Di Caterino al Camo? Vuole dire limitarlo!

Il gallerista street Salvatore Iacono risponde a Claudio Lorenzoni e l’accusa di volere uccidere e limitare il linguaggio vivo di Di Caterino nel suo Museo:

 

Di Caterino al Camo? Vuole dire limitarlo!

Perché non amo la visione statica e Museale che Claudio Lorenzoni, Direttore del Camo, storico Museo a Cielo Aperto, impone di Di Caterino?
Perché il lavoro di Di Caterino, è un lavoro concepito da sempre per interagire e intercettare l’umanità dello spettatore, il suo contenuto istiga l’immaginazione.
Certo Di Caterino è un artista iracondo, difficile da controllare, cosa mi hanno spinto a fare oggi i suoi lavori in un impeto Buckowskiano non posso raccontarvelo, ma su ogni spettatore i suoi lavori hanno un effetto, ma vaglielo a fare capire, da artista indy vuole (giustamente) avere l’ultima parola sul suo lavoro, e per evitare un conflitto diplomatico, che non può esserci visto gli interessi che smuoverà (e in parte ha già smosso) la sua azione.
Rispettando la comunicazione sul suo lavoro, imposta dall’artista, resto comunque molto critico su come lo presenta da anni Claudio Lorenzoni, la sua arte è fatta per incitare la mia e la nostra immaginazione, è un oggetto/soggetto che s’intrufola in maniera subdola nel nostro spazio immaginario rinegoziandolo, personalmente guardando il suo lavoro riacquisto consapevolezza del mio corpo, trovando nessun mio istinto o gesto scontato.
Quanti linguaggi dell’arte contemporanea saprebbero connettere il Covid 19, i movimenti antirazzisti, youporn e Pinocchio il capolavoro di Collodi?
Il suo linguaggio riesce a leggere tutto come fosse la stessa medaglia, rovesciata a seconda dell’angolazione economica di chi la guarda.
Essere a contatto con il lavoro di Di Caterino, ci porta a riflettere su come l’umanità stia perdendo contatto con il mondo, in questo momento sono fortemente in discussione le nostre radici, ed è proprio lo scollamento da noi stessi a renderci consumisti, a muoverci verso un appagamento di desiderio immediato, siamo immersi nel disagio, sommersi di questioni e interrogativi, siamo destabilizzati eticamente per colpa della nostra economia manipolata dal desiderio.
Io sostengo sul serio Di Caterino, facendolo evadere dal Museo, lo faccio perché il suo lavoro vive e si alimenta dai margini del mercato, la sua è una frontiera di ribellione che non scade mai nel populismo, è proprio nel non essere prodotto che la sua arte attinge direttamente dalla vita.
Il mercato quando è che s’impossessa delle nostre vite?
Quando ci respingiamo, quando non amiamo i nostri colori, la nostra età, il nostro corpo in mutazione, l’altezza, il peso, l’odore, quando desideriamo essere altro.

Sa Claudio Lorenzoni perché ho smesso di fare il gallerista al chiuso tra quattro mura?

Perché non ne potevo più, il mercato rende insicuri, depressi, disperati, poco rispettosi di noi e degli altri.
L’approccio all’arte come linguaggio di Di Caterino mi esalta, è memoria di un arte censurata che rivendica la sua storia, è decolonizzazione del linguaggio che torna movimento vivo e interattivo.

Il linguaggio di Di Caterino è un virus che ci rende tutti artisti liberi, determina febbre allucinatoria, oggi mi ha fatto salire la temperatura, pone così tante domande da togliermi le risposte.

Caro Claudio Lorenzoni, io sono un gallerista di strada, per la strada ho ritrovato il motivo per essere gallerista, per questo sostengo con ardore il lavoro di Di Caterino, mi fa sentire un umano vivo, ospitato momentaneamente dal pianete, tu cosa fai se non confinarlo tra le mura di Camo per sostenerlo come fosse il tuo manifesto?

Salvatore Iacono, ischia Street Art Gallery, Luglio 2020

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