Demetrio Paparoni e l’indigeste scelte di Arts & Foods

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Foto Giovanni Rabuffetti

Le “indigeste” scelte di Arts & Foods

Demetrio Paparoni ha stroncato la mostra Arts & Foods proposta dall’EXPO di Milano.

Lo ha fatto prima su “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera, poi in un’intervista apparsa su Artribune a cura di Massimiliano Tonelli.

 

Paparoni si è soffermato tra l’altro sul fatto che pur di “far numero” nella mostra sono state incluse opere non in linea con quanto annunciato dagli organizzatori e dal curatore, Germano Celant.

Da quel che ha sostenuto il critico si comprende anche che la mostra non dà un quadro corretto della scena attuale dell’arte.

Ne parliamo con lui.

Intervista di Domenico “Mimmo” Di Caterino:

La mostra – ci dice Paparoni – non solo tradisce lo spirito dell’Esposizione Universale, ma presenta una visione dell’arte  legata all’impostazione critica dominante negli anni settanta.

Che un curatore voglia esprimere la propria idea dell’arte con una qualsiasi mostra è più che legittimo, quel che non lo è far questo in una mostra legata a una manifestazione importante come l’EXPO, che per sua natura deve guardare alla scena culturale dell’intero pianeta.

Non sono il solo ad aver fatto notare che la sezione della mostra che va da secondo Novecento in avanti offre una visione americanocentrica.

Si minimizza il peso che paesi come Cina e India, Brasile hanno assunto sul piano culturale a livello internazionale e in qualche modo si mortifica l’arte africana.

Si lascia intendere che l’unica realtà culturale degna di interesse è quella occidentale, soprattutto statunitense, e che l’Italia non ha giovani artisti.

L’ho detto e lo ripeto: mostrare che un paese non ha artisti giovani è come affermare che un paese non ha futuro.

Sembra una mostra realizzata per dimostrare che dopo gli anni settanta non c’è più stato nulla di rilevante in arte.

A farla breve, la mostra riprende schemi interpretativi superati, è nostalgica, ideologicamente vecchia e, quel che più grave, carente sul piano delle informazioni che mette in scena.

In sostanza questa mostra non ci dice il vero.

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“Si minimizza il peso che paesi come Cina e India, Brasile hanno assunto sul piano culturale a livello internazionale e in qualche modo si mortifica l’arte africana. Si lascia intendere che l’unica realtà culturale degna di interesse è quella occidentale, soprattutto statunitense, e che l’Italia non ha giovani artisti.”

Questo significa che non c’è stata una vera ricerca?

La ricerca è stata finalizzata a dimostrare una tesi preconcetta.

Celant si è affacciato sulla scena dell’arte tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta e di quegli anni mantiene nostalgicamente l’impianto ideologico.

Negli anni settanta, la pittura figurativa estranea all’immagine fotografica e all’incidenza della comunicazione pubblicitaria era considerata roba d’altri tempi. 

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“Celant si è affacciato sulla scena dell’arte tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta e di quegli anni mantiene nostalgicamente l’impianto ideologico.”

Non è la prima volta che sei polemico nei confronti di Celant.

Invece è la prima volta.

È stato in occasione di questa EXPO che sono venute alla luce in maniera prepotente dinamiche che personalmente trovo inquietanti.

Quando mi si chiede se ho qualcosa contro Celant come persona rimango allibito. La critica d’arte ha talmente perso la sua vocazione naturale, che è riflettere sui fenomeni e aprire dibattiti, da portarci a ricondurre tutto a dinamiche legate ai rapporti personali, escludendo che si tratti di normale dialettica.

La mia storia di critico inizia negli anni ottanta, proprio quando l’affermasi nel mondo di forme pittoriche non estranee alla tradizione modernista – a Picasso, a Matisse o agli espressionisti – ha messo in discussione l’impianto ideologico della critica degli anni settanta.

È innegabile che Celant abbia avuto un ruolo importante negli anni settanta, che ha dato un grande contributo al dibattito sull’arte di quegli anni.

Non ci sono però critici e artisti talmente intoccabili che qualunque cosa dicano o facciano debba essere accettata in silenzio: senza dialettica non c’è cultura. 

 Questa mostra propone un’idea omogenea e consequenziale della Storia dell’arte. Afferma implicitamente che c’è una linea di continuità tra l’arte più estrema delle avanguardie storiche e quella degli anni settanta e che dopo quegli anni in arte c’è stato il diluvio.

Io la penso invece come Danto: negli anni settanta si faceva già pittura figurativa come quella che avremmo visto negli anni seguenti, ma era messa all’indice.

Invece eravamo già nella post-storia, accadeva tutto simultaneamente, ed era possibile tutto, come lo è oggi.

Sono finiti i tempi in cui a un linguaggio si poteva dare diritto di cittadinanza nel mondo dell’arte e a un altro no.

Ci sono intellettuali che, nati incendiari, una volta giunti al successo, si sono trasformati in pompieri.

La visione dell’arte che ci viene da questa mostra è conservatrice perché è ancora in una logica avanguardistica.

È evidente che il curatore ritiene che ci siano stati linguaggi così innovativi da non poter essere più essere superati. 

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“Questa mostra propone un’idea omogenea e consequenziale della Storia dell’arte. Afferma implicitamente che c’è una linea di continuità tra l’arte più estrema delle avanguardie storiche e quella degli anni settanta e che dopo quegli anni in arte c’è stato il diluvio. Io la penso invece come Danto: negli anni settanta si faceva già pittura figurativa come quella che avremmo visto negli anni seguenti, ma era messa all’indice. Invece eravamo già nella post-storia, accadeva tutto simultaneamente, ed era possibile tutto, come lo è oggi.”

Quindi non sostieni la superiorità della pittura sugli altri linguaggi?

Assolutamente no.

A partire dalla fine degli anni settanta tutti i linguaggi hanno pari dignità, non c’è linguaggio che possa vantare una supremazia sull’altro. 

"Si ha la sensazione che Oldenburg sia presente oltremisura per questioni estranee al tema della mostra e al valore del suo lavoro."
“Si ha la sensazione che Oldenburg sia presente oltremisura per questioni estranee al tema della mostra e al valore del suo lavoro.”

Hai sostenuto che Arts & Foods vuol far apparire Oldenburg più importante di quanto non sia.

In effetti la mostra sembra suggerire che l’arte del dopoguerra ruota attorno all’arte di Oldenburg.

Non sono il solo ad aver avuto questa sensazione.

Il che, penso, non rende un buon servizio a Oldenburg.

Si ha la sensazione che Oldenburg sia presente oltremisura per questioni estranee al tema della mostra e al valore del suo lavoro. 

 

 

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