Diritti e rivoluzione non sono affini

Uno degli errori più frequenti compiuti dagli analisti marxisti e postmarxisti è confondere la volontà di tuteli sindacali da parte dei ceti meno abbienti con la volontà di rivoluzionare i rapporti di produzione.

Un errore che fra l’altro Marx non aveva mai compiuto: diritti sindacali e rivoluzione proletaria non sono intimamente legati, anzi, statisticamente è molto più probabile che aumentando i salari e le tutele lavorative le classi meno abbienti diventino conservatrici rispetto all’ordine esistente.

L’errore è tanto più tragico se al proletario viene sostituito (come elemento di per sé rivoluzionario) il migrante: la sacrosanta richiesta di quest’ultimo di un lavoro ben retribuito e di trattamenti dignitosi della sua persona, si accompagna ad una fede -molto più radicata di quanto sia fra gli autoctoni- nell’ascesa sociale tramite il lavoro e nel consumismo come oggettivo miglioramento delle condizioni di vita.

A questo si aggiunge un ulteriore -e in Italia poco analizzato- fenomeno: in una società multietnica, lì dove un’etnia (o una razza, secondo la terminologia sociologica anglosassone) riesca ad elevarsi socialmente rispetto alle altre etnie immigrate, è probabile sarà vittima del razzismo di quelle danneggiate o rimaste ferme economicamente.

Questa è la grande lezione delle rivolte di Los Angeles del 1992: la rabbia afro colpì in minima misura i bianchi, il 90% degli incendi e dei saccheggi fu ai danni dei coreani, rei di essere diventati piccoli proprietari nonostante fossero gli ultimi arrivati fra gli immigrati.

E fu proprio un embrione di sindacato (elementi politicizzati della gang dei Crips) ad indicare ai rivoltosi afro il ceto piccolo borghese coreano come nemico principale, poiché era l’etnia che aveva tolto agli afro la possibilità di ascendere diventando bottegai.

Federico Leo Renzi

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