabile che ci sia stata raccontata una storia assurda.

La storia assurda sostiene che la schizofrenia, la depressione, il disturbo bipolare, eccetera, sono disturbi creati da una cervello rotto, e che questo cervello rotto lo si può aggiustare solo con i farmaci.

Poi, però, i malati che assumono psicofarmaci non guariscono più, e muoiono dieci, venti, trent’anni prima degli altri, per obesità, cardiopatie, diabete.”

Piero Cipriano, “Il manicomio chimico”.

L’artista di questo millennio è interconnesso, questo lo mette in una condizione unica nella storia dell’umanità, ha la possibilità di reperire informazioni da tutto il mondo, con facilità è in grado di mettersi in relazione con gli altri linguaggi e andare oltre la propria specializzazione. Dopo indymedia il mercato e le piattaforme specializzate, anche d’arte contemporanea, hanno materializzato il cosiddetto citizen journalism, il che vuole dire giornalismo e critica non pagato, che forse ambisce ad essere pagato e sponsorizzato, a proposito quando è che nascono siti d’arte specializzata on line che a un certo punto con i loro dilettanti allo sbaraglio, diventano fucine di pubblici addetti ai lavori in amministrazioni comunali varie?

“Veramente bello è soltanto ciò che non può servire a nulla; tutto ciò che è utile è brutto, perché è l’espressione di un determinato bisogno, e i bisogni dell’uomo sono ignobili e disgustosi, come la sua povera e inferma natura. Il luogo più utile di una casa è il cesso”.

 T. Gautier

I mezzi di comunicazione che hanno dominato il secolo scorso hanno mutato i linguaggi dell’arte, questo è un fatto.

Prima ancora la rivoluzione mediatica era stata la “Galassia Gutenberg”.

I media del secolo scorso imponevano un tipo di coscienza e una scala di valori, condivisa e tribale.

Mc Luhan nel secolo scorso divideva i media in “freddi” che si subivano con passività e media “caldi” che favorivano l’interazione.

Siamo passati dal secolo dei media freddi al secolo dei media caldi.

La tecnologia digitale, ci permette d’interfacciarci con qualsiasi artista o linguaggio dell’arte in qualsiasi parte del mondo, e questo in maniera strettamente personale.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, c’è la possibilità per gli “artisti comuni” di muoversi come fossero scienziati o militari, ragionare sulle grandi problematiche dell’arte connessi istantaneamente con altri mondi e altri universi.

Bisogna che l’arte sappia esprimere i movimenti della rete e non resti estranea a una società che fonde e confonde locale e globale; servono artisti in grado di rispondere umilmente alle domande che il prossimo può fargli.

Ogni artista è in relazione con diverse collettività, questa sua relazione definisce la sua “identità di classe”.

Un artista con il suo linguaggio appartiene a un clan, a una crew, una fascia d’età, un paese, una ragione, a una nazione; si rafforza anche attraverso relazioni simboliche con altri individui e/o artisti che possono anche non appartenere alla sua collettività.

Il senso sociale di un artista si snoda su due assi:

quello delle appartenenze o delle identità.

quello delle relazioni o dell’alterità.

L’attività gestuale e rituale dell’artista è la sua mediazione rituale (non servono altri intermediari “addetti ai lavori”), l’attività rituale costituisce la sua appartenenza di classe.

Il rito dell’artista con il suo linguaggio introduce la mediazione dell’appartenenza simbolica e della successiva parola.

Prima il rito-linguaggio, poi l’appartenenza e poi la parola.

In questo gli artisti privi di una storia scritta da altri non sono diversi dagli artisti con una storia scritta da altri.

L’artista come lo spettatore-osservatore connettivo nel suo rituale acquista senso nella relazione, relazione rituale che non ha senso alcuno senza l’interazione.

I confini (quando ci sono) tra l’artista e lo spettatore connesso o tra gli stessi artisti, sono confini culturali e linguistici; sono l’insieme dei luoghi problematici di una cultura simbolica di cui sono espressione.

Nel nostro sistema liberale di valori, l’artista comunque operi, ha una libertà chiavi in mano che non gli consentirà mai di aprire tutte le serrature, sarà sempre iscritto (suo malgrado) in un sistema di classe, che però consente, attraverso il rito dello stesso artista, la presa di coscienza.

Abitiamo corpi e sistemi biologici antichissimi dal punta di vista evolutivo, sistemi che si nutrono di risposte a significati (il sistema immunitario, quello degli oppiacei endogeni, dell’ormone e dello stress); questi nostri sistemi biologici sono in naturale relazione con l’ambiente esterno al quale si sono adattati (Darwin docet); lo stimolo esterno è materializzato proprio dai diversi significati con cui il nostro corpo interagisce, anche il linguaggio dell’arte con i suoi rituali di questo tempo.

Linguaggio e cultura dell’arte e biologia sono strettamente connesse nella rappresentazione di senso del vivere, accantonare questa nostra naturale interazione umana non è moralmente accettabile, significa annientare una condizione del sé.

“Addetti ai lavori” a Km.zero?

“Il commercio è nella sua essenza satanico.

– Il commercio è il prestato – reso, ovvero il prestito con il sottinteso: Rendimi di più di quanto ti do.

– Lo spirito di ogni commerciante è completamente viziato.

– Il commercio è natura, dunque è infame.

– Il meno infame di tutti i commercianti è quello che dice: “Siamo virtuosi per guadagnare molto di più degli stupidi viziosi.

– Per il commerciante, l’onestà stessa è una speculazione a scopo di lucro.

– Il commercio è satanico perché è una delle forme dell’egoismo: la più bassa e la più vile”.

 C.Baudelaire “Il mio cuore messo a nudo”.

Gli “addetti ai lavori” non possono ignorare il legame, che esiste tra la mobilità economica sovrastimata dell’arte contemporanea e il potere delle banche, tutti i paesi sono coinvolti, anche l’Italia nella rincorsa con i suoi Musei d’arte contemporanea a carico del contribuente.

Lo si voglia o no, anche l’ascesa della Cina nell’economia globale, con i suoi artisti alla occidentale, ha aumentato le diseguaglianze tra gli artisti di mainstream e gli outsider.

Questa evoluzione del sistema dell’arte contemporanea, ha indebolito il settore del pubblico e della libera ricerca artistica e didattica dell’arte; in altre parole non si discutono i Musei d’arte contemporanea, ma la scuola pubblica, come se la scuola pubblica fosse un cattivo investimento, incapace di rappresentarsi come contemporanea nel campo della ricerca artistica, ma è vero?

E’ vero che la ricerca artistica e i linguaggi contemporanei dell’arte, appartengono sempre meno al ceto medio?

L’evoluzione del sistema capitalistico dell’arte contemporanea con le sue quotazioni, ha evidentemente indebolito la diffusione pratica dei linguaggi artistici.

Le banche contano più dei governi, come le gallerie e i musei d’arte contemporanea contano più di Enti e istituzioni pubbliche, è possibile?

Siti d’arte contemporanea e riviste d’arte specializzata, non fanno arte che creare rumors, confondono e distraggono, allontanandoci dal vero linguaggio dell’arte.

La macropolitica e gli addetti ai lavori dell’arte contemporanea, sono controllati dai poteri forti, nel senso che a essi si allineano per tirare a campare, l’opinione pubblica, invece, non è mai stata come oggi, attraverso l’uso e l’utilizzo dei social network, immersa nella contemporaneità dei linguaggi dell’arte.

Questo è il reale fallimento delle politiche culturali e artistiche che il sistema economico globalizzato impone, questo è quello che induce gli sciami di rete, che si occupano di linguaggi artistici contemporanei, a cercare altre e diverse soluzioni.

Come nei primi trent’anni del secolo scorso, il cambiamento c’è, ma la sua origine è fuori dal sistema tradizionale.

Non esiste arte o linguaggio artistico che non abbia tentato di padroneggiare intellettualmente il mondo nel quale si formula.

Non esiste artista che non abbia una sua costruzione dell’immagine dell’uomo per uso e consumo personale, che non abbia una immagine dei rapporti inter-umana, della natura e dei rapporti tra uomo e natura.

Il linguaggio dell’artista erroneamente si crede venga mosso dal desiderio di conoscere, muove in realtà dall’esigenza di riconoscersi in una immagine.

Gli artisti e gli spettatori che ricevono e donano visioni, non desiderano conoscere il mondo, ma riconoscersi in esso, questo spinge in genere il linguaggio dell’arte a accettare frontiere e sicurezze totalitarie di mondi chiusi,  questo spinge i linguaggi dell’arte e certi artisti, e non una reale interazione linguistica, verso l’errore, verso verità parziali e provvisorie; l’egotismo d’artista allontana il linguaggio dell’arte dall’essere scienza condivisa.

Idealmente gli artisti si dovrebbero svincolare dal “critichese” imposto e da quelle espressioni convenzionali del relativismo comune che ghettizzano i linguaggi dell’arte (“sono generi diversi” o “sono linguaggi artistici differenti”), in questa maniera si determinano “apartheid” del linguaggio che non si integra, interagisce e diffonde.

La realtà è che oggi il problema dell’artista sta nella fatica e difficoltà a pensare al rapporto con lo spazio, vive immerso in grandi spazi economici e aggregati politici, forte e complice di come capitale e  multinazionali abbiano abbattuto frontiere e incredibilmente accetta la crescita esponenziale di musei locali, che fanno riferimento ad “addetti ai lavori” locali e artistici che rivendicano il loro lavoro altamente professionale a km. zero nel mondo dei km. ridotti dai media.

Questo non è il tempo della crisi dell’identità d’artista (che anzi è inflazionata e in ogni dove), questo è il tempo della reale e irreversibile crisi degli spazi preposti all’arte che non hanno più funzione d’essere (se non nella forma di laboratori didattici) e della conseguente crisi dell’alterità, lo spettatore è stato cancellato e bannato dalla determinazione del fatto artistico.

Non riuscendo a pensare all’altro si è creata la figura del dilettante e dell’ignorante, colui che non sa e non capisce.

L’arte come linguaggio in questo momento storico è schiantata dall’eccesso degli eventi, delle immagini e dall’eccesso dell’individualizzazione che di fatto hanno affossato le cosmologie collettive.

 

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