EMBLEMATA di Tiziana Contu alla Pop Up Gallery

L’arte ai tempi del meme

L’idea degli Emblemata è venuta a Tiziana Contu dopo aver visitato l’ultima retrospettiva sull’artista olandese Maurits Cornelius Escher, che ha girato per l’Italia dal 2016 fino ad oggi, tra Milano, Napoli e Catania.

I XXIV Emblemata di Escher, il cui titolo completo è “XXIV Emblemata, che sono frasi illustrate sillabando versi, di A. E. Drijfhout”, costituiscono una raccolta di xilografie pubblicate nel 1932, che rappresentano graficamente delle frasi ideate da A. E. Drijfhout, pseudonimo di G. J. Hoogewerff, amico dell’incisore.

Le radici culturali dell’emblematica risalgono al tardo Rinascimento, quando si affermò come genere librario e letterario che ebbe una notevole fortuna in epoca rinascimentale, dopo che, nel 1531, l’umanista Andrea Alciato (1492 – 1550) pubblicò ad Augusta un’opera intitolata appunto Emblemata, che aveva l’intento di trasmettere prescrizioni a sfondo etico e morale attraverso illustrazioni allegoriche e simboliche. Di fatto l’idea non era nuova, durante il Medioevo questa prassi era assai diffusa nell’arte, ma fu il medium, l’invenzione della stampa, a fare la fortuna di questo genere, grazie alla sua diffusione su una più ampia scala. Da quel momento il successo dell’emblematica non è mai tramontato, fino ad arrivare alla sua forma più popolare sul web, il meme, quell’immagine che imperversa sulle nostre chat con i volti dei politici e delle celebrità, accompagnati da scritte che nella maggior parte dei casi avrebbero ambizioni umoristiche.

In questa nuova mostra, Tiziana Contu ci presenta una rilettura personale dell’emblematica, a metà tra l’irriverenza del ready made rettificato dei Dada e i Truisms (1977-1979) di Jenny Holzer, l’artista americana Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1990. Con i suoi quasi trecento aforismi e slogans, Holzer prova a capovolgere il senso di clichés linguistici e proverbi, con l’obiettivo di scardinare i luoghi comuni del pensiero. Se la Holzer rinuncia all’accompagnamento delle immagini, lasciando a tutto campo la potenza espressiva della parola e del suo significato, sottolineato da differenti cromie, ancora più vicina al modus operandi di Tiziana è Barbara Kruger (1945), in cui i collage di immagini e parole hanno l’obiettivo di scuotere gli spettatori con tematiche riguardanti il potere, l’identità di genere, la sessualità, ma, ancora più forte è la sorellanza con certi lavori di Ketty La Rocca (1938 – 1976). È forse questa artista italiana, prematuramente scomparsa a 37 anni, con la quale Tiziana Contu sembra avere maggiore affinità, nel metodo, nell’eleganza grafica e nella scelta dei contenuti, con lo stesso valore aggiunto: negli Emblemata di Tiziana (e cifra delle sue opere) aleggia un’ironia apparentemente

leggera, in realtà molto profonda e tagliente, che, come la punta di un fioretto, gioca a stuzzicare il pubblico, senza mai infilzarlo, invitandolo piuttosto a una
con-passione dello sguardo che non è irrisione, ma un incoraggiamento a non prendersi mai troppo sul serio.

Ecco che gli Emblemata di Tiziana Contu diventano un invito a specchiarsi in queste figure ritagliate, a rivedere noi in loro, a non caricarci di pesi che non riusciamo a portare con disinvoltura, a liberarci dalla goffaggine in cambio di ali: a noi la scelta dell’Emblemata che ci suggerisce la frase più pungente, quella che ci parla del nostro lato più oscuro.

A differenza delle colleghe americane, autrici degli slogans delle loro opere, Tiziana prende in prestito le frasi dei suoi Emblemata da giganti della cultura umanistica e scientifica (Anton Cechov, Francis Scott Fitzgerald, Giovanni Pascoli, Pablo Picasso, Le Corbusier) creando un felice connubio tra i maestri dell’arte, della letteratura, della scienza e della filosofia e noi, che siamo nani sulle loro spalle, come scriveva Bernardo di Chartres.

Lo schema delle composizioni è seriale in tutte le piccole tele, con delle lievi variazioni di impaginazione: un campo nero con delle scritte ritagliate dai giornali, che richiamano la grafica punk dei Sex Pistols, che a loro volta citavano i messaggi anonimi dei delinquenti, una o più figure decontestualizzate dallo sfondo, strappate, rapite dal dipinto di appartenenza. Tiziana compie una serie di fratture, dietro l’aspetto innocuo delle piccole tele. l’effetto tra la scritta, il fondo nero e i personaggi ritagliati sembra il messaggio di un bandito. E forse Tiziana ci rapisce davvero per portarci oltre lo specchio, come l’Alice di Lewis Carroll, uno specchio nero, opposto a quelli di Michelangelo Pistoletto (di cui però si avverte qualche risonanza), nero come le incognite e le ombre in cui l’ironia si dissolve per condurci verso un altrove che ci riguarda nel profondo, un po’ più amaro e ancora sconosciuto.

Concettina Ghisu

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail