FIBER ART. INTERVISTA A TIZIANA CONTU

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IL FILO, MATERIA E METAFORA

INTERVISTA A TIZIANA CONTU

di Concettina Ghisu

TIZIANA CONTU

Tiziana, quale delle tue opere pensi ti rappresenti maggiormente?
C’ è un’opera che si intitola Chi sono?, è un collage di tessuti e frammenti di carta, pagine di libro, ci sono spirali di filo di rame…

Tiziana Contu, Chi sono?, tecnica mista

Perché ti rappresenta?
Perché mi sento tante cose insieme. Ho inserito un testo in giapponese, perché sono profondamente legata alla cultura orientale, poi una ragazza in piedi che medita, pezzi di stoffa verde che è il mio colore preferito, il rame rappresenta invece la mia energia creativa e un nastro di velluto bordeaux che suggerisce la morbidezza, e, naturalmente, frammenti di uno spartito musicale perché, fra le tante cose, canto.

Raccontaci l’esperienza artistica che ti cambiato, una deviazione, un incontro, la tua Damasco.
C’é da dire che sin da bambina ho manifestato un fare creativo, ma da adulta ciò che sicuramente mi ha aperto un mondo e cambiato la vita è stato l’incontro con il maestro tessitore Paolo Marras, che per due anni mi ha insegnato a tessere con i diversi tipi di telaio. Ho imparato a fare i tessuti e ho capito che la tessitura, oltre l’atto creativo, è studio, matematica, precisione. così come del resto la musica e il canto, entrambe hanno bisogno di un lungo tempo di studio e applicazione.
Dopo la lunga esperienza a Cagliari col maestro Marras, sono andata alla Fondazione Lisio di Firenze ed ho seguito un corso di telaio Ewe col maestro Luciano Ghersi. Ewe è una tribù africana; i telai che usano sono talmente instabili che alla fine del lavoro si smontano. Tra gli Ewe possono tessere solo gli uomini perché le donne sono considerate impure. Un po’ come nel nostro medioevo, quando, allora,  per motivi economici il mondo della tessitura era in mano agli uomini. Nelle gilde dei tessitori erano ammessi solo gli uomini che detenevano quindi il potere economico dell’attività, ai tempi sicuramente redditizia. Alle donne erano delegati  lavori di scarto. Le donne iniziano a tessere molto più tardi, per necessità di guerra. In Sardegna, invece, la cultura matriarcale, con l’assenza del pater familias, per lungo tempo impegnato lontano da casa con le greggi, permetteva alla donna di provvedere anche con la tessitura alle esigenze della famiglia.

Dopo il corso di telaio Ewe sei tornata a casa e cosa è successo?
Mi sono resa conto che non volevo realizzare tessuti, ma che il filo mi serviva come strumento per raccontare storie ed emozioni, un po come la penna di uno scrittore. Nelle mie ricerche mi sono imbattuta in un libro che mi ha davvero  cambiato la vita, l’autrice è Francesca Rigotti, si intitola Il filo del pensiero. E’ un trattato filosofico sul  filo in tutte le sue sfaccettature, da sempre noi donne siamo state educate a maneggiare i tessuti, non li realizzavamo ma ce ne prendevamo cura, e lo facciamo ancora oggi. Ma il filo non è solo l’oggetto,  come ci insegna anche la mitologia. In un lungo percorso fra miti e filosofi si arriva al filo dei giorni nostri alla rete web.
Il filo è presente nella vita di tutti giorni, è pura  filosofia:  tessiamo il filo del discorso, intessiamo una relazione, intrecciamo rapporti: il filo è dappertutto, materia e metafora. Ho capito che esisteva un mondo di fili, ho scoperto quello che fanno i giapponesi e i lituani, che da un filo di seta cerato ricavano un mondo.

Tiziana Contu, La tenacia della ricamatrice; lastra di rame ricamata

E poi la tessitura crea  fratellanza fra popoli distanti. In Moldavia, per esempio, realizzano tappeti con le donnine molto simili a quelle che troviamo nei nostri. Così come i nostri tappeti fiammati di Nule (gli unici in Sardegna ad essere tessuti col telaio verticale) sono molto simili a quelli peruviani.
Nelle manifestazioni internazionali di Fiber Art, nel contesto di questa forte fratellanza, sento intensamente la mia appartenenza geografica perché la Sardegna gode di una autentica venerazione per via di Maria Lai, che è conosciutissima, ma anche per i tappeti sardi, che sono molto apprezzati.
Collegare mondi separati è una mia ossessione, anche una tua, vedo.
Nel mio piccolo cerco di tenere collegati i pezzi del mio mondo. Come ti ho detto, canto in un coro polifonico ed ho studiato canto lirico. Proprio per collegare il mondo dei fili a quello della musica e del canto ho costituito un’associazione culturale che si chiama “Tiririnnia” (ragnatela in sardo), proprio per cercare di mettere in comunicazione il canto del telaio, che ha una sua voce, col canto e la musica, insomma mi piace molto fare delle ricerche in questa direzione. Pensa che, nel medioevo esistevano i telai cantati, verticali, talmente grandi, che i fili dell’ordito venivano mossi da ragazzini che stavano alla sommità del telaio. Siccome gli arazzi tessuti erano veramente grandi  e quindi i fili dell’ordito lunghissimi,  i garzoni di bottega stavano in alto sopra il telaio, erano numerati e il maestro tessitore, da sotto, li chiamava per numero a seconda del movimento dell’ordito che doveva creare, nasceva così un canto composto da questa cantilena che chiamava i numeri, e dal suono del telaio.

Volevo chiederti di altre tue opere, ce n’è una che parla del tema dei migranti, ce la vuoi descrivere?
Sì. Il titolo è Si salvi chi può. Ci sono delle barchette fragili, di carta, come quelle che fanno i bambini, se si guardano attentamente si vede che sono fatte con delle pagine di libro con testo in arabo, ci sono  dei brandelli di stoffa sporchi e insanguinati fra le barchette. La fragilità è data dal fatto che siano sospese con sottile filo di ferro arrugginito, che è quella delle loro barche consumate ma che rappresenta anche la “ruggine”  fra le nostre culture diverse.

Tiziana, sei una persona molto timida, pochissimo propensa a parlare delle tue opere, mi racconti che ci hai messo tanto tempo prima di deciderti a esporle.
Sono stata violentata ad esporle… creavo per me e le tenevo per me, appese alle pareti di casa, visibili solo agli amici.

Come hai vinto questa resistenza, questa tua timidezza?
Sono stata amorevolmente costretta a fare la mia prima mostra personale all’exMa di Cagliari nel 2005.

Mi ha molto colpito la tua esperienza con l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, la città italiana del diario, che nel suo archivio pubblico, dal 1984, raccoglie scritti di persone comuni in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: diari, epistolari, memorie autobiografiche.

Tiziana Contu, Lettere d’amore, tecnica mistadettaglio

L’opera che oggi si trova all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano si intitola Lettere d’amore, è un collage che ho creato con i filamenti di carta – delle stelle filanti – ricavati delle lettere che mia madre scriveva a mio padre quando erano fidanzati e lui era lontano per il servizio militare. Le chiamo stelle filanti perché mia madre le distrusse con un tritadocumenti, per evitare che finissero nelle mani delle figlie, me e mia sorella, non voleva che le leggessimo, per pudore, anche se penso fossero assai innocenti. Ho recuperato queste stelle filanti per dare un valore a quegli scritti, non per ricostruire le lettere: le ho incollate su un supporto di legno, cinquanta per cinquanta,  e poi al centro, fra un intreccio di parole,  ho inserito una foto dei miei genitori, da giovani, scattata proprio del periodo in cui si scrivevano quelle lettere. Con del filo di ferro ho realizzato, in maniera disuguale, le lettere che compongono la parola amore, che quindi si moltiplica, sia nelle lettere scritte, ormai ridotte a filamenti, che nelle lettere di filo di ferro posate sul collage. La storia che porta all’Archivio Diaristico Nazionale nasce dall’esposizione di Lettere d’amore a una mostra a Citerna, in provincia di Arezzo: scoprii che quest’opera emozionava i visitatori. Un signore, con i lucciconi agli occhi, mi disse “Quest’opera deve portarla a Pieve”, non ne avevo mai sentito parlare. Incuriosita, mi sono documentata sull’Archivio Diaristico – in cui sono raccolti più di settemila diari manoscritti – che ogni anno organizza un concorso che premia un diario. Ho scritto una mail per concorrere, e, con mia grande sorpresa, la direttrice dell’Archivio, Natalia Cangi, mi ha chiamata per manifestarmi l’emozione che  aveva suscitato, in lei e i suoi collaboratori, la mia opera. Ha voluto che le raccontassi la storia e mi ha proposto, con entusiasmo,  di acquisire l’opera nella collezione dell’Archivio. Con grande emozione sono andata a Pieve con mia madre per firmare la donazione che ora fa parte del capitolo culturale della Repubblica italiana.

Tiziana Contu, Parole d’amore

In questo momento hai un’opera, Holocauste, che gira su due mostre a Kherson, in Ucraina, per l’ottava “International Biennial Exhibition of Contemporary Mini Textile Art “Scythia”.

Tiziana Contu, Holocauste, tecnica mista

E’ un gomitolo di filo spinato con delle foto di deportati nei campi di sterminio. Un’opera nasce da una  forte emozione. Le nostre emozioni sono il frutto di  ciò che viviamo,  nascono da diversi stati d’animo, Perciò, secondo me, l’arte non può e non deve deve essere esclusivamente intimista. Certo, nelle mie opere c’è il mio passato ma c’è anche il collegamento con la vita di tutti i giorni, la realtà, il mondo,  i fatti che accadono, che non possono lasciarci indifferenti.
Per come mi sento, penso che un artista non possa essere solo politico o solo intimista.  L’arte non deve mai essere calcolata. Deve nascere spontaneamente, per cui un giorno ti colpisce e ti emoziona qualcosa che è di dominio pubblico e un altro giorno un’esperienza  personale, gioiosa o triste. A meno che non si lavori per fini commerciali, ma allora credo sia tutto un altro discorso, che non interessa più la necessità di trasmettere emozioni.

Concettina Ghisu

Tiziana Contu, La sostenibile leggerezza dell’essere, tecnica mista
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