Delle arti, del Contemporaneo a Torino, novembre 2016

A Torino si usa così: ci sono periodi dell’anno in cui succede qualcosa e di quel qualcosa succede tutto in quel periodo.
A maggio, tra un acquazzone e quello immediatamente successivo, si suona il jazz, e tutti appassionati di jazz. Ma solo in quel periodo.
Immediatamente dopo, si diventa tutti lettori, salvo poi tornare al Tuttosport, mentre intorno a noi le librerie chiudono.
A metà dell’autunno, appena finita di cambiare l’acqua ai crisantemi sulla lapide del nonno, si diventa tutti cultori dell’arte contemporanea, delle nuove tendenze mondiali, degli appuntamenti cui non mancare.
Iniziano i quattro giorni di delirio, dove si salta da una mostra ad una fiera, una rassegna, un festival, un party per vipps e code, code, code.
A Natale, digerita abbondantemente l’indigestione, i torinesi torneranno a regalarsi tra loro stampe dell’Ikea e croste di Leroy Merlin, in attesa della prossima mostra blockbuster.
Da qui parte una piccola corrispondenza sul campo.

Incompleta, faziosa, politicamente scorretta, con una buona dose di non conoscenza delle dinamiche del settore, con poca attenzione verso gli affermati e molta più verso gli emergenti, che più che emergenti il più delle volte sono dei veri e propri affogati, pur sempre con belle speranze, e ancor più attenzione verso questo grande e meraviglioso pubblico che con la sua competenza, affetto, curiosità e capacità critica, ci sprona ogni giorno di più verso l’elevazione degli spiriti e delle coscienze.

Daniele D’Antonio

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