“È stata la mano di Dio”, porno empatico

“È stata la mano di Dio”, Paolo Sorrentino inaugura un nuovo genere:

 il porno empatico.

Difficile non farsi coinvolgere emotivamente e sentimentalmente da un film stupendo, delicato, amaro e aspro come “È stata la mano di Dio”, battuta salvifica pronunciata da un attore di classe superiore qual è Renato Carpentieri, nella scena del cimitero tra Zio Alfredo e Fabietto, (Filippo Scotti), protagonista del film e alter ego del regista a 16 anni, giacché il film possiede un impianto dichiaratamente autobiografico. 

Come superiore è il livello dell’ultimo capolavoro di Paolo Sorrentino.

Un film che già dalle prime inquadrature dall’elicottero fa presagire un futuro bellissimo riservato a pochi film nella storia del cinema. 

Questa pellicola, ambientata a Napoli nei primi anni Ottanta, fatica a raccogliere recensioni negative (eppure ne circolano), ma il più delle volte sono critiche che si muovono su sentieri sdrucciolevoli, dove la questione si sposta prevalentemente su ragioni dettate da idiosincrasia epidermica verso l’autore e le sue scelte, e in alcuni sfortunati casi scorrono su binari prettamente di gusto estetico, se non più beceramente politici ed economici.

Succede, capita, accade. 

Gli americani de The New York Time lo hanno definito “Aestheticizer”, l’estetizzatore. 

Mi pare che possa bastare.

Tecnicamente è un film prodigioso, la fotografia affidata a Daria D’Antonio è spietata ma straordinaria, sia nella bellezza delle inquadrature, nella colorazione, che nella brutalità neorealistica di volti, luoghi, panorami e dimore che incontriamo in ogni singolo fotogramma.

La musica affidata a Lele Marchitelli è raffinata ma centellinata, per lasciare spazio alle atmosfere del suono di Emanuele Cecere, Silvia Morales e Mirko Ferri che suonano meglio di qualunque nota. 

Paolo Sorrentino è un italiano che non solo “sa girare”, cosa rara, ma possiede una potenzialità narrativa unica, e il montaggio di Cristiano Travaioli veicola un film che supera ogni volta le aspettative di chi ama il cinema, e di chi attende impaziente l’uscita di un film del regista pluripremiato. 

Sorrentino è un autore rigoroso, chirurgico, poetico.

Tra parti di vita vera e altre inventate (come la scena del primo amplesso tra il protagonista e l’anziana baronessa) ricama ogni singola battuta della sceneggiatura, trasmutandola in un topic da ritrovare nei siti “frasi celebri dei film” e imparare a memoria, per fare bella figura in qualsiasi occasione.  

I protagonisti, in primis il parentado di Fabietto Schisa, durante lo scorrere del film si rimbalzano l’un l’altro il primato di “preferito” dello spettatore appassionato, che scena dopo scena, ritrova nel racconto se stesso, la propria famiglia, l’adolescenza, la vecchiaia, la bellezza, la follia, la rassegnazione, l’ilarità, la rabbia, la galera, la gelosia, la paura dello sconosciuto, la scoperta e l’iniziazione alla sessualità, la disgrazia, l’elaborazione del lutto, la rinascita.

Non manca la religione in questo film. 

Dio c’è. 

Il messia evocato e sospirato si manifesta fortuitamente e viene accolto in un freeze di statuine di un presepe improvvisato, con sottofondo cori e tamburi della curva; un momento di cinema altissimo, sublime.  

Saverio (Toni Servillo) a notte fonda, in piena crisi matrimoniale con l’adorabile e burlona moglie Maria (Teresa Saponangelo) interrompe il dramma e accende i cuori di Fabietto e di suo fratello Marchino (Marlon Joubert) e come l’arcangelo Gabriele, annuncia:

“Ferlaino ha appena firmato 13 miliardi di fideiussioni, Il Napoli ha comprato Maradona”.

Peccato non aver girato il momento in cui zio Alfredo fosse venuto a conoscenza della notizia.

Peccato davvero.

Compiuto il miracolo, il film impenna, perché a Napoli Dio è Maradona, anche se non arriva da Gerusalemme ma dall’Argentina.

Poco importa ai devoti se poi è risultato un violento, uno stronzo con le donne, un dipendente da sostanze, uno allergico alle regole.

Ha riscattato un’intera città, avverando un sogno. Ha distribuito in maniera disordinata successi, gol, orgoglio, figli, scandali, eccessi.

Esattamente con un Dio dell’antica Grecia. Sorrentino lo racconta così, e zio Alfredo suo devoto apostolo ci ha turbato e strappato una risata al contempo, quando durante il pranzo ad Agerola, quello organizzato per l’ingresso in famiglia del fidanzato di zia Luisella (Viviana Cangiano), confessa e ribadisce “Fabiè, se Maradona non viene a Napoli, io mi uccido!”. Poco importa se sia vero o no, è questo il registro del film, un alternarsi di situazioni che sembrano esagerate, definitive, ma che si smontano in un attimo sgretolate da situazioni grottesche e smorzate da risate improvvise e sommesse, come quando i fratelli con i loro amici incrociano un bambino buffo fuori dall’obitorio.

Queste risate bene ci fanno comprendere che “l’umanità è orrenda, te l’hanno detto?” afferma la baronessa nelle prime scene, sì senza dubbio, siamo tutti d’accordo, ma a Napoli si può ridere anche in questi drammatici momenti. 

Al pranzo di Agerola, le risate la fanno da protagonista, e attraversano i cliché degli sfottò, della cattiveria, del sarcasmo, dell’ironia tipici dei pranzi di famiglie numerose come quelle del sud, il tutto diventa esilarante all’arrivo di Aldo Cavallo, (Alessandro Bressanello) carabiniere veneto in pensione, dotato di macchinetta amplificatore per un problema alle corde vocali.

Non manca la leggerezza in questo film, che ci fa ridere e piangere, ridere e piangere, e ricordare.

Quanta roba mi fa ricordare Paoletto delle meraviglie: Il walkman, le audio cassette, i telefoni grigi, il vino con le percoche, i motorini senza casco, le attese infinite, i film in VHS, i “cosa ci guardiamo stasera?”, il sesso, il mare della penisola sorrentina, Napoli…

Non c’è manco una pizza in questo film, né una sfogliatella, un caffè o un limoncello, ma solo un piatto di canederli.

Non ci sono location inflazionate e tutti i napoletani lo ringrazieranno per queste scelte, quasi a volerli liberare da patetiche convenzioni macchiettistiche.

“È stata la mano di Dio” ci racconta di quanto alcune ferite, possano non cicatrizzare bene, restare lì sepolte sotto strati di pelle che si screpola ad ogni imprevisto.

È un film sull’amore, disperato, tradito, sussurrato, e teneramente fischiato, da due genitori complici che sono l’orgoglio della famiglia, fino a quando non emerge il tradimento ad opera del padre, che possiede un’amante e un figlio. 

Il rapporto di Fabietto con sua madre è simbiotico e viscerale, e il pianto rabbioso e disperato di Marì, lo fa precipitare nel baratro scatenandogli una crisi nervosa. 

Da quel momento in poi si scorge con maggiore attenzione la fragilità di Fabietto, che restato orfano in seguito alla morte dei genitori per un incidente domestico causato da avvelenamento da monossido di carbonio, sfugge alla delinquenza per puro caso: il destino ha voluto che Armando (Biagio Manna), trafficante di sigarette dedito alla piccola delinquenza, non rispondesse alla telefonata di Fabietto, che avrebbe dato esito ad un appuntamento fra i due, iniziandolo probabilmente ad una frequentazione con cattive compagnie, tanto che il suo amico contrabbandiere difatti finirà carcerato.

Sorrentino sottolinea con maestria unica in questo lieve passaggio, quanto il fato possa amorevolmente deviare il cammino di un adolescente, e i cellulari, al contrario dei telefoni analogici, non diano scampo e non siano affatto ottimi alleati. 

Questo film omaggia il maestro Fellini, spesso citato da Sorrentino, la sua eco eterna, il suo “Amarcord”, mettendo sotto la lente l’ossessione del sommo per il corpo femminile, per le donne.

Come è tuttora per molti altri registi spostati, affascinati dal mondo del cinema, ma forse più per il potere che assume il loro ruolo nell’esercito di sventurate attrici da mercato degli schiavi, quelle donne deboli dal facile “Prendi me! Prendi me!”, che per vera e propria attitudine artistica.

Gli schermi pullulano ancora di gentaglia maschilista che non ha difficoltà nel reperire denaro e infangare questo settore.

In ordine sparso, gli altri interpreti mostrano una fotografia divertente della storia:

La baronessa Focale (Betty Pedrazzi) classista e burbera, che abita al piano di sopra, rappresenta in toto la nobiltà napoletana decaduta quando stucca i vicini del Trentino Alto Adige con un “Si atteggiano tutti perché si credono austro-ungarici, sti battilocchi!” e alla replica di Marì: “Ma come si permettono? Noi siamo del regno di Napoli!” mostra con sarcasmo, un mal celato senso di superiorità tutto napoletano.

E’ anche un film sulla menzogna, sulle contraddizioni, di comunisti che pretendono onestà dagli altri costringendoli a costituirsi, semmai sbagliassero, quando paradossalmente, sono loro per primi, a mentire. Come papà Saverio, che dal canto suo persevera in doppie vite, con amanti che generano figli illegittimi, ah, quanti ne conosciamo.

L’ambiguità e la doppiezza di papà Saverio però giustificano la presenza di un carattere forte e insormontabile come quello del gigantesco Toni Servillo, che non risulterebbe altrimenti credibile come uomo italiano fedele e devoto ad una sola donna. 

Luisa Ranieri, (zia Patrizia) magistrale e bellissima interprete, ci regala una vita spezzata dalla follia di non poter procreare, tanto da trasformare e giustificare la sua ennesima prostituzione con due uomini, in un fantastico incontro mistico con San Gennaro (Enzo Decaro) e O’ Munaciello, figura mitologica di Napoli antica, offrendoci nei primi minuti l’inganno di assistere ad un film esclusivamente onirico.

Patrizia sogno erotico e musa ispiratrice di Fabietto, artefice del passaggio mentale dall’adolescenza alla giovinezza di un ragazzo che guarda il mondo con lo sguardo languido di chi si interroga su di esso, e delle sorprese amare che gli può portare. Fabio che trova sicurezza nelle sue citazioni classiche, che sono l’orgoglio di papà, che non muore nell’incidente domestico coi suoi perché preferisce andare allo stadio, rispondendo sorridente alla madre che lo reclama “Maradona mi aspetta!”.

Come Fabio ci sentiamo tutti noi, ansiosi, spaesati, pieni di interrogativi e con un terreno sotto ai piedi, che quel mondo maledetto di cui lui non sa ancora nulla, è pronto a fargli mancare da un momento all’altro.

La vita del ragazzo muterà di colpo, destinandolo definitivamente alla settima arte, in seguito all’incontro a teatro col regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che provocandolo con la domanda: “ ‘A tiene ‘na cosa ‘a dicere o no?” accompagnata da “Fabio, non ti disunire” come preghiera a corredo del battesimo di un cineasta, celebrato nell’evocativa acquasantiera del golfo più bello del mondo:

la Piscina Mirabilis a Bacoli.

Il mistero di Daniela (Rossella Di Lucca) figlia maggiore degli Schisa, che durante tutto il racconto rimane chiusa nell’unico bagno dell’appartamento di famiglia, è una scelta registica che mi fa pensare solo all’affettuosa volontà dell’autore di risparmiare lei da una narrazione a tratti spietata, e risparmiarsi lui, le prediche e le critiche di una sorella all’uscita di un film. 

Notevoli sono i cameo di Lino Musella (Mariettiello), il vicino di casa ritardato, Dora Romano (la signora Gentile, madre di Geppino) maleducata e incattivita signora in pelliccia in pieno agosto,

Monica Nappo (zia Silvana) attrice pregiata che abbiamo avuto l’onore di ospitare a Cagliari per ben tre edizioni del Lucido Festival, e nell’ultima scorsa, splendida interprete e autrice de “L’esperimento” monologo incantevole agro-dolce sulla scelta di una psicologa di non avere figli e la conseguente fine del matrimonio.

Paolo Sorrentino mostra i suoi sentimenti in maniera diretta con una cifra dirompente e pornografica, e se qualcuno avesse trovato stridente la scelta di affidare a Pino Daniele con “Napul’è” lo struggente compito di accompagnare il finale del film, io mi consolo pensando che non avrebbe potuto fare altrimenti.

Dove c’è Napoli, ci sarà Pino Daniele, nei secoli dei secoli.

Tiziana Troja, Compagnia Lucido Sottile