Eros è comunione

Eros è comunione

Mi permetto di raccontarvi e riflettere su una mia esperienza privata, perché ritengo l’argomento eros nel dibattito pubblico sia ormai schiacciato sul binomio eros-violenza, mentre io vorrei tornare a parlare dell’altro volto di eros, cioè della forza che crea e mantiene il legame sociale.

Tutto comincia in maniera molto banale: dopo un mio post molto condiviso su fb, aggiungo L fra i miei contatti.

Due messaggi di cortesia canonici di saluto e null’altro.

Passano i giorni e nella home vedo scorrere le sue foto e i suoi post, esteticamente mi piace molto, e mi piace ancora di più come scrive e risponde ai commenti, sempre in maniera gentile e decisa, cercando di far risaltare cosa ritiene bene per sé e per gli altri.

Passa circa un mese, e mi accorgo che nei momenti di solitudine a volte penso a lei, al fatto che mi piacerebbe averla vicina.

Penso di scriverle, ma evito: potrebbe percepire questo mio sentire come invadente, magari sta su facebook per promuovere il suo lavoro e non le interessa alcun dialogo privato.

Passa un altro mese, in un pomeriggio in cui sto lavorando ad un articolo, mi accorgo di non riuscire a concludere il lavoro perché vorrei uscire con lei -cosa impossibile, sta dall’altro capo d’Italia-, per quanto ci ragioni il desiderio non vuole andarsene, perché a volte non siamo noi a desiderare, ma è il desiderio ad impossessarsi di noi per poter vivere.

Infine, molto imbarazzato, le mando un messaggio privato.

Parto scusandomi per il mio essere inopportuno, e poi le scrivo che la trovo molto affascinante sia per il suo aspetto sia per la sua scrittura, e che vedo in lei un femminile ideale, un femminile che vorrei accanto perché potrebbe completarmi.

Dopo poco mi pento di quello che le ho inviato: senza chiedere il permesso ho rotto la barriera della reciproca indifferenza, ho detto -senza che mi sia stato chiesto- ad una donna che non mi conosce della mia solitudine, ho espresso -per quanto con una forma morbida ed educata- un forte desiderio di avere la sua vicinanza.

Dopo un’ora mi arriva la risposta di L: mi ringrazia per il messaggio, e mi dice che l’ha colpita.

Le chiedo se in futuro posso scriverle ancora, se non le crea imbarazzo questo mio desiderio.

Lei mi risponde che posso, mi sono espresso in maniera educata e rispettosa, che il mio desiderio è legittimo.

Felice, la saluto e torno al mio articolo.

Poi inizio a riflettere.

Questo semplice scambio di messaggi incrina alcune idee date per scontate.

Ad esempio tutta la retorica del bastare a se stessi, del desiderare prima di tutto se stessi: io non desidero me stesso, perché sono già me stesso, io desidero l’altro perché non sono l’altro, e desidero una donna perché non sono una donna, perché voglio accanto a me una persona che senta, ragioni e si comporti come io non potrò mai sentire, ragionare e comportarmi.

Desidero l’inatteso, e lo desidero da quel corpo e dal quel carattere, perché da quel corpo e da quel carattere -credo- l’inatteso non possa che essere buono, non possa che trasformarmi in qualcuno di migliore, ma un migliore che non posso immaginare, perché non è sotto il mio controllo.

L questo l’ha capito, e mi ha detto che è un desiderio legittimo.

Un’altra incrinatura sta nell’indifferenza come barriera invalicabile che ci difenda dall’altro, cioè dallo sconosciuto su cui non abbiamo controllo: questa idea, quasi ritenuta una legge di natura, è una violenza silenziosa fatta non solo a noi stessi, ma anche all’altro, per cui il nostro desiderio può essere un appello a superarsi, a migliorarsi, ad andare oltre ai limiti imposti dalla sua solitudine.

Questo richiamo a cercare il bene insieme all’altro non è solo un’idea edificante, ma è una tensione radicata nell’umano, che il postmoderno soffoca perché ritiene ogni uscire da sé un tradimento, ogni ricerca di un bene condiviso una violenza verso l’altro e la sua unicità.

Come se fossimo astri condannati in eterno a guardarci senza toccarci, ognuno murato nella sua orbita solitaria sopra l’abisso.

Federico Leo Renzi

 

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