E C L A S S E

E C L A S S E

ovvero

Ecl (issi della cl) asse

Negli ultimi tempi, ogni giorno di più, mi sono ritrovato ad affrontare il mio lavoro di insegnante come un muratore costretto a demolire oggi quanto ha edificato ieri, per  rimettere mano alle fondamenta che in corso d’opera si dimostrano immancabilmente inadeguate a reggere l’edificio in via di costruzione.

Fino a un recente passato, l’ambiente umano entro il quale si perseguivano le finalità costituzionali dell’istruzione pubblica era la classe: quel soggetto collettivo in cui i singoli, in qualità di componenti del gruppo, partecipavano democraticamente al dialogo educativo col corpo docente. Era una palestra in cui ognuno affilava Ie proprie armi attraverso l’interazione con gli altri coetanei.

Ebbene, una volta per tutte, dobbiamo essere consapevoli che tutto ciò appartiene a una stagione storica oramai trascorsa da decenni!

È sufficiente dare uno sguardo alle proiezioni demografiche degli ultimi cinquant’anni, per notare chiaramente che i Decreti Delegati sono stati introdotti quando la popolazione scolastica costituiva da sola più della metà di quella nazionale. Gli scolari e gli studenti provenivano mediamente da famiglie con 3/4 figli. La capacità d’interazione con gli altri cominciava a formarsi già dalla nascita nel micro-cosmo di provenienza. I ragazzi a scuola ritrovavano relazioni analoghe a quelle familiari appena più allargate. Al di là della demagogica retorica della famiglia, la tradizione considerava fondamentali i figli per il ruolo ideale che essi ricoprivano in quel sistema di valori; di fatto  la società adulta riservava ai giovani un’attenzione inversamente proporzionale al loro numero.

Quella situazione, come tutti sappiamo, è radicalmente mutata. Oggi la popolazione in età scolare rappresenta un’esigua minoranza rispetto alle fasce d’età matura e senile; devianze a parte, ogni singolo bambino, ragazzo, giovane vale un tesoro, per i genitori che l’allevano e per la scuola che l’adotta. La classe che in passato costituiva il terreno entro il quale si incontravano e si scontravano dinamiche e schieramenti per lo più d’ordine collettivo, si è andata via via trasformando in una pura e semplice somma di individui. Attualmente nella nostra scuola di ogni ordine e grado si realizza quotidianamente ciò che Jean Piaget più di mezzo secolo fa osservava fra i bambini delle scuole per l’infanzia: il monologo collettivo, in cui parlano tutti assieme, ma ciascuno a titolo individuale, presumendo di instaurare con l’insegnante un esclusivo rapporto personale.

L’evidenza di tali considerazioni  è confermata dalla sfilza di acronimi (DA, DSA, BES, ecc.) con cui la società fa carico alla pubblica istruzione della sempre più ampia varietà di  casi singolari, che per partenogenesi continuano a moltiplicarsi senza fine!

Su tutto ciò non intendo elargire sentenze, vorrei soltanto rilevare che la didattica per Ie suddette ragioni non può più rivolgersi indistintamente alla classe, sperando che la sua azione giunga naturalmente alle personali esigenze formative di ogni singolo studente. L’atteggiamento che i discenti oggi assumono nei confronti dell’istituzione educativa è lo stesso che rivolgono ai reparti della grande distribuzione dei beni di consumo: ognuno a titolo privato sceglie fra Ie varie offerte, senza condividere i propri bisogni culturali col resto della classe. Ciò probabilmente perché Ie occasioni di condivisione si sono ormai trasferite dal contesto reale dei rapporti personali a quello delle piattaforme virtuali.

In altri sistemi educativi europei, che subiscono come il nostro Ie conseguenze delle grandi trasformazioni demografiche in corso, viene già concretamente applicata la didattica aperta agli interessi dei singoli allievi, che si dedicano alle varie attività individualmente o per piccoli gruppi, salvo restando per ognuno il dovere di un certo numero di presenze per tutte le discipline. È ciò che avviene in modo limitato anche nel nostro istituto, nel corso Musicale e talvolta nell’Artistico, ma solo per Ie materie di indirizzo, in cui il rapporto docente-discente si realizza spesso attraverso una didattica individualizzata.

Comprendo e apprezzo quindi i ripetuti appelli della nostra preside al Collegio per una didattica sempre più “flessibile” – per classi aperte o per fasce di livello – capace di andare incontro alle richieste educative della società attuale. Le intenzioni sono certamente buone, resta tuttavia il “nodo gordiano” delle discipline dell’area comune: Italiano, appunto, Lingua straniera, Storia, Storia dell’Arte, Filosofia, Scienze, Matematica, Fisica, Scienze Motorie. Ancora oggi, volenti o nolenti, sono queste Ie materie che costituiscono l’asse portante del nostro sistema scolastico, e per allargare la flessibilità alla totalità del monte ore di quest’area si dovrebbero almeno raddoppiare Ie attuali risorse disponibili. Potrei aver capito male, ma da qualche decennio a questa parte mi pare di aver sentito parlare solo ed esclusivamente di “tagli alla spesa”; ancora una volta si vorrebbero allestire Ie “nozze con i fichi secchi”, o per usare una locuzione più attuale “organizzare i soccorsi, ributtando a mare i naufraghi”.  È così che l’indifferenza dell’opinione pubblica, e di chi l’alimenta, a tali urgenti necessità della scuola risponde sbrigativamente: «Beh ragazzi piantatela, adesso si torna tutti in classe!» Ma di quale classe parliamo? Come se in questi ultimi cinquant’anni in Italia e nel mondo niente fosse cambiato.

Cari colleghi, credetemi, chi vi parla ha sempre svolto con passione il proprio lavoro, ma non sono più disposto a rappresentare una commedia ormai uscita di scena da anni e che il menefreghismo dilagante continua per pigrizia e per inerzia a replicare. La classe è ormai soltanto un lontano ricordo, a cui si guarda forse con rimpianto, ma è necessario trovare il coraggio di rivendicare tutte le risorse necessarie per una didattica totalmente diversa, che ponga al centro dell’istituzione formativa Ie particolarissime esigenze educative di ogni singolo ragazzo e adolescente del mondo attuale. Questo mio appello lo rivolgo a chi per anzianità di servizio condivide con me le spiacevoli conseguenze dell’anacronistica didattica con classi eclissatesi da tempo; ma è indirizzato soprattutto ai colleghi più giovani, che hanno ancora da lavorare a lungo in una scuola con questi e tanti altri problemi irrisolti. Non continuate a perpetrare voi stessi la logica dei “primi della classe”, secondo cui vi sono docenti validi e preparati ed altri ai quali far carico del mal funzionamento della pubblica istruzione. Con questo “uovo di Colombo” si offre su un piatto d’argento l’argomento principe a chi non ha alcun interesse che Ie cose cambino e attribuisce ai singoli Ie responsabilità che invece dovrebbero assumersi coloro che hanno l’effettivo controllo dei mezzi e delle pubbliche risorse per affrontare una riforma davvero strutturale; certo esistono diversi gradi di merito professionale, ma dovunque e in qualsiasi ambito di lavoro,  vi saranno sempre i missionari e i lavativi. State pur certi, tuttavia, che se cercate esclusivamente su questa strada uno straccio di gratificazione professionale – fidatevi chi ve lo dice talvolta c’è cascato – saranno ben poche Ie soddisfazioni!

Per trovare puntuali conferme e rafforzare Ie motivazioni necessarie al nostro lavoro che, in sé e per sé, ricordatevelo, è uno dei mestieri più belli al mondo,  dovrete rivendicare migliori condizioni operative, maggiori ed effettive opportunità di intervento, adeguandole alle necessità dei tempi. E tutto ciò non riuscirete a farlo senza la costituzione una volta per tutte di un saldo senso di appartenenza alla nostra categoria: il tanto bistrattato corpo docente. Smettiamola di darci addosso noi stessi, se la classe è una categoria “rottamata” dall’età post-moderna, i vincoli di solidarietà su cui si fondava ci mancano, eccome!  Se la classe non la troviamo più nelle aule, ricerchiamola anzitutto fra noi insegnanti, sforzandoci di tradurre rivalità  e conflittualità in altrettante occasioni confronto. Insomma è il solito predicozzo che tante volte abbiamo fatto ai nostri ragazzi… dovremmo semplicemente rivolgerlo a noi stessi!

26 Giugno 2019                                                                      Lanfranco Vado

 

 

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