Debunking

Il debunking è una patologia tristissima.

Una persona decentemente stabile sarà sempre in grado di elaborare, porre o ricevere critiche ad un dato presentato come assodato.

Chi è malato di debunking, no.

C’è chi, per partito preso, sarà sempre critico o contrario a qualsiasi affermazione delle autorità costituite.

Anche questa può venire considerata una patologia, ma di fatto offre sempre un vantaggio: quello di considerare versioni alternative delle verità ufficiali. Certo, molte parranno assurde, ma alcune potrebbero evidenziare qualcosa di poco chiaro, qualche spazio buio delle versioni ufficiali che vale la pena approfondire.

Il debunker però non vuole affatto approfondire, vuole solo gridare la sua indignazione per la violazione della verità ufficiale.

Sente il dovere profondo e assoluto di evidenziare e ribadire la rettitudine delle versioni ufficiali.

I motivi di questa patologia sono abbastanza evidenti: avendo legato la propria identità ad un sistema di credenze (che sia fiducia in una autorità politica, ideologica, scientifica, religiosa, sportiva, culturale o di qualsivoglia altro genere) percepisce ogni critica o messa in discussione delle versioni ufficiali del suo credo di riferimento come una minaccia alla propria identità esistenziale.

Nel tempo, la sua stessa identità diventa quella del “paladino della verità ufficiale”, e questa funzione esautora la sua intera raffigurazione.

Nessuno stupore dunque se reagisce a qualsiasi critica con tutte le sue forze, usando e talvolta persino violando qualsiasi logica.

L’esempio più frequente che tutti abbiamo incontrato è il classico debunker che per difendere la propria “verità scientifica” usa metodi antiscientifici, oppure bolla come “inaffidabili” gli studi presentati dagli interlocutori e cita studi a sua volta dando per scontato che essi invece debbano venire considerati “affidabili”.

Il dramma del debunker medio è che nemmeno si accorge che, di fatto, non gli frega niente delle “verità” che difende con tanta passione.

La sua lotta riguarda solo la fragilità della propria identità percettiva.

Insomma, essere un debunker è solo una modalità un po’ patetica per sentirsi meno sfigati.

Stefano Re

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