DALLA DISCIPLINA DEL TERRORE AL TERRORE LIQUIDO ISLAMICO

DALLA DISCIPLINA DEL TERRORE AL TERRORE LIQUIDO ISLAMICO

Alessandro Gazoia nel suo “Giusto terrore” ha un’intuizione fondamentale che mette quasi in nota, come se fosse un’ovvietà su cui non vale la pena soffermarsi.

Ripercorrendo la storia del terrorismo in Italia, mette in risalto come nei comunicati, nelle azioni e nell’organizzazione delle Brigate Rosse ci fosse sotto molto più dell’estremismo ideologico e del culto della lotta armata terzomondista… da ogni parola, gesto, persino dalla scelta dei luoghi e del vestiario c’era un sentire di rigido e codificato, quello della classe operaia specializzata delle grandi fabbriche del nord: il culto per la parola secca e ripetitiva era un’estensione dei manuali tecnici dei macchinari, l’azione chirurgica e anonima (tipica della colonna genovese) era indistinguibile dall’agire del tecnico che in due mosse ripara il tornio o la pressa inceppata per far ripartire la produzione, la disciplina nel muoversi, nel punire, nell’organizzarsi è quella del reparto e del magazzino dove ognuno al suono della sirena ha il suo posto, il suo compito, lo sa fare, è orgoglioso di saperlo fare e non tollera chi gli impedisce di farlo.

Dietro alle Br in poche parole c’è una disciplina del lavoro industriale specializzato che si trasforma (come una logica estensione) nella disciplina del terrore estesa all’intera società.

Il terrorismo islamico invece è tutt’altro, e non perché la sua matrice è religiosa e non politica, o perché i suoi protagonisti sono arabi e non bianchi caucasici.

Il terrorismo islamico non ha alcun sentire condiviso di classe alle spalle, nessun ambiente né radicamento in un sistema di produzione e pensiero condiviso.

Analizzando gli attentati e gli attentatori islamici che hanno scosso l’Europa, balza subito all’occhio come il loro agire sia sconnesso, le loro armi e azioni siano repliche fatte male di video guardati in loop su Youtube, le loro professioni ideologiche siano dichiarazioni estemporanee e deliranti che ricordano le sparate bucaschermo di 30 secondi di politici e/o gente comune esasperata in tv.

Vado oltre: contrariamente a quanto dice la vulgata sociologica accettata, la loro non è nemmeno espressione del sentire dei ghetti e della banlieue, perché manca la disciplina di strada, la furbizia nel fronteggiare la polizia, l’organizzazione semi-militare della gang su base etnica.

E’ rabbia di sradicati da ogni contesto, di radicalizzati postmoderni che si aggrappano ad un discorso sentito in tv o su youtube per trovare una base allo loro identità in frantumi, la cui formazione “ideologica” è tratta dalle voci di Wikipedia, le cui comunicazioni interpersonali avvengono via Telegram e consistono in scambio di video, file audio e brevi testi decontestualizzati che sono indistinguibili dalla comunicazione standard di qualsiasi gruppo di adolescenti annoiati davanti al pc.

E’ questo sentire anarcoide, rabbioso, slegato da ogni contesto e logica sociale concreta ad essere per noi così terrificante: il terrorismo di matrice islamica è l’estensione all’intero corpo sociale della rabbia da isolamento di individui precari, estromessi da ogni produzione, che abitano un territorio ma non appartengono a quel territorio, perché vivono nell’assenza spazio-temporale del web.

Siamo passati dalla ferrea disciplina del terrore al terrore liquido e fai da te della generazione plasmata dai social, e nel cambio di paradigma i morti sono aumentati in maniera proporzionale: se per le BR ogni individuo eliminato era un pezzo guasto di un macchinario sociale funzionante, per il radicalizzato islamico ogni uccisione equivale ad una visualizzazione in più su Instagram e Youtube.

Federico Leo Renzi

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