“Distopicalittico” nuovo lavoro di Ivo Murgia

 

In questo tuo lavoro il pretesto narrativo sembra essere finalizzato all’analisi sociologica e antropologica di una delle rivoluzioni più profonde mai subite dal genere umano, quella della comunicazione e del mondo digitale, ti chiedo subito: è cambiato il modo di scopare con quella che chiamano “realtà aumentata”?

È cambiato e cambierà, ancora e in peggio.

Quello che io ipotizzo nel mio lavoro è già ampiamente visibile e intuibile ai giorni nostri, i prodomi sono ampiamente presenti. D’altronde non sono né il primo né l’unico a prevedere che faremo una brutta fine, ed è perfettamente normale, come dico spesso, sensibilità simili arrivano a conclusioni simili.

Il fatto che la realtà virtuale si sostituisca man mano alla realtà fisica mi pare inevitabile anche perché nel frattempo stiamo rendendo il mondo un posto talmente invivibile che l’unica soluzione possibile pare quella di rifugiarsi in una realtà virtuale totalmente inventata che ci consenta di sfuggire alla noia e allo sfacelo del mondo contemporaneo e prossimo futuro.

Di conseguenza anche i rapporti umani cambieranno, in peggio pure qui, nel senso che si ridurranno all’osso fino a diminuire sempre più, portando l’essere umano a scegliere con sempre maggiore frequenza la “sicurezza” e la tranquillità di un rapporto virtuale scevro di ogni pericolo e ogni inconveniente piuttosto che misurarsi con le scocciature della vita quotidiana.

Arriveremo a un punto nel quale avremo tutto il sesso, virtuale, che vogliamo a nostra disposizione, succedanei dell’amore, palliativi di ogni sorta per i nostri sentimenti ma saremo completamente depauperati in ciò che riguarda il mondo emozionale, vivremo nella più completa solitudine illudendoci e beandoci della nostra popolarità tutta virtuale.

Un quadretto niente male, non c’è che dire ma per me perfettamente meritato.

Questa è l’unica cosa di originale che aggiungo alla situazione, il mio giudizio personale.

In fondo il futuro che io prospetto si rappresenta come una punizione per quello che stiamo facendo ai giorni nostri, e penso che in fondo questa punizione sia giusta e meritata, perché non facciamo assolutamente niente per meritarci una sorte migliore.

Avremo, in buona sostanza, quello che ci spetta per il nostro mal agire, tutto qui.

E quello che ci spetta, se non si fosse ancora capito, è una pessima e ingloriosa fine.

“In fondo il futuro che io prospetto si rappresenta come una punizione per quello che stiamo facendo ai giorni nostri, e penso che in fondo questa punizione sia giusta e meritata, perché non facciamo assolutamente niente per meritarci una sorte migliore.”

“E ma come sei pessimista!” si dirà, sì io sono pessimista ma nel racconto tutto questo è narrato con un briciolo di ironia, una sorta di monito per cercare di salvare il salvabile e perché qualcuno in ascolto si desti e faccia quel che può.

Il tuo è un romanzo di fantascienza anomalo, si tratta non di fantascienza futuribile come da tradizione di genere, ma di fantascienza presente, quasi come se tra le righe decretassi la fine del genere, sicuro che non ci sia limite a questo peggio?

Dico fantascienza in modo ironico, dato che non sono uno scrittore di fantascienza in senso classico e mi sono avventurato con molta incoscienza in questo tipo di letteratura.

Ho il massimo rispetto per il genere e confesso di non esserne un grande lettore ma, a mia parziale discolpa, posso dire di aver visto molti film su questi temi.

Trovo che sia una prospettiva molto interessante e una maniera di vedere le cose presenti e future ricca di stimoli e visioni, che molto spesso anticipano i tempi.

Finiremo come pensiamo di finire dico nel libro, quindi realizzeremo ciò che anticipiamo con i nostri pensieri.

Il mio editore, Cenacolo di Ares, che non ringrazierò mai abbastanza per la fiducia accordatami e l’assoluta libertà creativa che mi lascia a ogni lavoro che propongo, mi ha fatto notare che il genere sarebbe “distopico” e non di “fantascienza”.

Distopico, come molti sapranno, è il contrario di utopico, quindi una società futura, già intuibile nel presente, dove le conseguenze del nostro agire contemporaneo si ripercuotono nella società prossima ventura in modo di solito nefasto, se non si interviene per tempo.

E qui vengo alla tua domanda, al limite al peggio.

Ti dico la verità, non la vedo bene, per quanto ci siano cose che mi piacciono e ogni tanto mi ridiano un po’ di fiducia nel genere umano, per lo più devo dire, ripetendomi, che il nostro futuro sarà la giusta punizione per quello che stiamo combinando di questi tempi e quindi non sarà molto gaio né felice, se continuiamo così.

Vogliamo continuare così?

Chiediamocelo.

“Il nostro futuro sarà la giusta punizione per quello che stiamo combinando di questi tempi e quindi non sarà molto gaio né felice, se continuiamo così. Vogliamo continuare così? Chiediamocelo.”

Ovviamente il tuo libro va letto, e non lo raccontiamo, ma ti chiedo una distinzione tra umano e umanoide, dal momento che i due aggettivi sono molto presenti nel testo…

Sì, la distinzione si compie in base all’uso della realtà virtuale.

Io ipotizzo che chi rimarrà ingabbiato nella realtà virtuale, trascinato sempre più in un mondo da lui stesso costruito e distante dalla realtà fisica, si trasformerà ben presto in un umanoide.

Umanoide significa che subirà una involuzione fisica, rimpicciolendosi, perdendo denti, unghie, peli e capelli, atrofizzandosi in alcune parti del corpo prossime a cadere e invece sviluppando un encefalo smisurato, dato che è l’unica cosa che impiegherà a dismisura per collegarsi alla rete e alla realtà virtuale.

Nel frattempo come detto, il mondo diventerà un immenso immondezzaio e il genere umano resterà sempre più solo, senza affetti e socialità, privandosi della sua stessa ragione di vita, avviandosi a una morte lenta e inesorabile, perdipiù convinto di scegliere la sicurezza e il controllo della propria emotività.

A questo si aggiunga anche il fatto che nel frattempo i progressi raggiunti dalla scienza suppliranno a queste mancanze applicando parti robotiche, bioniche, siliconiche e quant’altro per sopperire appunto alla prossima decadenza fisica, ma sarà una pia illusione.

Il progresso sarà solo un mezzo per avvicinarsi più velocemente alla fine.

Non può migliorare un qualcosa che ha come sua conclusione la morte, disse un grande poeta riferendosi alla vita.

Al contrario un umano è colui che si ribella e riesce volontariamente a staccarsi da cavi e cavetti, fibre e fibrette, e si libera dalla realtà virtuale, tornando alla vita reale, o a quello che ne rimane, per cercare di porvi rimedio in qualche modo.

Nel racconto sono descritti come “gli ultimi uomini liberi” con un tono ironicamente ampolloso ma in fondo fanno un disperato tentativo di recuperare la vita, le emozioni e la socialità e di questo gliene va dato atto.

Attenzione però, anche questa operazione si rivela non priva di insidie e infatti nel racconto questa opzione è foriera di alcune delusioni che naturalmente non vi svelo ma che porteranno il protagonista, l’umanoide Terenzio, a essere in dubbio su quale parte stare.

Gli ultimi uomini liberi o la nuova umanità variegata che comprende, oltre agli umanoidi, anche una nuova animalità cosciente, dopo essere passata attraverso avatar, cloni, robot e quant’altro.

Naturalmente rimando alla lettura del romanzo per sapere come andrà a finire.

Il libro contiene anche un finale alternativo del mio amico Igor Lampis e una “ghost track” che scoprirà solo chi lo acquisterà.

Per concludere, dato che sono le grandi domande che passano allo storia piuttosto che le grandi risposte, rilancio il monito:

siamo davvero coscienti di quello che stiamo costruendo tutti insieme, collettivamente, nel reale e nel virtuale?

Delle traccie che lasciamo e lasceremo, degli imput che stiamo dando, perché questi prima o poi avranno una risposta e sarà esattamente quella che noi avremo stimolato.

Valutiamoli e pensiamoci bene, coscientemente, fermiamoci un istante e riflettiamoci, perché i risultati li vedranno, ma sarebbe meglio dire ne pagheranno le conseguenze, i nostri figli e i nostri nipoti o chi per loro.

“Siamo davvero coscienti di quello che stiamo costruendo tutti insieme, collettivamente, nel reale e nel virtuale? Delle traccie che lasciamo e lasceremo, degli imput che stiamo dando, perché questi prima o poi avranno una risposta e sarà esattamente quella che noi avremo stimolato.”

Per saperne di più:

http://cenacolodiaresofficial.altervista.org/shop-distopicalittico-di-ivo-murgia.html

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