Dialogo con Marco Cotroneo

“Mario Pesce a Fore”, il fallimento dell’alter ego connettivo

 

Qualche domanda nata in considerazione del testo che racconta di Mario pesce a fore:

Marco Cotroneo:

Considerando che sin da piccoli ci viene detto di credere in quel che facciamo, viene indotto un certo atteggiamento atto a non demordere, si pretende di ottenere di più anche oltre le nostre stesse possibilità biologiche…come può passare “ipocritamente arrivista” (uso queste due paroline per esprimere tutto il ventaglio dei magliari di cui parli) la persona che con consapevolezza si proclama artista?

Anche se ha studiato, potrebbe non esserlo, anche se crede fermamente e sinceramente nel suo lavoro potrebbe non esserlo.

Mimmo:

Marco hai ragione, ma io scinderei (e di fatto scindo) tra ciò che viene imposto socialmente e culturalmente dall’ideologia dominante, e lo studio che catapulta l’artista dentro il suo linguaggio.

L’ideologia dominante impone l’affermazione sull’altro nel nome del libero mercato, falsando l’idea di talento facendolo passare come assoluto, mi spiego armati del proprio talento si partecipa a X-Factor o Amici, a questo o a quel concorso d’arti figurative o si spera d’essere notati in una mostra collettiva, il talento lo si considera realizzato quando si ha il merito d’affermarsi con il proprio talento sull’altro, ovvio che questo sia un falso storico.

Aggiungo che sia il merito che il talento in senso assoluto sono funzionali all’ideologia imperante del mercato come valore culturale assoluto, per questo ritengo che si possa evadere dal luogo comune solo attraverso lo studio, ed è attraverso lo studio che si  può sostenere non solo il proprio lavoro ma anche quello degli altri, per questo ritengo che il vizio capitale dell’attuale sistema dell’arte contemporanea, sia  (nonostante il Covid 19), essere ancora troppo sbilanciato verso il privato, è il privato che si muove in una rotta d’interessi e traiettorie di mercato, l’artista che si muove in conformità a questo nega il suo ruolo sociale, ossia il criticare dei valori imposti, è la brama d’affermazione a rendere l’artista ignorante.

Marco:

E allora la seconda domanda è, come fare a veicolare il proprio lavoro semplicemente per quello che è, cioè arte intesa come attività professionale e non come qualità a cui appellarsi?

Come fare tutto questo senza essere equivocati?

Allora bisogna aggrapparsi alle figure esterne (critici ecc.ecc) nella speranza che decidano di accreditare l’artista?

Ma allora non è arte quello che l’artista pensa di produrre ma quello che la “comunità” considera tale?

Mimmo:

Partiamo da un fatto: che l’intermediario del lavoro di un artista sia la comunità nutro grossi dubbi.

La comunità dovrebbe essere rappresentata sempre dall’artista, niente meglio di un artista incarna la comunità, neanche un politico democraticamente eletto arriva a sfiorare il ruolo sociale (e intellettuale) dell’artista.

L’artista deve sapere autodeterminarsi e autoaccreditarsi e deve sapere costruire un percorso che lo renda autonomo, questo necessita di studio.

Un artista ignorante, con grande facilità vedrà il suo lavoro strumentalizzato per altri fini, e forza maggiore ogni sua affermazione simbolica vincolerà la sua libertà d’azione e di ricerca a dinamiche non  prettamente riconducibili alla sua prospettiva.

Questo non dovrebbe mai accadere, quando questo accade siamo vicino al concetto di committenza artigianale, spesso all’artista viene chiesto di rifare se stesso, spesso lo stile di un artista è semplicemente causato da una gratificazione esterna (economica o di consenso) piuttosto che da una piena coscienza critica del contesto in cui ci si colloca con la propria produzione, insomma lo stile smette d’essere ricerca linguistica e celebra se stesso riproducendosi invece che caratterizzandosi, per questo penso che il vero professionista vado collocato in un area più vicina all’arteterapia che non al sistema dell’arte, nel senso che ricercare il senso appaga la fama e la brama di sondare dell’intelletto, non è incredibile questo?

Il piacere del fare come strumento di gratificazione del proprio intelletto, sembra essere stato sottratto all’artista nel nome del piacere del consenso del mercato, come è stato possibile tutto questo?

Attraverso il conflitto tra l’economia e la memoria, questo annienta la produzione e determina la depressione, perché produrre se non si ha mercato?

Si arriva a negare come una produzione strutturata e consapevole dinanzi alla storia abbia sempre un valore di mercato, e tutto questo è determinato dallo stesso mercato che non solo gonfia a dismisura del valori, ma nel nome di questo nega l’arte come strumento di ricerca e legittimazione d’istanze culturali.

Ma non solo, incredibilmente poi lo stesso mercato trova conferma dalla moltitudine d’artisti ignoranti che nel nome di una presunta qualità della loro produzione, ne negano le dinamiche senza comprenderle, lo legittimano, quasi come se dicessero: ma se faccio tutte le cose che il mercato mi dice di fare nell’attribuzione di valore perché il mercato non mi riconosce?

Il mercato risponderà loro che sono ignoranti rispetto a ciò che lui impone e avrà sempre tristemente ragione.

Capisci quanto è problematico per un artista armato solo del proprio talento, affrontare tutto questo senza studiare?

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