CONVERSAZIONI CON GIUSEPPINA PIERAGOSTINI

Mi incuriosisce la tua arte, il tuo rapporto con l’arte …

Dipingere per me è come “tornare a casa”.

Ho sempre avuto difficoltà a sentirmi “ a casa”,  intendo un posto, dove possa sentirmi a mio agio e al sicuro e considerando la mia passione per la pittura posso dire che è il modo più adatto che ho trovato, attraverso il quale sento vera libertà. Libertà di non dover chiedere nessuna autorizzazione, di non dover compiacere nessuno.

E’ mia profonda convinzione che un artista è un libero pensatore controcorrente. Nella mia famiglia esistono tracce profonde della libertà di pensiero.

Antonio Gramsci fu cugino di mio nonno materno e come si sa, fu duramente perseguitato e rinchiuso in carcere per le sue idee contro il fascismo.

Lo stesso Gramsci introduceva nei suoi “Quaderni del Carcere” il concetto  che un musicista, un pittore, un artista, dovrebbero essere promotori della lotta politica mettendo a disposizione le loro capacità per la “lotta di classe”. Franco Oppo, zio da parte materna, deceduto a metà gennaio,  compositore di musica contemporanea d’avanguardia, con le sue idee anti conformiste non ottenne molti allori almeno all’inizio della sua carriera.  Mi piace citare Walter Lippmann giornalista doppio premio Pulitzer che scriveva quello che voleva e come lo voleva “Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa un gran che”.

So che la tua formazione artistica è iniziata con un giudizio poco incoraggiante, direi antipedagogico …

Si, uno dei miei primi esperimenti al Liceo Artistico con il colore (tempere) era la riproduzione di un dipinto che a casa mia faceva bella mostra in soggiorno.

Il soggetto era piuttosto insolito: due alberi che duellavano con le spade.

“Sai che ci faccio con questo? Mi ci pulisco il culo!” Questa era stata l’esclamazione del mio insegnante che aveva gettato tutta la classe in un silenzio assordante.

“Va bene” pensai appena mi ripresi da quell’esempio d’insegnamento di un poco probabile seguace del metodo Montessori.

Smisi di coltivare l’idea di copiare e cominciai ad attingere dall’interno di me anziché dall’esterno.

I soggetti arrivano, diventano simboli, significati da esplorare, alla stregua di biglietti di viaggi dei quali non conosco la destinazione.

Ho scoperto che far nascere è più avventuroso che copiare.

Cominciando ad attingere dalle idee che mi passavano in mente, i soggetti possono quindi essere molteplici e insoliti.

Faccio un esempio per tutti. Il pannello che è in esposizione presso l’University College di Dublino (Irlanda) rappresenta la trasformazione e congiunzione delle due isole Sardegna e Irlanda, che hanno una pianta simile.

C’è anche una scritta che dice “You can’t know these people and not fall in love with them” (Non puoi conoscere queste persone e non innamorarti di loro)

Come hai scoperto l’acquerello?

L’acquerello lo scoprii per caso sempre al Liceo Artistico e dopo un inizio incerto con questo mezzo, riuscii a domarlo in un modo originale. Anche oggi chi vede un mio dipinto mi chiede come faccio “a fare gli spazi bianchi”. “Ci dipingo attorno” è la mia risposta. L’interlocutore solitamente si sente preso in giro, invece è proprio così.

Ho iniziato alle elementari dipingendo le case a forma di triangolo. Oggi so che ci sono diverse popolazioni che costruiscono le case di quella forma. E’ una bella forma semplice di base.

Cosa ti ha dato la spinta a dipingere?

Credo sia stata la sensazione di essere “costretta, poco libera” che ho sperimentato sin da piccola.

Quando invece ho cominciato a seguire ciò che piaceva a me anziché agli altri, ho espresso ciò che “passava dentro”, non cercando necessariamente l’approvazione.

Ciò libera da aspettative che impongono un risultato e ho scoperto che la cosa più importante è il viaggio, cosa provi mentre lo fai e quando arrivi si vedrà. Il risultato diventa inaspettato.

Crescere è un po’ come arrampicarsi, come un andare “contro” qualcosa o qualcuno. Proprio come fanno l’edera e le piante rampicanti. E’ una fortuna che esistano i muri.

Onde di Tuerredda Acquerello cm. 30x23

La prossima settimana inizierà la tua avventura con l’Associazione Qui e Ora dove terrai un laboratorio di acquerello, dedicato soprattutto a chi non ha mai preso un pennello in mano.  Il mio intento, nell’organizzare corsi artistici,  è mettere in collegamento gli artisti sardi con persone che sono alle prime armi con la pittura e con altre arti. L’obiettivo principale è quello di incoraggiare l’accesso alla sperimentazione artistica

Vorrei dire a tutti quelli che pensano “io non sono capace”che dipingere serve a esprimere la propria visione del mondo, a riconoscersi e scoprirsi. Significa anche lasciar andare la paura di sbagliare, di cambiare e di deludere.  L’acquerello è una tecnica cosiddetta difficile, come un cavallo da domare, ma dopo un po’ capisci che è talmente versatile che ti conquista. Le cose migliori le ho viste da chi ha iniziato con il “ma io non …”

Siamo forse in molti stati bersaglio di giudici che ci hanno fatto vergognare di ciò che magari anche una sola volta abbiamo creativamente prodotto.

L’arcobaleno è un simbolo che ricorre spesso nella tua pittura, un simbolo legato anche al tuo vissuto.

L’arcobaleno è un soggetto ricorrente negli argomenti che tratto di solito nei gruppi di pittura.

Nelle antiche civiltà era la rappresentazione di un portale di comunicazione tra il mondo visibile e quello invisibile, il mondo “dall’altra parte”.

Il nome di mia madre era Jana. In Sardegna Jana è il nome attribuito alla divinità della Dea Madre e alle Domus de Janas (case delle fate) sacri e misteriosi luoghi sepolcrali.  E qui si torna al “portale” di comunicazione tra questo e l’altro mondo. Ho a casa una statuetta regalatami da mia madre, che oggi non c’è più, e che rappresenta la Dea Madre.

Il culto della dea madre poneva l’accento sulla donna, simbolo femminile che è trasformazione e cambiamento. Mi piace considerare questa bella statuetta come il genius loci che mi ispira fantastiche idee.

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La tua esperienza di pittrice è strettamente collegata  con la tua formazione gestaltica.

Nel 2004 ho concluso la scuola di Counselling Gestaltico a Cagliari e grazie a questa esperienza ho scoperto il piacere di integrare l’elaborazione con i significati personali delle mie opere.

Un semplice esercizio potrebbe essere quello di scrivere su un foglio tutte le cose di cui non ci si senta capaci relative all’arte.  Ad es. non so disegnare, io con i colori non ci vado a nozze, sono daltonico, non sono un artista, non ho immaginazione, non sono creativo.

Rileggendo, provare a ricordare da chi si è sentito questo giudizio.

Magari con sorpresa ci si può rendere conto che un nostro amico, parente o chissà chi ci ha criticato e così abbiamo fatto nostra la sua critica.

Noi tutti siamo individui diversi, capaci di rispondere in maniera diversa agli stessi stimoli, ma anche di rispondere nella stessa maniera a stimoli diversi.

Sta a noi creare il nostro personalissimo linguaggio.

C’è un pittore americano che si chiama Pricasso. “Prick” in inglese significa “aculeo” e significa anche organo genitale maschile, unendo “Picasso” ha ottenuto questo nome.

Questo simpatico signore è un pittore che usa il suo membro per dipingere svariati soggetti. In un video utilizza uno speciale unguento preparatorio con il quale si strofina prima il membro e poi il deretano. Dopodiché intinge il suo Prick nei colori e dipinge il soggetto scelto.

Mi chiedo quale sarebbe la reazione del mio professore se conoscesse Pricasso.

Pricasso, l’artista che dipinge con il ….  sento ridere mia madre…

 

Roberta Sirigu. Qui e Ora.

 

 

 

 

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