Contiene un’intervista a Lino Fois

Partiamo dalla tua ultima mostra, al MACRO di Roma,  Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, a cura di Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo, cosa hai esposto?

Contiene 365 giorni di felicità rinnovabili ad ogni Capodanno

Le curatrici mi hanno chiesto di esporre un’opera della serie Boxes, una scatola che Contiene 365 giorni di felicità rinnovabili ad ogni Capodanno. Credo, almeno per il suo contenuto,  sia stata l’opera di maggior valore in mostra.

Gli oggetti di uso comune nelle tue mani si trasformano, molto spesso in chiave ironica, ma anche magica; una volta mi raccontasti che la magia l’hai vissuta fin da bambino, a Sant’Antioco

Mi ricordo mia nonna che faceva quella che chiamava “la medicina dell’occhio”, guariva  adulti e bambini facendo cadere delle gocce  d’olio in un piatto d’acqua. Recitava nel pensiero una segreta preghiera che ha poi tramandato a mia madre. Magiche erano anche le sue “storielle” che ci raccontava seduti intorno al braciere.

L’arte era già una tua vocazione?

Rilevatore di persone che si danno le arie

In genere  a questa domanda tutti rispondono nello stesso modo dichiarando che sin da piccoli si  dedicavano all’arte praticata poi da adulti, un’arte a cui non possono più fare a meno, fonte di vita e bellezza. In effetti anch’io  sin da piccolo praticavo i territori del visivo utilizzando materiali vari sfruttavo  la  grande incondizionata fantasia dei bambini ma non avevo la consapevolezza che fossero pratiche artistiche. Il primo risultato l’ottenni quando,  in quarta elementare,  il maestro,  dopo aver visto la statuina di un pifferaio da me  modellata  decise di affidarmi  l’intero repertorio dei personaggi per il presepe della classe.  Fu una bella  soddisfazione per la mia famiglia ma è stato il Natale più nero della mia vita. Mi trascinai il lavoro a casa e furono momenti davvero difficili. Un incubo a cui non riuscivo più a sottrarmi  costretto a modellare  pecore, cammelli, oche , galline e buoi da consegnare  prima dell’arrivo delle vacanze di natale.  Ora  lavoro regolarmente alla produzione dei lavori per le mie personali, mi interesso d’arte dalla mattina alla sera, è uno stile di vita, avere sempre un progetto in corso è un bel modo di vivere, un modo che consente di scacciare le paure e aumentare, ricordando i risultati ottenuti, l’autostima che, credo per tutti,  sia sempre in costante pericolo.

Mi hai sempre dato l’impressione di divertirti pazzamente quando progetti e realizzi le tue opere, mi ricordo una tua partecipazione nel 2010, a Roma, alla mostra Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia

Misuratore del grado di incompiutezza in opere e pensieri di piccolo formato

E’ stata una bella esperienza, è in tale occasione che ho conosciuto Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, con loro sono sempre in contatto e mi arricchisco delle loro ricerche.  Ricerche che fanno affiorare sempre qualcosa di nuovo dal grande territorio delle arti visive, come i Micromondi, l’argomento trattato, quest’anno,  da Antonella Sbrilli nel corso d’Arte Contemporanea alla Sapienza.  In quell’occasione ho conosciuto anche Paolo Albani che dirige Téchne la rivista di bizzarrie letterarie,  è da allora che pubblica i miei lavori a cominciare dal numero 21 che aveva come tema il “non finito”. In quel numero pubblicò una mia  macchina,  Il misuratore del grado di incompiutezza in opere e pensieri di piccolo formato. In quella mostra ospitata a Palazzo Poli  mi sono proprio divertito nel vedere  i miei rebus esposti nella stessa parete a fianco di un’opera di De Chirico. Nel numero di Thècne la sorte imposta dall’ordine alfabetico mi ha fatto capitare subito dopo Duchamp.

Quali sono i tuoi rapporti con la patafisica? 

Mi hai  associato alla Patafisica per la prima volta tu (Concettina Ghisu, N.d.R.)  nel tuo Il nome della cosa/sulla logica del paradosso, il testo che hai scritto per il catalogo della mostra Macchine del 2012. Credo che sia stata, dal tuo punto di vista, una associazione pertinente, Mi permetto di fare questa considerazione anche se sono consapevole che, comunque vada, le tue  affermazioni valgano  per se stesse a prescindere dal mio giudizio, anche se quest’ultimo fosse in disaccordo. La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, credo di esserci in qualche modo dentro, nei miei lavori non riesco a rinunciare all’ironia, al paradosso, alla fantasia, nella presunzione di proporre un mondo separato, diverso nelle sue  coordinate spazio-temporali da quello degli altri. Tutto questo seguendo  delle regole, anche se tutto sembra assurdo, ogni opera e pensiero ad essa associato sono confezionati , progettati  seguendo la coerenza delle scienze che vogliono essere esatte. Non è dovuto al caso, quindi, il mio incontro con Paolo Albani menbro dell’OpLePo (Opificio di letteratura Potenziale) Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellanense emanazione autonoma del Collegio di Patafisica.

La macchina che ripara i buchi nell’acqua

– La parola scritta è un’altra delle tue ossessioni

Amorosi legami. Le passeggiate dell’uomo gomma

Lo sta diventando sempre di più, mi sorprendo delle sue possibilità e degli universi di senso e non senso che permette di raggiungere. Nei miei lavori la didascalia è sempre  parte integrante dell’opera e  le parole sono il punto di partenza o d’arrivo nella realizzazione di un lavoro in un processo quasi sempre reversibile. Una parte delle mie macchine sono nate dalla ricerca di azioni meccaniche nell’uso quotidiano delle parole come, Il disegnatore di castelli per aria,

Disegnatore di castelli per aria
Stringi amicizie

Lo stringi amicizie, La macchina per riparare i buchi nell’acqua o il Rilevatore di  persone che si danno le arie. Molte opere, ma non tutte perché altre  hanno seguito il processo inverso, della serie Amorosi e Rancorosi legami sono state, dal punto di vista materiale il punto d’avvio di un breve racconto come quelli teorizzati da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Nella serie Tale e quale l’opera, con le complicazioni dovute ai giochi di parole che delle volte ne ribaltano il senso, è appunto tale e quale alla didascalia come,  per citarne solo una,  Fare leva su un’antica credenza per realizzare un’opera di modeste dimensioni.

Fare leva su un’antica credenza per realizzare un’opera di modeste dimensioni

L’uomo gomma è un supereroe buono o cattivo? Cancella per dispetto, per distruggere o per svuotare il troppo pieno? Oppure?

Non è cattivo anche se per sua natura cancella ciò che trova al suo passaggio. Non esisterebbe se non ci fosse qualcosa da cancellare, in un’opera sta per fare un salto nel buio perché sta per arrivare in un territorio vuoto di scrittura, in un’altra  è in crisi esistenziale perché  il suo percorso rivela delle zone di non cancellazione. In una fotografia, come nell’opera Amorosi legami. Le passeggiate dell’Uomo gomma  gli

L’uomo gomma

faccio cancellare solo la parte meno bella di essa. Lo stesso succede nell’album Un’Altra passeggiata dell’uomo gomma dove passa cancellando una parte di ogni singola  fotografia in esso raccolte.  La cancellazione diventa un fatto estetico.  Una persona che ha nella sua collezione un mio Uomo gomma ritiene che, delle volte,  nella nostra vita la cancellazione sia necessaria, per certi versi indispensabile, per iniziare un nuovo percorso, una nuova esperienza.

Tu acquisti foto d’epoca di gente comune, nei mercatini, poi le inserisci nelle tuoi lavori, inventi delle storie, nuove identità, quelle foto sono i tuoi personaggi in cerca d’autore?

La fotografia non dice mai la verità,  o meglio, non è detto che la dica sempre, perché è in qualche modo ridefinita dalla didascalia. Ci fidiamo di Robert Capa quando ci dice che il Milizano colpito a morte non è sopravvissuto a quello sparo durante una battaglia della guerra civile spagnola. Sfruttando questo meccanismo dagli anni ottanta utilizzo nei miei lavori  fotografie trovate  dando una nuova  identità a luoghi o persone in esse riprodotte. La  stessa donna in un’opera può chiamarsi Anna, in un’altra Lucia, una spiaggia del litorale romano diventare delle isole della Bretagna.  Non so bene se stessero cercando un autore e se l’hanno trovato ha tradito la loro  l’identità attribuendogliene,  almeno spero, una più poetica. 

Cosa hai imparato al DAMS di Bologna, ci racconti quegli anni?

Sono stati anni molto importanti, avere a che fare con universi culturali diversi da quello di origine è di grande formazione.

Sono stati determinanti le teorie sulla polisemia dell’opera d’arte nel corso di Estetica di Luciano Nanni, ma non solo, in realtà tutto il corso di studi è stato importante e di grande arricchimento. E’ stato dimostrato che ogni nostra esperienza  modifica il nostro cervello e se è vero che da ogni viaggio si torna a casa diversi io,  dopo l’esperienza bolognese,  sono diventato un’altra persona. La formazione determina sentieri che portano agli stessi luoghi. Quand’ero ventenne seguivo i lavori di un allora giovane Luca Maria Patella artista, fotografo concettuale nato negli anni trenta, a Bologna ho sostenuto un esame con Lamberto Pignotti uno dei fondatori della poesia visiva italiana, li ho incontrati personalmente nelle mostre romane Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia e Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, le loro opere erano in mostra insieme alle mie,  è stata una bella esperienza , una di quelle che ti incoraggiano a proseguire il percorso già intrapreso.

Si sente la mancanza di un’Accademia di Belle Arti a Cagliari? 

Sicuramente si sente la sua  mancanza, come pure si sente la mancanza della facoltà di agraria. Ogni scuola modifica la cultura del territorio che la ospita. Sono luoghi di formazione e di appuntamento per personalità che provengono da luoghi diversi. Naturalmente vale anche il contrario perché quegli incontri contribuiscono a  valorizzare le risorse locali per promuoverle nel mondo a loro lontano…

La tua opera che ti dispiacerebbe vendere

Eliminatore della tristezza dagli addobbi di Natale

Ce ne sono tante che avrei voluto tenere ma che ho già venduto, di quelle ora a disposizione, la prima che mi viene in mente è una macchina, L’eliminatore della tristezza dagli addobbi di Natale ma, appena ci sarà una richiesta sono disposto a cederlo. Non serve a niente tenere  i lavori chiusi in una scatola, dopo le mostre devono,  se richiesti,  allontanarsi dal suo autore e vivere una vita autonoma e in qualche modo identificare,  presentare, il gusto o la personalità del nuovo proprietario. Penso che chi possiede una determinata opera partecipando alla sua ridefinizione  dovuta all’applicazione del suo punto di vista diventi coautore della stessa.

Un’opera che ti piacerebbe possedere, o che non ti stanchi di interrogare

Difficile dare una risposta, a questa età, quando ragiono di arti visive, citando nuovamente Calvino,  divento preda della molteplicità, si affollano autori, temi e pensieri  che, proprio perché riaffiorano alla mente  sono stati tutti determinati nella  mia formazione.  Per citarne qualcuno. Paolo Gioli, Diane Arbus, Fausto Melotti, Mario Giacomelli, Luca Maria Patella, Alighiero Boetti, Duchamp. Ecco,  a questo punto potrei dire che mi piacerebbe possedere una piccola scultura di Fausto Melotti, una di quelle che, quando ero un ragazzino vidi, rimanendone stregato, a Cagliari in una mostra alla galleria Duchamp.

Concettina Ghisu           

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather