DONNE E ANTIVACCINISMO

DONNE E ANTIVACCINISMO: APPUNTI SULL’AMPIA PRESENZA FEMMINILE NEI GRUPPI NO VAX/NO GREEN PASS

Una delle prime cose che salta all’occhio se si entra in un qualsiasi gruppo no vax/no green pass è l’ampia (a volte maggioritaria) presenza femminile.
Un dato assai curioso se si tiene conto che solitamente la presenza di donne nei gruppi politici “estremisti” è molto ridotta.
In questo post tenteremo di spiegare il perché di questa peculiarità, e lo faremo ripercorrendo brevemente come le politiche sanitarie di contenimento del Covid abbiano impattato sulle donne in questi 18 mesi.
Fin dal primo lockdown fu evidente che le donne avrebbero pagato il prezzo più alto della crisi pandemica.
Costrette a casa come il resto della popolazione maschile, dovettero caricarsi della cura della prole (messa in DaD), dei disabili, degli anziani non autosufficienti, della cura psicologica di partner conviventi o non conviventi ammalati o disoccupati.
Alle donne fu scaricata, senza alcun dibattito pubblico né alcuna opposizione degna di nota, la tradizionale funzione di cura dei minori, dei fragili e degli anziani nonché il dovere di continuare a lavorare come prima della pandemia, perché il loro ruolo -ormai centrale- nel sistema produttivo non poteva essere sospeso se non arrecando gravi danni all’economia italiana già prostrata da chiusure e netta riduzione dell’export.
Durante il lockdown furono in poche parole le donne ad essere caricate del peso di mantenere un minimo di coesione e di unità sociale, mentre lo stato chiudeva o limitava servizi, imponeva rigide regole per poter uscire dalle mura domestiche, si concentrava su una propaganda martellante che invitava le persone a stare chiuse nel proprio focolare in attesa dell’arrivo dei vaccini.
Le donne furono anche le più colpite dalla disoccupazione e dalla sotto-occupazione sorte con le chiusure dovute al lockdown: bar, ristoranti, alberghi, centri estetici, palestre ecc occupavano infatti una forza lavoro in larga parte femminile.
Questa sovraccarico gettato sulle spalle delle donne andò di pari passo con il silenziamento dello loro voci di protesta: nessuna delle loro richieste venne accolta durante il lockdown, persino i loro problemi (disoccupazione, stress psicologico, chiusura di servizi essenziali, impossibilità di vedere partner e familiari non conviventi ecc) furono trattati come capricci meritevoli solo di disprezzo.
Arrivati i vaccini lo stesso stato che si era disinteressato alla condizione femminile durante la pandemia, iniziò una campagna martellante dai toni oscillanti fra il terroristico e l’autoritario per “convincere” la popolazione a vaccinarsi.
La campagna culminò 3 mesi fa con l’istituzione del green pass, divenuto in brevissimo tempo da spinta “gentile” per convincere gli indecisi al vaccino a lasciapassare necessario per non morire economicamente e socialmente.
Solamente tenendo conto di questa cornice, è possibile comprendere l’ampia presenza femminile nei gruppi no vax/no green pass: di fronte allo stato che prima ha scaricato sulle spalle delle donne i problemi della pandemia ignorando le loro richieste, e poi ha usato la propria forza mediatica e coercitiva per costringerle a vaccinarsi, una piccola porzione di donne ha scelto la via della dissidenza e del rifiuto, e lo ha fatto aderendo al movimento più demonizzato dall’attuale sistema.
Se si prova ad analizzare senza pregiudizi gli argomenti utilizzati dalle no vax/no green pass nei commenti agli articoli di giornale, nei post, nella chat dei gruppi Whatsapp/Telegram/Signal si notano alcune costanti da sottolineare: la preponderanza dell’argomento il corpo è mio e decido io e non lo stato se vaccinarmi o no (un evidente eco dello slogan femminista “il corpo è mio e me lo gestico io”), il risentimento per essere state abbandonate dallo stato durante la crisi ed ora essere trattate come criminali dallo stato stesso (“mi hanno chiuso l’attività dandomi ristori ridicoli e adesso tornano per impormi il green pass”), l’idea di essere scavalcate dallo stato nella decisione su cosa è meglio per la salute fisica/psichica dei propri figli (“Non vaccinerete mai i miei bambini, non ci sono evidenze scientifiche sulla necessità di vaccinare i minorenni, ecc”).
Di fronte a questa opposizione alla campagna vaccinale facoltativa in teoria e obbligatoria de facto, lo stato e i media hanno risposto in maniera coerente con quanto già sperimentato durante il lockdown: ignorando critiche, dubbi e richieste delle no vax/no green pass, mobilitando in massa giornalisti e virologi (in larga parte maschi, en passant) che con toni fra lo sprezzante e l’autoritario hanno ricordato che chiunque non si vaccini fa perdurare la pandemia, blocca la ripresa economica ed è psicologicamente disturbato, lo stato e i media hanno mobilitato tutto l’armamentario retorico/repressivo caro alla tradizione patriarcale quando deve riportare all’ordine le donne non allineate: la coercizione, il ricorso a categorie medico/psichiatriche per deligittimare ogni richiesta e protesta, il ricordare alle donne che non hanno alcun potere decisionale né su il loro corpo né sulla loro prole, che appartiene allo stato/comunità e non a loro.
Tenendo conto di questa cornice non stupisce quindi la convinzione, l’animosità e il numero delle donne nei gruppi contrati al vaccino e al pass: per una piccola quota del mondo femminile, l’opporsi a questi obblighi dello stato significa protestare contro una vessazione sistemica durata 18 mesi e che non accenna a finire, vessazione che non ha trovato alcun partito, organo mass mediale, sindacato capace ed interessato a dargli uno sbocco politico concreto, e che quindi si è condensata attorno all’unico movimento d’opposizione rimasto.
Federico Leo Renzi
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