Federico Bellini: Zdzisław Beksiński, visitò l’Inferno

L’Arte è un crocevia di fantasie che spesso si mescolano a tal punto con la realtà, da risultare inestinguibili.
È il caso del polacco Zdzisław Beksiński (Sanok, 24 febbraio 1929 – Varsavia, 22 febbraio 2005) pittore e grafico tra i più straordinari degli ultimi decenni, autore di uno stile particolare che ha saputo unire dimensioni oniriche e terribili con il quotidiano.
Come vuole la leggenda, o meglio era così che l’artista aveva un po’ ammantato la sua esperienza, l‘ispirazione per i suoi quadri arrivò in seguito ad un grave incidente automobilistico.
Ma di episodi così singolari o nefasti fu ammantata l’intera sua esistenza, quindi facciamo un passo indietro e andrò a raccontarvi la sua storia in ordine cronologico.
“Come vuole la leggenda, o meglio era così che l’artista aveva un po’ ammantato la sua esperienza, l’ispirazione per i suoi quadri arrivò in seguito ad un grave incidente automobilistico. Ma di episodi così singolari o nefasti fu ammantata l’intera sua esistenza, quindi facciamo un passo indietro e andrò a raccontarvi la sua storia in ordine cronologico. “
Beksiński nacque a Sanok, piccolo centro nel sudest della Polonia, nei pressi della catena dei Carpazi, essendo nato in una famiglia di imprenditori studiò Economia e in seguito si diplomò in una sorta di liceo clandestino, durante l’occupazione nazista.
Dopo la fine della guerra e la liberazione della Polonia, si iscrisse nel 1947, sempre dietro le direttive del padre, alla facoltà di Architettura di Cracovia. Nel 1951 sposò Zofia Stankiewicz e nello stesso anno si laureò e divenne supervisore nei cantieri edili di famiglia a Sanok, lavoro verso il quale non provò una vera e propria passione, tutt’altro.
Nel 1958 nacque il suo unico figlio, Tomasz, e sempre in quell’anno iniziò ad occuparsi di Arte, specie in ambito fotografico, rivelandosi ben presto come un innovatore, cosa non facile e che gli creerà dei problemi nell’austera Polonia Comunista dell’epoca.
Fin dalle prime opere emergono dei tratti ben caratteristici che in seguito diverranno dei punti di forza delle sue straordinarie opere grafiche e pittoriche.
All’epoca fotografava uomini e donne col volto bendato, visi deturpati, cancellati con tecniche sperimentali di fotomontaggio, bambole deturpate, estesi paesaggi desolati; praticherà anche la scultura prediligendo l’utilizzo della plastica e del metallo.
Sempre nel 1958, anno carico di accadimenti e importanti cambiamenti, tiene anche la sua mostra a Poznań, evento che gli aprirà un periodo prolifico in campo artistico, perché diventando membro dell’Unione Artisti e Fotografi Polacchi, prenderà parte, negli anni successivi, a numerose mostre in Polonia e all’estero.
Sempre da quell’anno inizierà un periodo (1958-1965), definito da lui “Barocco”, periodo che lo porterà nel corso degli anni sessanta ad abbandonare la scultura e la fotografia, iniziando a dipingere.
Ma sarà il 1970 l’anno della svolta, quando gli accadrà un evento che lo sconvolgerà a tal punto da cambiargli la vita per sempre, perché in un imprecisato giorno di quello stesso anno, nel cuore della fredda campagna polacca, forse avvolta da una fitta nebbia, si ritrovò a passare su di un passaggio a livello non custodito ed un treno lo travolse in pieno; se la cavò con tre settimane di coma e molti mesi di convalescenza.
“Ma sarà il 1970 l’anno della svolta, quando gli accadrà un evento che lo sconvolgerà a tal punto da cambiargli la vita per sempre, perché in un imprecisato giorno di quello stesso anno, nel cuore della fredda campagna polacca, forse avvolta da una fitta nebbia, si ritrovò a passare su di un passaggio a livello non custodito ed un treno lo travolse in pieno; se la cavò con tre settimane di coma e molti mesi di convalescenza. “
Dal 1971 inizierà un nuovo periodo, da lui definito “Gotico”, nel quale si dedicherà intensamente alla pittura ad olio su masonite, a cui seguirà nel 1972 la prima grande mostra, presso la Galleria d’Arte Contemporanea di Varsavia.
Beksinski preferiva dipingere sempre in piedi, su una tela appoggiata orizzontalmente su di un tavolo mentre ascoltava Musica Classica di sottofondo, ma tutto questo non lo aiutava a superare la grande difficoltà esistenziale che dopo quel terribile incidente lo aveva assalito, e seppure era dotato di una straordinaria forza d’animo, nonché circondato dall’affetto dei suoi cari, ritornò ben presto ad essere l’uomo affabile di sempre; la sua Arte, però, non sarebbe stata più la stessa, perché durante quei giorni di coma dichiarò di aver visto l’Inferno e per esorcizzarlo e non impazzire, si era convinto di doverlo rappresentare nelle sue opere.
“Beksinski preferiva dipingere sempre in piedi, su una tela appoggiata orizzontalmente su di un tavolo mentre ascoltava Musica Classica di sottofondo, ma tutto questo non lo aiutava a superare la grande difficoltà esistenziale che dopo quel terribile incidente lo aveva assalito, e seppure era dotato di una straordinaria forza d’animo, nonché circondato dall’affetto dei suoi cari, ritornò ben presto ad essere l’uomo affabile di sempre; la sua Arte, però, non sarebbe stata più la stessa, perché durante quei giorni di coma dichiarò di aver visto l’Inferno e per esorcizzarlo e non impazzire, si era convinto di doverlo rappresentare nelle sue opere.”
Lentamente, però, nonostante la sua fama stesse crescendo, tanto da essere ben presto considerato da una giuria di critici d’arte polacchi, il miglior artista degli ultimi trent’anni, nel contempo si andò ad evidenziare un carattere molto schivo che lo porterà ad isolarsi sempre di più dall’ambiente artistico.
Addirittura prima della partenza da Sanok per Varsavia nel 1977, distrusse bruciando con il fuoco, una selezione dei suoi dipinti considerati troppo personali o insoddisfacenti, opere di cui non rimane, purtroppo, nessuna traccia.
“Addirittura prima della partenza da Sanok per Varsavia nel 1977, distrusse bruciando con il fuoco, una selezione dei suoi dipinti considerati troppo personali o insoddisfacenti, opere di cui non rimane, purtroppo, nessuna traccia.”
Ad un certo punto, però, qualcosa accade nuovamente nella sua vita, cambiando tragicamente.
Nel 1998 muore la moglie e l’anno successivo, la Vigilia di Natale del 1999, suo figlio, Tomasz Beksinski, noto presentatore radiofonico e giornalista musicale, verrà trovato morto suicida.
Rimasto solo, cadde ben presto in depressione, andando incontro al periodo più nero della sua esistenza, si chiuse pertanto in casa, mentre le sue opere divennero sempre di più apprezzate in tutto il Mondo, in particolare negli USA e in Giappone, paese in cui conquista il primato di artista contemporaneo polacco ad essere presente nella prestigiosa collezione dell’Osaka Art Museum.
Verrà trovato morto il 22 febbraio 2005, assassinato con diciannove coltellate dal figlio del suo maggiordomo, nel suo lussuoso appartamento di Varsavia, dopo che lui gli aveva rifiutato di dargli un prestito di pochi soldi…
“Rimasto solo, cadde ben presto in depressione, andando incontro al periodo più nero della sua esistenza, si chiuse pertanto in casa, mentre le sue opere divennero sempre di più apprezzate in tutto il Mondo, in particolare negli USA e in Giappone, paese in cui conquista il primato di artista contemporaneo polacco ad essere presente nella prestigiosa collezione dell’Osaka Art Museum.  Verrà trovato morto il 22 febbraio 2005, assassinato con diciannove coltellate dal figlio del suo maggiordomo, nel suo lussuoso appartamento di Varsavia, dopo che lui gli aveva rifiutato di dargli un prestito di pochi soldi…”
Nelle opere di questo grandissimo artista non si riscontra il puro esercizio del macabro o dello spettrale, ma una rivelazione autentica, se vogliamo inquietante ed impenetrabile, mai popolare e sempre in movimento.
Esse sono descritte come “incubi surreali”, “paesaggi spettrali”, inevitabilmente partorite dopo la drammatica esperienza vissuta, un’arte tragica, violenta che unisce la dimensione fantastica, onirica a quella terrena e quotidiana.
“Vorrei dipingere come se fotografassi sogni” dichiarò una volta, ed è il sogno, seppur terribile, il filo conduttore che unisce la sua esperienza unica e che aveva permesso di trasportare in chiave artistica, tutta una serie di visioni tremende che non aveva altro modo di spiegare, se non con la sua Arte, per certi versi simili a quella di Ernst Fuchs o di Alfred Kubin, pur presentando caratteri straordinariamente specifici e lontani da loro. Manufatti, oggetti, persone, figure, entità, paesaggi, sono tutti come “scheletrizzati”, resi aridi e corrosi dal tempo, intrisi di eterna solitudine e sventrati da un dolore lancinante e silenzioso, monumentale, pronto a fagocitare l’osservatore, il fruitore, grazie anche un magistrale gioco di luci ed ombre.
Un’Arte unica, priva di simbolismi, mediazioni, concentrata su di una espressività immediata e sconvolgente, simile per certi versi alla musica del compositore ungherese György Ligeti (1923-2006), per la sua prorompente potenza, classica e al tempo stesso innovativa, una sorta di dimensione macabra, forse priva di qualsiasi speranza, ma pur sempre viva quanto orribilmente flebile.
Federico Bellini
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